Università .autoritaria

L’assemblea interfacoltà degli occupanti di via Balbi 5 

Genova, inizio 1968

 

«Se non siete soddisfatti da nessuno degli insegnamenti che

vi vengono impartiti, non dovevate iscrivervi alla facoltà…

se siete anarchici uscite dall’Università»

F. Della Corte, Preside della Facoltà di Lettere

«Voi studenti sarete domani lo scheletro della nazione»

G. Orestano, Rettore dell’Università di Genova

«Bisogna dare agli studenti la sensazione di essere soggetto

e non oggetto dell’insegnamento universitario»

Prof. D. De Castro, da La Stampa del 10/12/ 67

3/2/67 ore 1,30: la polizia irrompe per la prima volta nell’Ateneo

genovese e scaccia gli studenti che occupavano.

Esiste una fondamentale coerenza nei criteri di insegnamento per quasi tutta la durata di un corso di studi: l’autoritarismo, che viene a significare: insegnare ad obbedire, a dare per scontato il principio dell’autorità; assorbirlo come una necessità naturale.

Dopo l’“iter” oppressivo svolto nel corso delle scuole medie superiori, lo studente crede di essere giunto ad una fase di sviluppo autonomo in cui i professori non abbiano altra funzione che quella di indirizzare il suo studio con la discussione e verificarlo su un piano di contenuto e non di metodo. Ma egli si scontra immediatamente con la struttura oppressiva dell’Università, nella forma del docente ex cathedra, dell’esercitazione imposta, della lezione accademica.

Qui egli incontra la prima contraddizione tra le decisioni riservate a un ristretto gruppo burocratico e l’assoluta mancanza di decisione riservata alla massa studentesca. Da questa contraddizione nascono le altre: da una parte si chiede allo studente di attenersi rigidamente a una certa prassi burocratica (piani di studio, lezioni, esercitazioni, esami, ecc.) e dall’altra gli si chiede, se vuole farsi una qualificazione professionale, di organizzare autonomamente il proprio studio (ricerca personale di bibliografia, di testi, formazione di gruppi di studio studenteschi, ecc.) tanto che al limite come espressione di questa autoformazione di fatto, lo studente arriva a concepire l’università negativa, cioè la propria organizzazione degli studi come una via d’uscita alla burocratizzazione.

Ma la gran parte degli studenti reagisce a queste forme con l’assoluto assenteismo e la più completa mancanza di responsabilizzazione e accetta ogni prevaricazione con gli occhi fissi alla laurea agognata che gli permetterà di inserirsi nella società ad un livello di potere, seppure potere mediato. Coloro che provengono dalle scuole medie con una pseudocoscienza politica, tentano di reagire a questo stato di cose inserendosi negli organismi “politici” delle associazioni studentesche, cioè in quella squallida caricatura di quella caricatura che è il sistema politico nazionale (parlamento, partiti, sindacati, ecc.) che nell’ambito dell’Università come nel mondo del lavoro non possono avere altro compito che rendere dorate le catene istituite dal sistema sociale capitalistico.

La commedia si configura in questo modo: la società democratica con le dette istituzioni politico-culturali per i grandi e l’Università con l’ORUG, Intesa, UGI, Edelweiss, ecc. e vari CUT, CUC, CUM, CUS, CUAV ecc. società per i piccoli.

L’Università in questo modo tende a conservare a livello di coscienza parziale lo studente, contestandogli il suo essere adulto con la proposta del “gioco della democrazia” interna.

Il significato ben preciso del gioco è quello di nascondere il più possibile i legami reali che ha l’Università – come struttura sociale – con le altre strutture della società e con il sistema nel suo complesso.

Questi legami reali sono più facilmente e concretamente ripescabili non in questi organi da operetta, ma nei grossi organi burocratici: ad esempio il consiglio di facoltà di Ingegneria o di Economia e Commercio è composto di individui i quali hanno, guarda caso, precise cariche in vari consigli d’amministrazione di società industriali, finanziarie ecc.

Tutti ci rendiamo conto che le associazioni universitarie hanno il potere effettivo di ottenere, per la massa che dovrebbe rappresentare gli attaccapanni nuovi, ma ci rendiamo conto altresì che queste non sono certamente tappe politiche per un radicale mutamento del sistema universitario attuale.

Apparentemente meno facile è invece demistificare quel sindacalismo di sinistra che promette non solo attaccapanni e palazzi nuovi, ma dichiara di volersi dare dei fini effettivamente politici. Le associazioni universitarie, nel momento in cui sfugge loro di mano la realtà politica del movimento studentesco sono costrette a partire dalla condizione reale dello studente non per sviluppare su di essa un discorso che porti lo studente a prendere coscienza del tipo di sistema nel quale è inserito e a rifiutarlo, ma per inquadrarlo nell’organizzazione derivante dall’ipotesi sindacale.

Sulla base dell’ideologia mistificata della contrattazione della forza-lavoro qualificata (mistificata in quanto questa forza-lavoro qualificata che esce dall’Università avrà la funzione di controllo e di sfruttamento della forza-lavoro operaia), l’ipotesi sindacale ha la funzione oggettiva di integrare il movimento studentesco, nascondendogli le sue reali relazioni col mondo del lavoro, e inserendolo nel quadro più vasto delle istituzioni ufficiali, gli nega così una sua possibile forza contestativa del sistema. In sostanza gli organismi rappresentativi a tutti i livelli hanno la funzione di abituare gli studenti a considerare fatale, o peggio naturale, la cessione e la delega del potere, impedendo loro di imparare a gestirselo direttamente.

Qual è dunque il riassunto di questa situazione?

Lo studente con velleità di responsabilizzazione sociale non è aiutato ma prima ostacolato e poi assorbito dal sindacalismo. Ma se la gran parte risponde alla frustrazione avuta dalle strutture repressive dell’Università con assoluta indifferenza o inserendosi, magari anche con velleità rivoluzionarie, nella vita pseudopolitica degli organismi universitari, che accade di colui che, rifiutato lo sterile assenteismo, presa coscienza dell’aberrazione della tesi sindacalista, voglia lottare non per una riforma dell’Università o per un’edulcorazione delle sue strutture, ma per un radicale rivolgimento dell’ordinamento attuale?

Egli non può e non deve fare altro che porsi in una posizione di lotta totale e di assoluto rifiuto delle strutture esistenti, ricercando la creazione di una democrazia radicale espressa dall’assemblea degli studenti.

Rifiuto quindi non solo delle strutture costituite dalla controparte, ma anche di quelle pastoie che gli studenti stessi si pongono: la delega del potere e la rappresentanza.

Solo attraverso una visione globale – partendo dal mondo della produzione – lo studente può superare la propria visione individualistica e ideologizzata e dare una dimensione reale sia alla critica che egli pone al sistema scolastico sia agli strumenti politici di cui si serve.

È indispensabile che gli studenti prendano atto di un processo che nella realtà è già passato proprio attraverso il mito della università liberale: la conclusione logica di questo processo è rappresentata dalle università-modello statunitensi. Fabbriche per la produzione in serie di quadri amministrativi e burocratici, di tecnici politici destinati al controllo della forza-lavoro nel processo produttivo e di insegnanti che, insegnando ad obbedire e quindi a comandare, organizzino il consenso attorno alle strutture repressive della società.

La sociologia prende atto della situazione e si lancia alla teorizzazione dell’Università come impresa; gli economisti riconoscono negli investimenti di capitale umano uno dei punti focali dello sviluppo economico nazionale, l’allevamento di generazioni di tecnici (considerati come mezzi di produzione intellettuale) viene controllato e previsto nei sui costi e profitti con i più raffinati procedimenti di calcolo statistico.

Considerata la relazione esistente tra piano capitalistico e riforma universitaria il sindacalismo di sinistra, così come avviene a livello operaio, appare come attivo fautore dell’inserimento dell’azione studentesca nel piano capitalistico. La riforma Gui, accelerata da posizioni riformistiche delle associazioni studentesche, è un tipico esempio degli obiettivi che un’azione sindacale può conseguire.

Ma è proprio quando la funzione direttamente economica dell’Università diviene dominante, quando l’integrazione con il sistema deve manifestarsi come immediatamente funzionale, ecco che il materiale umano da modellare si ribella e la manipolazione organizzata in piani e programmi incontra ostacoli non previsti (occupazioni di Milano, Torino, Genova, ecc.).

Gli studenti, posti di fronte a un’Università che è la riproduzione rafforzata o perfezionata della società stabilita, immessi in un ambiente dove sono portati all’assurdo quei rapporti “cosificati” che sperimentano quotidianamente nella loro esistenza privata, trovano la forza per passare ad una prima reale contestazione della società in una delle sue istituzioni fondamentali. La presa di coscienza di una condizione di dominio e della forza che hanno se si legano tra loro contro chi rende possibile il funzionamento dell’Università come apparato burocratico-poliziesco, fornisce il significato e l’avversario con cui scontrarsi nella lotta degli studenti, a questo suo primo stadio di sviluppo.

Il rifiuto deve andare, in prospettiva, all’integrazione nel processo produttivo, in cui gli studenti sono destinati a svolgere il ruolo di controllori dello sfruttamento della forza-lavoro.

In questo contesto linee politiche come quella della “Università Negativa” si fondano su un presupposto errato, che cioè una formazione professionale “out” sia di per sé sufficiente a modificare radicalmente il senso e la funzione dell’intellettuale nella società: i fautori di “Università Negativa” non comprendono che, senza eliminare con l’azione politica queste funzioni di controllo, il laureato giungerà al massimo a migliorarle, mai a distruggerle; e tale miglioramento sarà perfettamente funzionale al sistema. In fondo l’autogestione della produzione mercantile non farebbe di tutti gli uomini che i programmatori della propria sopravvivenza. Gli studenti riusciranno a prendere coscienza della loro condizione umana e ad uscire dai confini angusti del ghetto universitario, nella misura in cui verificheranno nei fatti la convergenza di interessi ed obiettivi con la sola forza in grado di spezzare il sistema attuale e superarlo: la classe operaia.

Bisogna che la rivolta dei giovani si unisca alle lotte della classe operaia.

Affermiamo che è vero che si debba uscire dall’Università, in quanto le lotte studentesche non devono essere lotte corporative, lotte che servono solo ad indicare al sistema quali sono i miglioramenti da portare affinché l’Università svolga il ruolo assegnatole.

Affermiamo che è falso che, nell’allargamento della lotta, l’uscita dall’università non deve passare attraverso le lotte contro chi gestisce il funzionamento e detiene il potere nell’Università.

L’ASSEMBLEA INTERFACOLTÀ DEGLI OCCUPANTI (via Balbi 5)

 

 

Testo diffuso durante l’occupazione dell’università di Genova.
Se può apparire noioso e ripetitivo, oltre che costellato di ingenuità, da un punto di vista storico si tratta di un testo fondamentale.
Innanzi tutto, rende perfettamente visibile ciò che era l’università prima del 1968 e prima della liberalizzazione degli accessi che avrebbe portato all’università di massa.
Parallelamente, coglie esattamente ciò che era il movimento studentesco nei mesi iniziali della sollevazione. Ingenuo, appunto, ma completamente avulso dalla logica gruppuscolare che sarebbe andata formandosi verso la fine di quello stesso anno. Centralità dell’assemblea, rifiuto di riforme e rivendicazioni materiali oppure politiche, apertura verso l’esterno, illusioni sull’abbraccio con la classe operaia.