DELLA MISERIA DELL’AMBIENTE DEI PROFESSORI E DI UN ATTO CHE INDICA LA STRADA PER  RIMUOVERLA

Comitato d’Azione di Lettere, Genova, inizio febbraio 1969

Venerdì 31 gennaio ’69, alle ore 8 del mattino, circa 200 abilitati in filosofia si avviavano al concorso a cattedre tenuto nella scuola media “Rosa De Marchi” di Milano. Questa è una delle sedi del concorso; le altre sono Roma, Cagliari, Firenze, Napoli e Palermo.

I candidati si sono seduti, carta e penna sul banco, in attesa del tema, proprio come a scuola. Alcuni ripassavano, altri erano autoironici. Poi, si sono guardati in faccia e hanno avuto tutti la chiara percezione del grottesco, del significato regressivo di quanto stavano per compiere. Allora si sono alzati, hanno respinto e deriso i “commissari” che li volevano trattenere nei banchi. Sono scesi nella palestra sottostante e vi hanno tenuto una prima assemblea, che ha deciso l’interruzione del concorso e l’occupazione dell’istituto, sede della prova.

Nell’assemblea è uscito fuori il rifiuto del ridicolo meccanismo di selezione e di “arruolamento” degli insegnanti. A questo concorso nazionale i candidati erano 1012 e avrebbero dovuto scannarsi in una lotta per il… “ruolo”, essendo le cattedre a concorso solo 45 (situazione buona, se si pensa che l’indomani, al concorso per Italiano e Storia, i candidati sarebbero stati 2067 e le cattedre 35!). Sui 1012 candidati, la grande maggioranza insegna da anni come “fuori-ruolo”, almeno 800 sono quelli che usufruiscono di incarichi annuali e triennali o di supplenze. Considerando solo questi candidati, quindi, le cattedre a concorso avrebbero dovuto essere almeno 800 (non consideriamo, cioè, quanti, pur essendo incaricati, non si sono presentati a questo concorso); che fine hanno fatto, allora, le 755 cattedre mancanti?

In realtà la cattedra e lo stipendio relativo sono e restano proprietà privata di chi li ha conquistati. Il titolare, pur ricoprendo un’altra carica nell’ambito della scuola (membro di commissione d’esame, preside incaricato, conferenziere ai corsi di perfezionamento, ecc.) continua a percepire lo stipendio di cattedra oltre a quello del nuovo incarico. Il suo lavoro originario, frattanto, viene svolto da un poveraccio, avventuriero e mercenario, il fuoriruolo.

La prospettiva, per l’abilitato, è quella di vivere alla macchia per anni, in condizioni di disagio spesso insopportabili (eloquente il caso dei pendolari), per ritrovarsi poi coi nervi a pezzi, le capacità intellettuali fluttuanti e ridotte, svuotato, indifferente, spersonalizzato, incapace di reagire. Quando finalmente vince una cattedra, egli consuma i suoi anni in una lenta marcia di avvicinamento dalla sede di destinazione a quella originaria di residenza (come un militare, il professore viene sradicato dal suo ambiente sociale e “distaccato” a fare da solitario portavoce della cultura dominante). E quindi la morte. Quella “naturale”, perché quell’altra è già venuta da tempo.

L’occupazione è durata dalle 10 alle 19; la polizia armata è subito intervenuta tentando di circoscriverla. L’assemblea si è articolata in 4 commissioni di lavoro i cui documenti saranno resi pubblici fra breve. Uno dei temi centrali della discussione è stato il rapporto col movimento degli studenti (una manifestazione di questi, che cercava di congiungersi all’assemblea, è stata dispersa dalla polizia nelle strade).

L’atto compiuto a Milano non può essere sottovalutato: è la prima volta che professori italiani, tradizionalmente autorepressi e ligi all’ordine costituito, rifiutano concretamente un aspetto della loro “miseria”. Ciò che da più di un anno è chiaro agli studenti di tutto il mondo, si sta chiarendo anche per gli insegnanti: la necessità di rimettere in discussione tutto e di non accettare passivamente l’organizzazione sociale, con tutte le sue istituzioni repressive, come se fossero eterne ed immutabili. Gli studenti hanno rifiutato non solo la lezione cattedratica ma anche la falsa universalità e neutralità della cultura, svelandone con l’azione diretta il carattere di cultura della classe dominante. Gli insegnanti cominciano ora a mettere in discussione quello che da secoli costituisce l’immutabile meccanismo di selezione delle classi burocratiche: il concorso. Oggi la protesta viene dagli “esclusi” dall’apparato dell’organizzazione burocratica della società; di fronte a loro sta questa alternativa: o la loro lotta, nonostante il rifiuto attuale del corporativismo e del ridicolo sindacalismo scolastico, si fermerà alla contestazione parziale di alcune strozzature del sistema, rimanendo di fatto corporativa, oppure la lotta dilaterà la sua portata investendo l’intera struttura sociale, caratterizzata proprio dalla separazione dal corpo sociale di un apparato burocratico che, più o meno bene, svolge una funzione repressiva.

OGGI MERCOLEDÌ ALLE ORE 16, ALLA FACOLTÀ DI LETTERE, (AULA IV) SI TERRÀ UN DIBATTITO SUL DESTINO SOCIALE

DEL LAUREATO.

Comitato d’Azione di Lettere

 

Documento relativo a un episodio non comune verificatosi a Milano.
Si può osservare sia l’identità fra i concorsi di cinquant’anni fa e quelli di oggi, senza che il tempo trascorso abbia migliorato in nulla la condizione degli infelici insegnanti privi di ruolo.
Ma occorre altresì osservare l’azione diretta degli insegnanti d’allora messa a confronto con la passività disperata di quelli di oggi.