Conclusione vergognosa Alla Cressi-sub

Lega degli operai e degli studenti, Genova, 19 gennaio 1968

Lo sciopero degli operai della Cressi è durato 33 giorni. Essi lottavano perché fosse revocato il licenziamento di 5 loro compagni di lavoro, provocato del fatto che questi cinque operai volevano formare la Commissione interna.

Per più di 20 giorni lo sciopero è continuato, senza raggiungere però lo scopo, di fare una pressione radicale sul padrone: alcune decine di crumiri permettevano il proseguimento parziale della produzione. D’altro lato nessuna forma di solidarietà sosteneva gli operai in lotta: i sindacati non avevano organizzato raccolte di soldi e avevano deciso di non estendere la lotta. Gli operai della Cressi, a questo punto, hanno accettato l’aiuto di un gruppo di operai e di studenti e insieme a loro hanno preso alcune iniziative: raccogliere i fondi necessari per poter mangiare e continuare lo sciopero, radicalizzare l’azione davanti alla fabbrica per impedire l’entrata ai crumiri, estendere la lotta ad altre fabbriche.

Contro i crumiri c’era una sola soluzione, cioè, formare dei picchetti davanti alla fabbrica: di fronte a certa gente, infatti, è inutile l’opera di convincimento. A questo punto gli operai non hanno trovato di fronte solo il ricatto del padrone e dei suoi servi, ma un gruppo agguerrito di poliziotti, col capo della squadra politica in testa. Ma nonostante questo hanno resistito ed è stato il giorno della loro vittoria: i crumiri non sono entrati, la produzione è stata bloccata, la raccolta di fondi e stata di 700.000 lire.

Quando, dopo due giorni di blocco totale della produzione, lo sciopero stava assumendo le forme di una lotta vera e propria, i burocrati sindacali sono intervenuti a “sostenerla e dirigerla”. Le loro proposte sono state quelle di sempre, ben note agli operai: riportare la lotta dallo scontro violento col padrone entro i binari di una trattativa “democratica”, altrimenti i sindacati (sono parole dei burocrati) avrebbero abbandonato i lavoratori. Le proposte dei burocrati della CGIL e della CISL (la UIL non esisteva) sono state: andare dal prefetto per richiederne l’intervento (ma il prefetto era già intervenuto inviando 50 poliziotti), smetterla di raccogliere soldi, perché questo è un diritto che spetta ai sindacati, dare vigore al comitato cittadino per legare alla lotta degli operai le categorie dei medici, degli avvocati e dei preti, nessuna garanzia di allargamento della lotta, ed infine l’ordine di sciogliere il picchetto perché “antidemocratico”.

Una parte degli operai ha accettato il ricatto sindacale: se la polizia non era riuscita a sciogliere il picchetto operaio, i burocrati sindacali ci sono riusciti. I risultati dell’azione sindacale sono stati immediati: il giorno seguente 52 operai (molti di più dei crumiri dei primi giorni) sono tornati a lavorare, la fabbrica lavorava a pieno ritmo. Gli incontri col prefetto e il padrone hanno avuto un unico risultato: sapere dalle loro labbra che cinque licenziati non sarebbero stati assolutamente riassunti. I sindacalisti, di fronte agli operai, hanno dovuto fare marcia indietro, dire che la lotta continuava non più contro i licenziamenti, ma per altri scopi non meglio precisati. Eppure giorni addietro, di fronte a operai e studenti, Cerofolini, segretario della Camera del Lavoro, aveva dichiarato: «Condizione minima e irrinunciabile per lo scioglimento della vertenza alla Cressi è la riassunzione dei cinque operai licenziati per rappresaglia.»

La lotta è oggi terminata, i sindacalisti hanno deciso che gli operai devono rientrare in fabbrica sconfitti. Laddove non era riuscito il padrone con la corruzione, la polizia con la violenza, sono riusciti i sindacati con le armi della democrazia e della paura.

Ma gli operai della Cressi, come quelli di tante altre fabbriche, hanno capito alcuni fatti: per battere il padrone le lotte devono essere radicalizzate fino al punto di colpire direttamente la produzione, solo la solidarietà operaia permette di sostenere una lotta. Ma soprattutto hanno capito l’azione del sindacato: quando la lotta diventa violenta e va al di là del sindacato stesso, scavalcandolo nella sua funzione mediatrice, esso interviene riportandola entro i limiti nei quali può agire, cioè quelli della legalità padronale. Ma le lotte operaie sono sempre contro questo tipo di legalità, per difendere quello della democrazia e della legalità operaia.

Il sindacato oggi alla Cressi ha permesso al padrone di vincere. I risultati di 33 giorni di sciopero sono stati questi: vittoria del padrone che non ha revocato i licenziamenti ed ha ora la possibilità di attaccare gli operai che sono tornati a lavorare; vittoria del sindacato che è “entrato” finalmente in fabbrica.

IL SINDACATO È ENTRATO, MA I CINQUE OPERAI PIÙ COMBATTIVI SONO STATI LICENZIATI!

LEGA DEGLI OPERAI E DEGLI STUDENTI

Genova 19/1/1968

V.C. Rolando 8/1 Ge-Sampierdarena

 

Volantino antisindacale, perfettamente rappresentativo della fase iniziale, e migliore, del Sessantotto.