La rivoluzione scritta da lei  stessa. Documenti del maggio

Comitato d’Azione di Lettere, Genova, inizio 1969

IL CONSUMO DELLA, RIVOLUZIONE

1) Nella società dei consumi tutti gli aspetti della vita diventano altrettanti mezzi di accumulare profitti. In mancanza di rivoluzione lo spettacolo è stato basato principalmente sulla guerra e sul crimine ma oggi vediamo gli editori fare dei soldi a milioni a spese delle barricate.

2) Le classi o strati sociali più detestati: teppa, criminali, ribelli di ogni genere sono sempre stati la materia prima della produzione di romanzi e di films, perché non anche i rivoluzionari ? Ciò che si ama sullo schermo è sempre ciò che si disprezza nelle strade.

3) La maggior parte di quelli che acquistano attualmente libri sugli avvenimenti di maggio non accetterebbero un volantino dato per la strada: solo ciò che è oggetto di compravendita è rispettabile.

4) Il consumo del movimento di maggio mostra con precisione lo stato attuale della repressione: in passato si soffocava la libertà di parola con la censura, oggi con la pubblicazione a valanga. Poveri russi, che sono ancora al medioevo della repressione.

5) Nei paesi dell’Ovest si è arrivati al punto culminante della sostituzione sul piano dell’esistenza: o la vita o la rappresentazione della vita e la sopravvivenza. Nei paesi dell’Est la sostituzione si è fissata al livello politico: o il potere dei lavoratori o il potere di quelli che li rappresentano.

6) In effetti il potere di una classe dirigente non viene mai mantenuto altrimenti che con due metodi: repressione armata o recupero. In Occidente il recupero prevale ma dietro c’è sempre la polizia.1 Nei paesi dell’Est la repressione aperta è più che mai in auge ma anche questa repressione è fondata sul recupero della rivoluzione d’ottobre e delle forze che in essa si espressero.

7) Il consumo della rivoluzione non può essere arrestato che da un altro maggio. La prossima volta non sarà più il caso di tollerare l’orda dei fotografi e dei giornalisti che si affrettano verso i punti caldi per vendere i volti dei militanti alla borghesia. A parte la questione di sicurezza − si sa che un militante ha beccato un anno di prigione per essere stato riconosciuto su una fotografia (la Borsa in fiamme) − è ignobile e insultante che dei rivoluzionari siano messi in mostra a profitto di qualche editore. Un movimento rivoluzionario deve cercare di bastare a se stesso: deve comunicare alla popolazione ciò che vuole comunicare e con i suoi mezzi.

8) Contro la società dei consumi, tutto a sacco.

gli amici di Bernstein (57)

NOTA

Abbiamo voluto aprire questa raccolta di volantini del maggio francese con questo degli amici di Michèle Bernstein (membro fondatore dell’Internazionale Situazionista). Ogni pubblicazione sul maggio che non metta subito le carte in tavola rischia infatti di venire come “aspirata” in quella spettacolare operazione di recupero cultural-politico che gli intellettuali separati e i politici della separazione tentano oggi per conto del capitale, per vendicarsi di non essere riusciti ieri ad affossare un movimento che li aveva bruscamente gettati da parte. È vero che da noi l’operazione editoriale è molto meno sviluppata. I quadri della nostra industria politico-culturale sono stati colti dal maggio mentre si bloccavano con Mao-Castro-Ho-ci-min e con l’“integrazione del proletariato occidentale”. L’opera di mistificazione dei contenuti del movimento delle occupazioni era troppo per loro: avrebbe richiesto perlomeno di capire l’importanza di ciò che stava succedendo, e ciò sconvolgeva i loro quadri mentali e soprattutto i piani di vendita di interi stocks di mitologie guerriere. Così, aspettando la necessaria “riconversione”, si faceva il silenzio: niente o quasi veniva pubblicato del maggio e quello che si pubblicava sul maggio (il che è molto meno pericoloso) era peggio che niente. Meno di niente si possono infatti considerare gli sproloqui dei trotzkisti disoccupati della Samonà e Savelli, adeguati del resto all’assoluta inesistenza della cosiddetta IV Internazionale durante gli avvenimenti. I leninisti hanno dichiarato politicamente che il maggio non pone “nessun problema” (v. Lotta Comunista) e tanto basti. I maoisti sono troppo occupati a capire quale dei sette partiti filocinesi è quello rivoluzionario per occuparsi di simili piccolezze. La federazione anarchica ha subito organizzato un congresso (!) sperando di sfruttare la pubblicità fatta all’anarchia da giornalisti sprovveduti ai fini di un ringiovanimento post-mortem. Lo staff “maoista-antiburocratico” di Einaudi-Quaderni Rossi-Quaderni piacentini ritarda la pubblicazione del libro di Cohn Bendit sull’estremismo col timore che, facendo passare la critica della burocrazia dalla religione primitiva della “rivoluzione culturale” alla coscienza del proletariato, dimostri l’assoluta incoerenza e inutilità della loro versione antiburocratica del maoismo.

Ma l’esigenza interiore della Merce di portare a compimento il processo di mercificazione totale porterà fra poco alla pubblicazione-recupero delle cose più importanti prodotte dal maggio. Usciranno ovviamente nei tempi e nei modi che vorranno i “recuperatori”, confuse nel mare delle confezioni “sotto vuoto spinto” dei supermarket librari, castrate e distorte da qualche utile imbecille della “sinistra” del PCI e del PSIUP (com’è accaduto alla “Lettera aperta” di Kuron e Modzelewski). Nel momento stesso in cui il movimento delle occupazioni verrà parzialmente svelato, verrà anche ridotto e assunto nel cielo dove le ideologie e le rappresentazioni sostitutive della vita si affrontano da sempre, tagliandosi a pezzi, con gran fendenti, e ricomponendosi intatte subito dopo. Ma a venire recuperato sarà, anche questa volta, solo il cadavere del movimento, la vuota spoglia che esso ha già abbandonato per continuare sotto altre forme, incontrollabili dal potere.

A noi, come a tutti coloro che hanno partecipato al movimento o direttamente o sostenendolo qui in Italia, spetta la denuncia di coloro che ne parlano senza alcun diritto e di prevenire e neutralizzare l’operazione, consci però che “il consumo della rivoluzione” potrà essere contestato alle radici solo da un altro maggio ancora più radicale e “intollerante”.

Alla preparazione di un altro maggio e a null’altro è destinata la presente raccolta di volantini: in essa si possono già decifrare i primi tratti del volto della rivoluzione moderna che porrà fine alla Preistoria. Essa ha questo di esemplare: mostra in atto un momento del processo attraverso cui si ricostituisce il movimento rivoluzionario come movimento reale, cosciente, evidenziando uno dei caratteri fondamentali della rivoluzione proletaria che il maggio preannuncia: il fatto che in essa e attraverso di essa gli uomini incominciano a fare coscientemente la storia. Quelli che possono sembrare capitoli di un libro specialistico − li abbiamo riprodotti senza firma − sono volantini scritti e diffusi per la strada da “militanti” qualunque, eguali a migliaia di altri uomini “militanti” che sono stati il nerbo del movimento, quelli che le organizzazioni burocratiche, nella loro tragicomica cecità, chiamavano “inorganisés”! Il livello della loro qualità non è affatto dovuto al pensiero di qualche “teorico distinto” ma alla massa di uomini liberi in movimento che ha aperto la più grossa breccia nel sistema capitalistico moderno.

Questi testi sono un esempio della teoria rivoluzionaria come la intendeva Marx (al contrario di Lenin): non una scienza positiva (magari “economica”!) che alcuni specialisti devono inculcare ai proletari perché questi siano in grado di fare il movimento rivoluzionario, ma la formulazione esplicita e coerente del senso del movimento reale della negazione, del significato di quello che esso fa, che consenta al movimento, nella misura in cui vi si riconosce, di andare più in là. In quell’incredibile scoppio di attività creativa di centinaia di migliaia di individui questo non è che uno fra diecimila esempi di riflessione pubblica (come la tribuna libera, il ciclostile pubblico, i meetings ecc.), di pensiero collettivo in movimento, di organizzazione e provocazione continua dell’espressione e della discussione di tutti, di messa in opera, da parte dei rivoluzionari, di tutte le possibili strutture che favorissero il pensiero nella ricerca della propria realizzazione e favorissero la realtà nella ricerca del proprio pensiero.

Questo esempio lo indichiamo soprattutto a quanti si lasciano ingannare dai funzionari, dagli specialisti della contestazione parziale (cioè falsa), i quali oppongono sempre l’esigenza preliminare di “costruire il movimento”. E l’oppongono tutte le volte che si profila il pericolo (per loro) che un germe di movimento rivoluzionario si autocostituisca, tutte le volte in cui qualche collettività, autogestendo tutti i momenti della propria attività e dei suoi significati e muovendo perciò una critica pratica a tutto ciò che esiste, tende a renderne impossibile l’appropriazione da parte delle istanze separate (partito, sindacato ecc.). Come se il movimento rivoluzionario potesse essere “costruito” e se questa stessa idea (ingegneria sociale come “filosofia dei quadri” dell’epoca dei managers, che nella vecchia Europa assume spesso la veste “marxista”) non appartenesse proprio alla “merda del vecchio mondo” contro cui sorge e si costituisce da sempre in movimento rivoluzionario.

I volantini che seguono sono tutti firmati dagli “enragés” del Comitato per la Rivoluzione Permanente, eccetto l’ultimo in cui è delineato il programma minimo che ha ispirato fin dall’inizio, agli “enragés”, le azioni decisive, senza ritorno, del movimento.

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OSSERVAZIONI SU 

UNA LINEA POLITICA

Ogni passo in avanti di un movimento reale è più importante di una dozzina di programmi (K. Marx)

1. Fino a questo momento non abbiamo avuto linea politica, avevamo qualcosa che valeva molto di più: occupazioni e barricate. Il movimento ha rapidamente relegato nella spazzatura tutte le “linee politiche” delle organizzazioni esistenti e la nostra teoria ha trovato la sua espressione adeguata nelle parole d’ordine delle manifestazioni e nelle iscrizioni murali. Una linea politica del movimento non sarebbe altro che un passo indietro e non è detto che si sia obbligati a farlo.

2. Ogni linea politica redatta prima del periodo rivoluzionario sarebbe rapidamente superata e si potrebbe persino intralciare il libero sviluppo dei militanti: una linea politica è il solco scavato dalla prassi, essa esiste solo se noi avanziamo.

3. Ciò non toglie che la teoria abbia una grande importanza pratica, si può andare molto più lontano quando si è preso coscienza di ciò che si è già fatto. Dei manifesti e dei sistemi di pensiero restano delle armi nella misura in cui li si abbandona senza rimpianti sul campo di battaglia appena se ne trovano di più efficaci. Il sottosviluppo della teoria rivoluzionaria in confronto all’attività delle giornate di Maggio è di una verità che strappa le lacrime. Ma il bisogno di una teoria non è da confondere con quello di una “linea politica”, ossessione di tutti gli specialisti della falsa contestazione, così vigorosamente spazzati via dalla scena rivoluzionaria in Maggio.

4. Se avessimo assolutamente bisogno di una linea politica essa dovrebbe rispondere alle seguenti esigenze: essere abbastanza elastica da non escludere i militanti che hanno effettivamente contribuito al movimento, ma abbastanza rigida per escludere tutti quelli che si sono esclusi da soli all’inizio, con la loro aperta ostilità ai nostri metodi di azione. Questa differenza non è da fare, essa è già fatta: da una parte quelli che promossero le occupazioni e lo sciopero illimitato, dall’altra tutti i partigiani della ripresa del lavoro e della repressione.

5. La grandezza del movimento di Maggio è stata nella sua contestazione totale della società come pure nella solidarietà di tutti gli oppositori al regime attuale. Il movimento ha saputo raccogliere tutti i frammenti di rivolta sparsi qua e là nella società. L’ora delle rivendicazioni particolari è finita e sarebbe una catastrofe adesso andare verso una specializzazione e una fabbricazione di militanti a colpi di settarismo e di dogmatismo.

6. Ognuno nel movimento porta almeno un frammento della verità, e questo frammento non diventa pericoloso che escludendo tutti gli altri. Noi abbiamo provato in maggio che un movimento politico devi mirare ormai al superamento della politica in quanto tale e che la contestazione si può fare a tutti i livelli: sociali, culturali, sessuali, psicologici… La parola “politico” è diventata antipatica.

7. Se si definisce una linea politica, questa non deve essere niente di più di una piattaforma minima sulla quale ci può mettere tutti d’accordo. Resta inteso che degli individui possono mantenere delle posizioni che vanno molto al di là della linea in questione, senza peraltro contraddirla.

8. La speranza rivoluzionaria non è riposta in un gruppo per geniale che sia, ma nel movimento di insieme e nella funzione dei suoi nuclei rivoluzionari, le cui linee politiche devono mirare a spingere il movimento al suo apogeo. È a questo punto più alto che i gruppi possono sparire e che il movimento stesso si dissolve per far posto alla nuova società.

Il Comitato per la

Rivoluzione Permanente

NOTE SULL’AVANGUARDIA 

RIVOLUZIONARIA

1. La rivoluzione è la morte di ogni organizzazione pre-rivoluzionaria. Quando la rivoluzione si avvicina l’avanguardia deve essere sempre pronta a dissolversi nelle masse perché superata dagli avvenimenti. Lo scacco del comunismo russo si riconduce al fatto che il partito si accanì a prendere il potere a nome del proletariato mentre quest’ultimo aveva già trovato le sue forme di espressione nei soviet e nei consigli operai. Il partito si proclamò in effetti dittatura del proletariato, fondando così un potere utilizzato contro il proletariato.

2. L’avanguardia non può che mettersi al passo della realtà.

Non si è mai originali molto a lungo. I pochi pensatori e gruppi rivoluzionari hanno visto ultimamente le loro tesi espresse da migliaia di persone di cui non sospettavano l’esistenza. L’avanguardia esprime pensieri delle persone invisibili, sperdute qua e là attraverso la società. Allora non bisogna disperarsi o vantarsi di essere “più rivoluzionari degli altri”. L’avanguardia deve essere insieme esigente e modesta.

3. L’avanguardia deve scegliere i mezzi adeguati ai suoi fini. L’entrismo non paga mai: quelli che parlano di impadronirsi delle organizzazioni tradizionali dimenticano che una volta sul terreno del nemico egli è sempre più forte di noi. I rivoluzionari più onesti si sono sempre fatti fregare nel passato non appena hanno accettato mezzi di lotta contradittori rispetto ai loro fini. Quelli che sono già all’interno del partito o del sindacato possono a rigore utilizzare la loro posizione, ma è fuori questione che quelli che sono fuori vi entrino per radicalizzare queste istituzioni putrefatte.

4. L’avanguardia deve distinguere fra le sue attività rivoluzionarie e le sue attività rivendicatrici.

Ciò riguarda soprattutto la questione sindacale. È evidente che da qui alla rivoluzione bisogna mangiare; dunque le rivendicazioni di salari ecc. sono molto importanti. È legittimo e necessario che i Comitati di fabbrica conducano una lotta di questo genere, ma essi devono accuratamente distinguere questa lotta essenzialmente difensiva dalla lotta veramente rivoluzionaria che è l’abolizione stessa del padronato con il quale si parlamenta attualmente. Non si può condurre la lotta sui due piani che a condizione di essere assolutamente lucidi.

5. L’avanguardia deve organizzarsi in piccoli gruppi. Il pericolo dei dibattiti movimentati negli anfiteatri e nella piazza è finito. Ora, per ragioni di sicurezza ma anche perché dobbiamo fare un lavoro dettagliato ed intensivo, occorre formare dei piccoli gruppi che si federino e si coordinino come possono. Un movimento rivoluzionario centralizzato non saprebbe condurre ad altro che al bolscevismo e alle sue conseguenze, lo stalinismo e il kruscevismo.

6. Il bisogno di un’avanguardia coerente e ben organizzata non si mette in dubbio. Ma l’avanguardia è al servizio della spontaneità delle masse e non il contrario. Il periodo a venire sarà un periodo di organizzazione e di lavoro; ma che non ci si seppellisca nel serioso, nella linea ideologica corretta, ecc. ecc. “La rivoluzione sarà una festa o non sarà”.

Comitato per la

Rivoluzione Permanente

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IL RUOLO DELL’INTELLETTUALE

NELLA RIVOLUZIONE

1. Il paese in cui l’intellettuale ha subito la repressione violenta (la Russia) è anche il paese in cui l’intellettuale ha avuto più potere ed è stato più rispettato, mentre in Occidente in cui una certa libertà di espressione è assicurata, egli è universalmente disprezzato a meno che non divenga ricco e celebre.

2. Questa situazione paradossale discende dal fatto che l’avanguardia leninista, reclutata principalmente fra gli intellettuali borghesi, ha preso il potere in Russia, mentre qui l’intellettuale è relegato sempre più ai margini della società in cui la sua influenza è neutralizzata o recuperata.

3. Gli intellettuali che fra il 1900 e il 1917 monopolizzavano il Partito comunista russo si sentivano già minacciati dai membri della propria classe che si sottraevano al loro dominio, e non solo i riformisti. Lenin vede nel potere assoluto che egli assegna a un Comitato centrale «una diga contro la tendenza innata dell’intellettuale all’autonomia… contro la sua avversione nei confronti di ogni “burocratismo” peraltro necessario nella vita del Partito».

4. Per Lenin la classe operaia lasciata a se stessa «non può arrivare che alla coscienza trade-unionista»: «la coscienza socialista è nata dalle teorie filosofiche, storiche, economiche e politiche dei rappresentanti istruiti delle classi possidenti» (Che fare, 1902). Questa presa di posizione annuncia già ben in anticipo il ruolo eminente che prenderà l’ideologia nella società sovietica, e quello degli ideologi di professione che portano dal di fuori la coscienza di classe al proletariato.

5. Poiché il Partito considerava essenziale l’esistenza di un monopolio ideologico − «ogni libertà di critica è libertà di opportunismo» (Lenin: Un passo avanti, due passi indietro) − il problema era fin dall’inizio di eliminare i proprietari concorrenti dell’ideologia, allo stesso modo che per la Chiesa era necessario eliminare gli eretici.

6. La falsa situazione dell’intellettuale in Russia in cui la sua importanza è insieme sopravvalutata e mascherata, dipende dalla situazione del proletariato di fronte al Partito. E reciprocamente gli intellettuali dell’Est che hanno condotto una critica letteraria dello stalinismo nel 1955-56 hanno naturalmente messo in moto un movimento del proletariato stesso che ha condotto alla rivoluzione ungherese. La critica della religione (o dell’ideologia) sbocca nella critica della società che di questa religione (o ideologia) ha bisogno.

7. L’opposizione − lavoro manuale e lavoro intellettuale − è una perdita della totalità della vita al livello della società come al livello di ogni individuo. Questa divisione sparirà soltanto con la sparizione della società di classe stessa.

8. La scoperta del metodo dialettico materialista ha effettivamente colmato questa divisione fra le attività umane con la nozione di un’unione dinamica e continuamente reversibile fra la teoria e la prassi. Per il metodo dialettico può esistere una prassi astratta e una teoria del più alto valore pratico.

8 bis. La primarietà del lato materialista su quello idealista vuol semplicemente dire che la base di una società data è il suo modo di produzione, il suo sistema di assicurare la vita all’uomo. La questione dei limiti dell’influenza dell’economia sul pensiero o dell’obiettività della scienza sono questioni pratiche da decidere giorno per giorno.

9. Durante il periodo delle purghe, quando il terrore si è esercitato all’interno della stessa classe burocratica, tali questioni sono state decise da un rapporto di forza, dalla canna di un fucile.

10. Nella società a venire il proletariato come classe specializzata nel lavoro manuale alienato sarà abolita e con lei la classe specializzata nel lavoro intellettuale alienato. I compiti essenziali saranno divisi in modo uguale, perché non ci siano più persone specializzate nei lavori meno attraenti. Lo scopo del comunismo di Marx è sempre stato la creazione dell’uomo totale.

11. Paesi come la Cina e Cuba hanno inviato intellettuali nelle campagne a lavorare ed educare le classi oppresse. Soltanto se fosse liberamente consentita questa soluzione modificherebbe, senza peraltro abolirla, la divisione sociale del lavoro: altrimenti essa è una soluzione truccata e autoritaria che maschera nuove contraddizioni.

12. La creazione dell’uomo totale, dell’uomo integrale, non è in contraddizione con una certa specializzazione. Non si deve abolire interamente la specializzazione. Basta assicurare che questa specializzazione sia subordinata alla totalità della vita e che gli specialisti non abbiano nessuna autorità speciale fuori del loro campo di ricerca.

13. Il sistema gerarchico non riposa sulla diversità dei talenti umani ma sulla diversità dei poteri distribuiti a ciascun uomo secondo la sua posizione nella scala gerarchica. La libertà non vuol dire l’uniformità e la mediocrità ma al contrario una società veramente libera dà a tutti l’eguale potere di seguire le proprie disposizioni personali.

14. La libertà di dire tutto ciò che si vuole suppone la libertà di fare tutto ciò che si vuole, oppure cessa di essere libertà. Nella società europea si vede bene che la libertà di espressione è tollerata soltanto perché essa non porta a nient’altro che al recupero. Il modo tradizionale di sopprimere la libertà di parola è stata la censura, il mezzo moderno la pubblicazione.

15. Durante tutto il periodo prerivoluzionario un certo squilibrio fra gli intellettuali e la classe operaia è inevitabile. Il minimo di ciò che si può fare oggi è di evitare gli errori del partito bolscevico, cioè da una parte la concentrazione del potere nelle mani di un piccolo gruppo di intellettuali rivoluzionari, soli portavoce del proletariato, e dall’altra il rifiuto di ogni libertà di critica al di fuori della linea ideologica “corretta”.

16. Tutta la questione del ruolo dell’intellettuale nella rivoluzione è stata falsata dal fatto che gli intellettuali bolscevichi in Russia hanno essi stessi scatenato la caccia alle streghe contro gli intellettuali. Ufficialmente la classe burocratica non esisteva, non c’erano che operai al potere, dunque nessuna contraddizione possibile fra il Partito e il proletariato. «In Siberia, scriveva Ciliga, ho sentito degli operai che dicevano letteralmente: Ora noi non siamo più operai ma padroni. Gli operai sono Stalin, Kaganovitch, Molotov…»

17. Non si tratta di attribuire tanta importanza all’intellettuale da cercare di cacciarlo dalle organizzazioni dei rivoluzionari. Non si tratta neanche, però, di sottovalutare il suo potere potenziale al punto di lasciare che s’installi come “capo dell’avanguardia”.

18. L’intellettuale può ben essere portatore di una coscienza profondamente rivoluzionaria, ma questa coscienza sarà la sua, mai quella del proletariato.

19. L’autonomia dell’intellettuale non è da abolire. L’ntellettuale deve semplicemente smetterla di reclamare soltanto per sé questa autonomia. La rivoluzione sarà la soppressione del sistema delle classi, dunque la soppressione di tutte le classi esistenti come tali, o non sarà affatto.

Comitato per la

Rivoluzione Permanente

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TESI SUL POTERE

1. Il potere è prima di tutto economico: chi controlla i mezzi di produzione e la terra controlla tutto.

Ciò vuol dire semplicemente che la base di una società è il suo modo di assicurare la vita dell’uomo.

Il potere si presenta come esercito, governo e capitale. L’esercito è l’espressione militare della classe dirigente, il governo la sua espressione politica e il capitale la sua espressione economica. Le due prime forme difendono la terza: la polizia e l’esercito non fanno andare le fabbriche, aiutano la borghesia a costringere gli operai a farle andare a suo profitto.

Il potere militare è rovesciato da un putsch, Il potere politico da un cambiamento di regime o da un colpo di stato. I colpi di stato e le rivoluzioni di piazza cambiano solo il governo, non cambiano la natura della società. La rivoluzione o è economica o non è nulla, vale a dire che esa rovescia i rapporti fra l’uomo e i suoi mezzi di esistenza.

2. Il capitale non può essere distrutto che dal successo dell’autogestione.

La borghesia muore quando viene attaccata nella sua ragion d’essere che è lo sfruttamento. Quando i suoi salariati riescono ad organizzarsi senza di essa e stabilire dei rapporti umani senza passare per l’intermediario dello Stato, la classe dirigente è con le spalle al muro. Parallelamente, ogni volta che il movimento rivoluzionario secerne una nuova classe dirigente, la rivoluzione è minata alla base. La generalizzazione dell’autogestione in tutta la vita economica del paese è evidentemente la sola soluzione che resta perché tutte le altre hanno portato al contrario di quello cui tendevano.

3. La lotta di classe è una guerra.

Il fatto che il potere economico sia la base del sistema non impedisce che la rivoluzione comporti necessariamente la guerra civile. Se il capitale è difeso dall’esercito, il potere operaio è costretto a difendersi con milizie operaie. «Mai nella storia qualche questione che avesse relazione con la lotta di classe è stata decisa altrimenti che con la violenza». (Lenin)

4. La guerra civile deve continuare la rivoluzione, non sostituirsi ad essa.

Che quelli che vogliono fare la rivoluzione prendano delle armi, ma che essi non diventino dei militari. La guerra civile ci sarà imposta senza che noi la vogliamo. Nel periodo della lotta armata la rivoluzione non deve mai essere lasciata in secondo piano, altrimenti, anche se vittoriosa, la guerra è inutile.

5. Il potere rivoluzionario è contro il potere.

In tutte le rivoluzioni si pone la stessa questione: come mettere in moto un’organizzazione abbastanza potente per schiacciare gli avversari senza soffocare la spontaneità e l’elasticità del movimento. Si può evitare il pericolo di installare una nuova classe dirigente solo creando un costante legame fra i delegati e la base, con la revocabilità dei responsabili e la rotazione delle funzioni. Dobbiamo avere una costante vigilanza per impedire che la coordinazione che è essenziale diventi un sistema di centralizzazione e di potere separato. Lo scopo della rivoluzione è di mettere il potere nelle mani di tutti affinché esso diventi semplicemente la possibilità per tutti di trasformare la propria vita.

Comitato per la

Rivoluzione Permanente

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DITTATURA E COORDINAZIONE

1. La rivoluzione rifiuta (fra l’altro):

– La centralizzazione del potere.

– La burocratizzazione.

– Le gerarchie materiali o di potere.

– La specializzazione squilibrata e squilibrante.

Questo rifiuto di una classe dirigente suppone il rifiuto di una o più classi dirette. È il rifiuto delle classi stesse.

2. Non si tratta di cambiare padroni una volta in più, ma di ripartire il potere fra i lavoratori e nello stesso tempo di dare un senso umano al lavoro − di trasformare quello che è attualmente un flagello individuale e collettivo in un’attività creatrice. L’operaio, (come il borghese, l’intellettuale, il contadino e le altre separazioni) è chiamato a sparire per lasciar posto agli uomini che le classi mascherano.

3. La rivoluzione così concepita consiste in un equilibrio fra l’unità di base (l’individuo) ed il tutto (la collettività economica, sociale, “culturale”). Se questo equilibrio è rotto, la rivoluzione deraglia.

4. La rivoluzione implica dunque una generalizzazione delle prese di coscienza individuali in una maggioranza, se possibile, altrimenti in una minoranza agente ed esemplare. Questa minoranza (in un’unità di produzione, di educazione, dei servizi, ecc.) ha come funzione, all’inizio del processo rivoluzionario, di imporre lo sciopero passivo ma non può minimamente imporre lo sciopero attivo (che precede l’autogestione) ai molli, ai fatalisti, ai “gialli”. Non si può obbligare le persone a divenire libere. Queste minoranze non possono che mettere ognuno di fronte alle sue responsabilità politiche (nel senso etimologico: affari della “città”) e in seguito offrirgli un esempio di libertà autonoma e creatrice. Questo esempio sarà seguito, perché la rivoluzione è contagiosa. Una presa di coscienza individuale e politica non si effettua né con la coercizione, né con la teoria divorziata dalla prassi. Si effettua nell’azione.

5. Perché ci sia un’azione le minoranze agenti che fanno da detonatori (“gruppetti”, “estremisti di sinistra”, “provocatori”, e inadatti politicizzati prerivoluzionari di tutte le razze) devono comportarsi da avanguardie. Ma una volta che il processo rivoluzionario è incominciato, esse devono dissolversi nelle masse, nella “base”, sotto pena di:

– far inaridire, per mancanza di elasticità delle loro concezioni prerivoluzionarie, il fiorire rivoluzionario, dunque spontaneo, dei lavoratori;

– essere tentati di nominarsi capi e formare una nuova classe dirigente per un periodo senza fine detto “di transizione”.

La loro funzione non è quella di portare una linea politica in una situazione statica ma di operare per uno scatenarsi di un movimento rivoluzionario, e poi di sciogliersi in esso. Quando la pietra è partita, si getta la fionda.

6. “I lavoratori non sono maturi”, hanno detto PCGTisti. Ma il sole è già alto nel mese di maggio. Ce ne sono che sono diventati completamente rossi… In forte maggioranza i lavoratori sanno che se si presenta l’occasione sapranno ben prendere in mano il proprio destino, da soli, con la propria voce, battersi con le proprie mani, per tutti, dunque per ciascuno. Non hanno più bisogno di un partito (o del Partito) che li inquadri, li guidi, li disciplini. Non c’è più bisogno di stampelle: possono camminare da soli.

7. La nostra rivoluzione non è solo proletaria e certamente non è piccolo-borghese. Essa va al di là delle classi: una “dittatura del proletariato” − o dei piccoli borghesi in nome del proletariato − è anacronistica, insultante perfino, per gli adulti che vogliamo diventare. Il borghese è un fenomeno economico. Una “dittatura del proletariato” (sulla borghesia) suppone delle condizioni in cui possano sopravvivere o riapparire una borghesia (e il proletariato che le corrisponde). Queste condizioni non sono quelle di una vera rivoluzione, che supera l’economico per essere totale.

Si pone il problema: “Che fare della borghesia durante il periodo della sua rieducazione? Come parare la controrivoluzione?” E la risposta tradizionale preconizza una dittatura del proletariato che, come sappiamo, non porta che una forma di controrivoluzione più sottile.

È dimenticare che la nostra rivoluzione non è “proletaria” né “di classe”. Essa non mette una classe contro l’altra ma gli uomini contro forme di società alienanti per tutti.

In presenza della rivoluzioni i borghesi avranno 3 scelte: diventare uomini − dunque rivoluzionari; cercare di recuperare o far deragliare la rivoluzione rafforzando gli apparati politici di classe (PC ecc.), o lottare apertamente contro il movimento.

Nel primo caso il problema si risolve da solo: l’autorieducazione sarà facilitata dalla buona volontà separata che cerca di diventare totale (lo stesso vale per i proletari che vorranno sbarazzarsi delle stimmate di classe invece di inalberarle come medaglie). Ogni tentativo di imborghesimento del movimento (ivi compresa la “dittatura del proletariato”) è da combattere con la rivoluzione permanente (il potere ai lavoratori in prima persona − e ci sono soli proprietari che lavorano − ed il loro rifiuto di delegare le loro responsabilità).

Per i borghesi che rientreranno nel 3° caso: la rivoluzione non potrà decollare che dopo aver vinto una guerra civile lunga o corta, sanguinosa o bianca. L’opposizione allora disarmata comporterà due elementi principali: una maggioranza di massa di manovra (poliziotti, militari, piccoli borghesi idealisti dell’irrazionale, ecc.) che saranno suscettibili di comprendere e di adattarsi al processo rivoluzionario, ed una minoranza di grandi borghesi e di autocrati irrecuperabili, che preferiranno senza dubbio l’esilio allo sterminio.

Una quarta categoria − quelli che non sceglieranno ma seguiranno senza partecipare, perché hanno sempre seguito senza partecipare − sarà un peso morto di cui il tempo e l’età finiranno per sbarazzarci. Pazienza.

La rivoluzione suppone l’assenza di leggi. La costrizione sarà rimpiazzata dall’autodisciplina cosciente e costruttiva. Se quelli che avranno raggiunto questa struttura di vertebrati dotati di muscoli, che il loro proprio movimento confermerà, sentono il bisogno di fare ricorso a una dittatura qualunque per trascinare con loro i nostalgici delle stampelle della costrizione, la rivoluzione sarà morta. E da rifare.

Quelli che sono incapaci di superare la loro mentalità gerarchica saranno trascinati non dalla “dittatura del proletariato” ma dall’ESEMPIO contagioso degli uomini liberi in movimento.

8. Senza la pratica, la teoria non è che un affaccendarsi del vuoto, allo stesso modo che la pratica, privata di una teoria rivoluzionaria, è solo un’incoerenza distruttiva. Un cervello abituato a questo genere di esercizi teorici ha bisogno di una rieducazione pratica, la vera funzione dell’avanguardia non è un’attività puramente teorica ma la ricerca dei mezzi per abbattere l’ordine esistente, per liberare le forze rivoluzionarie. Un teorico è colui che aspetta che gli altri facciano la rivoluzione per farvi, come i cuculi, le proprie uova. La ricerca dei mezzi di sovversione può essere soltanto intralciata da una centralizzazione mentale del tipo “linea politica”. Una linea politica non deve essere altro che il solco tracciato dalla simultanea combinazione della teoria e della pratica: l’azione rivoluzionaria.

9. Come un’avanguardia, un partito è un fenomeno pre-rivoluzionario. Invece di perdersi in congetture teoriche e in problemi di organizzazione e di disciplina, deve occuparsi unicamente di agitazione sociale, di critica, di contestazione e di informazione. Che un tale partito sia parlamentare o meno, che sia solo o circondato da numerosi altri partiti rivali o alleati, ciò non ha nessuna importanza. Prima della rivoluzione lo scalmanarsi nel vuoto può far nascere ogni sorta di epifenomeni. Una sola cosa importa: la sparizione del partito al momento della rivoluzione. Se uno o più partiti sussistono, la rivoluzione è da rifare. Un “partito rivoluzionario” non può esistere. Un partito è prerivoluzionario oppure non è che un volgare pretesto per l’instaurazione di una oligarchia burocratica.

10. È futile e pericoloso parlare di “dittatura del proletariato”, di “linea politica”, di “partito rivoluzionario”. Se la rivoluzione è autentica non ci sarà bisogno di essi. Una forma di coordinazione sarà tuttavia necessaria. Noi dobbiamo vegliare affinché essa non serve di pretesto a certuni per fare deviare la rivoluzione. Questa vigilanza è quella della rivoluzione permanente.

11. Ma come riconciliare l’autonomia (delle unità di lavoro ecc.) con l’interesse generale senza ricadere o nell’autarchia o in un’autogestione di genere capitalizzante (Marx-Bakunin; “la fabbrica degli operai”)? Conosciamo questa musica.

Una volta che il processo rivoluzionario è iniziato, dei “centri” dei “perni” saranno senza dubbio necessari prima di tutto in ogni unità di lavoro ecc. − per equilibrare gli individui autonomi e la collettività autonoma immediata − ed in seguito al livello “regionale, “nazionale” , “continentale”, ecc. per equilibrare le une con le altre e ognuna col tutto le unità autonome.

La questione sarà di non confondere un centralismo organico di questo genere ed una centralizzazione gerarchica, inorganica, totalitaria, burocratica di specialisti-direttori.

12. Questo punto (o questi punti) di equilibrio forniranno una coordinazione alle collettività autonome perché esse ne avranno bisogno. Esso sarà un servizio tecnico, autonomo e al servizio di tutti, come ad esempio il metrò. Non avrà né più né meno potere politico di ogni altra unità autonoma, benché sia possibile che delle decisioni politiche generali siano prese in base alle informazioni che esso fornirà, attraverso la sua coordinazione e che siano espresse da lui. Il suo lavoro sarà quello di un ordinatore incaricato particolarmente di una pianificazione secondo i dati di possibilità di produzione economica e “culturale” ed i bisogni-desideri di consumo.

Sarà senza dubbio preferibile che quelli che lavorano a questa coordinazione della società lo facciano per rotazione, tenuto conto di un certo livello di efficacia. Un centralismo organico non necessita di una specializzazione squilibrata e squilibrante, se ciascuno “fa politica” non ci sarà più bisogno di “politici”.

13. La coordinazione sarà l’espressione e lo strumento del potere sovrano ripartito ed equamente spartito fra tutti i lavoratori ed assunto da essi. Questa “definizione” di una coordinazione rivoluzionaria non è solo una congettura ma un risultato dell’analisi di certuni inizi di coordinazione che hanno visto la luce nel mese di maggio.

È possibile, persino probabile, che una volta lasciata a se stessa, la “base” trovi dei mezzi di coordinazione del tutto diversi. L’importante è che essa sappia evitare le secche controrivoluzionarie.

Se le avanguardie non si integrano alla base NON APPENA IL LORO COMPITO È COMPIUTO la loro formazione prerivoluzionaria le condannerà a divenire controrivoluzionarie.

14. In periodo pre-rivoluzionario è da lamentare che dei Comitati d’Azione di ogni genere perdano tempo ed energie e smussino la loro coscienza rivoluzionaria a fabbricarsi una “linea politica” ed a preparare un “partito rivoluzionario”, invece di agire in maniera autonoma, dunque pragmatica, nei raggi d’azione che conoscono, di esigere e di creare di mantenere una coordinazione − che prefiguri le coordinazioni rivoluzionarie che servirebbe loro di collegamento e farebbe pervenire loro l’informazione in genere e sulle attività reciproche.

15. “Il potere ai lavoratori” significa una cosa soltanto: il potere ai lavoratori e non a quelli che “vogliono il loro bene”.

Coordinazione significa una sola cosa: aiutare le autonomie a coordinarsi e non approfittare di una posizione centrale per imporre una qualunque dittatura.

Comitato per la

Rivoluzione Permanente

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NOTE SU UN EQUILIBRIO

1. Non avendo fini, la rivoluzione si giudica sui mezzi che essa adopera.

2. Se la rivoluzione “deraglia” bisogna rivoltarsi di nuovo per ristabilirla.

3. La rivoluzione supera classi, “ismi”, la politica stessa per arrivare agli uomini. Ma classi, “ismi” e politica possono servire di trampolino. Il “dialetticismo”, questo judo intellettuale, è spesso un’arma rivoluzionaria.

4. I rivoluzionari creano la rivoluzione; la rivoluzione crea i rivoluzionari.

5. Una classe è composta di individui che costituiscono una classe. La rivoluzione è composta di individui che fanno la rivoluzione. L’azione si situa al punto di equilibrio fra gli individui e il movimento nella sua totalità.

6. Noi diciamo “gli individui” e non “l’individuo”; quest’ultimo, come “l’uomo”, non esiste.

7. La rivoluzione si fa tanto per gli individui che per lei stessa. Essa consiste in un equilibrio fra gli individui e la totalità che essi costituiscono come rivoluzionari.

8. La rivoluzione trova la sua espressione in un’azione simultanea sul piano della totalità o nella testa di ciascuno. L’esperienza individuale dalla quale dipende la sopravvivenza della totalità può essere qualificata come “esistenziale” − essa si ricrea ad ogni istante − per opposizione all’“essenziale” che significherebbe un’azione basata su idee preconcette ed immutabili poco rivoluzionarie.

9. Nella storia nessuna rivoluzione si è mantenuta. Alla baldoria che dura sei settimane o due anni succede la gola secca che solo una nuova ebbrezza può togliere.

10. La Comune è stata schiacciata in parte perché la totalità vi si è vista subordinata alle espressioni individuali. La rivoluzione russa si è trasformata in “totalitarismo lugubre” nel momento in cui la totalità ha inghiottito gli individui. Persino la nostra scappatella studentesca di maggio-giugno è affondata in una burocrazia meschina, a dispetto degli sforzi confusi di una minoranza di nostalgici. (Ma si possono trarre speranze dal fatto che questa burocrazia apostata del Partito ha finito per far fuggire i rivoluzionari autentici dal “locale occupato”. Questi hanno continuato altrove la loro attività, gli altri hanno continuato a dettare nel vuoto.) All’entusiasmo di maggio è seguita l’amarezza di giugno, e il ritorno alle forme di pensiero tradizionali.

11. Se le rivoluzioni falliscono, è concepibile che i rivoluzionari c’entrino per qualcosa.

12. Si può pensare che la rivoluzione consiste non solo in un equilibrio fra individui e totalità ma anche che quest’equilibrio deve essere assicurato dai due diversi tipi di rivoluzionari che fanno da contrappeso tra loro.

13. Due tendenze da equilibrare: l’una obiettiva che non può concepire l’universo che in termini di generalizzazioni, di astrazioni; l’altra soggettiva che non vede il mondo esteriore che con gli occhi della sua coscienza individuale. Il cerebrale ed il viscerale.

14. Non si tratta di concezioni del mondo ma di modi opposti di esprimere delle concezioni del mondo. Non si tratta all’occorrenza che di due maniere di vivere la concezione rivoluzionaria, che non è altro, forse, che un ringiovanimento di quella di Marx.

15. In un senso si tratta di un conflitto di mentalità che è sempre esistito. Qualcuno ha chiamato questa mentalità “agostiniana” ed “umanista”. Non è escluso che queste mentalità si confrontino in un individuo solo, anzi.

16. L’una di queste mentalità parte dalla teoria per arrivare, forse, agli individui. L’altra parte dalla propria coscienza per attingere, eventualmente, un livello teorico.

17. Come si presentano questi due tipi di rivoluzionari? Procediamo in maniera caricaturale senza per questo ridicolizzare. Tra gli estremi esistono infiniti semi-toni.

18. Il cerebrale organizza la rivoluzione come se essa fosse un’impresa. Se egli non fosse convinto, intellettualmente, di una delle varianti del marxismo sarebbe rimasto tecnocrate o quadro. Non è l’ingiustizia − disprezzabile sentimento soggettivo – che lo ispira. È il gusto dell’efficacia. Perché la rivoluzione deve o dovrà condurre ad una meravigliosa efficienza. Se per venire alla rivoluzione egli ha dovuto abbandonare il Partito, non è per una qualsivoglia rivolta contro di esso ma per la volontà di superare una burocrazia che nuoce all’efficacia. Il rischio per lui o per la rivoluzione fra le sue mani è un corrompersi “secco”. Per il cerebrale nella sua obbiettività gli individui devono cedere il posto alla totalità. Non è che li perda di vista, non li vede; ma ha inventato dei fini per la rivoluzione e non gli ripugna usare mezzi gerarchici, burocratici o gruppopratici per raggiungerli. Manca di amore.

19. Il viscerale, lui, ha troppo amore. È per questo che può odiare con tanta violenza. A partire dall’infanzia egli si è ribellato, soggettivamente, senza sapere perché. Sentiva che tutto era marcio, che bisognava mandare tutto all’aria per costruire eventualmente qualcosa d’altro. Egli soffre fisicamente della sofferenza altrui. E un bel giorno egli scopre la rivoluzione e comprende perché ha avuto sempre ragione nella sua rivolta. Egli si forma teoricamente bene o male. Si constata prerivoluzionario, si getta in “a fondo”… Mal per lui se non trova la rivoluzione. Mentre il cerebrale diventerà Eichman, lui, diventerà Horst Wessel… I primi giorni dell’azione decidono se condurrà la rivoluzione alla sua perdita in un’ebbrezza incoerente in cui egli si farà recuperare o sopprimere dal cerebrale. Ed è allora che sentendosi tradito, il viscerale rischia di cadere nel nihilismo, l’irrazionalismo della rivoluzione.

20. Per il cerebrale la massa, le masse, la classe, le classi, il popolo esistono come tali. Delle statistiche senza volto. È per questo che può dar prova di pazienza, dispiegare un tatto nei confronti degli uomini, manipolarli, manovrare, farne degli strumenti al servizio della rivoluzione. È per questo che può coordinare. Ma il viscerale non vede che volti. Dei porci o dei compagni. Chi non è con lui è contro di lui. Niente “public relations” possibili a questo livello personale…

21. Si può dire che una rivoluzione che non prende il cammino di Mosca è condannata al caos, ad essere schiacciata?

22. Solo la coscienza (politica ed umana) come la vigilanza, a proposito del cammino che può prendere la rivoluzione e di se stessi, permettono di impedirlo.

23. Che ciascuno conservi il suo equilibrio nei confronti della totalità rivoluzionaria e nei confronti degli altri individui. Questo equilibrio conduce ad un pragmatismo.

24. Apprendiamo ad accettare l’esistenza agente degli altri.

25. Non si tratta di cambiare gli uomini ma di costruire per mezzo della rivoluzione un mondo a loro misura.

26. Un uomo non è un piede di donna cinese fatto per essere compresso nel ristretto stivaletto di una teoria.

27. Senza una struttura teorica la rivoluzione si scioglie come una medusa.

28. La rivoluzione è permanente o non è niente. Solo il suo equilibrio può garantire la sua permanenza.

Comitato per la

Rivoluzione Permanente

 

Una delle pubblicazioni più importanti del movimento radicale di quegli anni, che ebbe un grande impatto. L’approfondimento teorico portato dalla diffusione di questi testi francesi diventerà evidentissimo nelle pubblicazioni successive.