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Passer Outre – Intervento di Lippolis e Moro (novembre 1968)

Traduzione dalla rivista francese PASSER OUTRE, octo-semestriel n° 1, lunedì 25 novembre 1968. Si tratta di un periodico parigino nato nell’autunno 1968, diretto a dar voce ai comitati di base ancora operanti dopo il maggio, animato da membri che avevano fatto parte del Movimento 22 marzo, alcuni di «Socialisme ou barbarie», eccetera.

Italia

Il testo seguente contiene l’esposizione di due compagni italiani (Mario Lippolis e Mario Moro – N. d.T.) della ‟Lega Operai Studenti” durante una riunione di ICO* e la discussione che ne è seguita.

* Informations Correspondance Ouvrières. Gruppo nato all’origine da una scissione di«Socialisme ou barbarie» e destinato essenzialmente allo scambio di informazioni alla base tra lavoratori. – N. d. T.

LO SCIOPERO NELLE FABBRICHE FIAT
Sei mesi fa si è svolto uno sciopero molto importante nelle fabbriche Fiat di Torino, e in molte altre fabbriche del gruppo Fiat. La principale fabbrica Fiat di Miratori annovera circa 70.000 operai. È un autentico campo di concentramento con la sua cinta di filo spinato e innumerevoli guardiani alle 42 porte. In questa fabbrica, una vera scienza della repressione è stata sviluppata dopo gli scioperi selvaggi del 1960-62 ; un giornale di fabbrica pubblicava parole d’ordine di sabotaggio della produzione. La direzione adottò misure repressive ( denunce seguite da fermi ). Ci furono manifestazioni enormi :
davanti alla sede della Confindustria, davanti al quotidiano «La Stampa», davanti a quella del sindacato U.I.L. ( socialdemocratico ). Vennero assunti specialisti americani per cercare di instaurare con ogni mezzo una repressione scientifica all’interno della fabbrica.
Non vi erano più stati scioperi alla Fiat : i sindacati collaboravano ed era normale sentir dire : « quando Fiat farà sciopero, sarà la rivoluzione».
All’inizio, lo sciopero fu promosso dai sindacati che alla fine avevano dovuto cedere all’enorme pressione da parte degli operai. Non potevano fare altrimenti, a causa delle continue interruzioni del lavoro e della disaffezione verso i sindacati che si era tradotta in un importante numero di schede bianche e astensioni durante elezioni interne ( su liste sindacali come in Francia ). Le rivendicazioni riguardavano gli orari e le condizioni di lavoro – in sostanza 40 ore senza aumento dei ritmi e anche che i giorni di riposo fossero a data fissa, e non a discrezione della direzione. Non era uno sciopero generale illimitato, ma interruzioni del lavoro della durata di un giorno ogni settimana. Lo sciopero durò tre settimane. Gli scioperanti andavano dal 95 al 98%. Picchetti di sciopero si erano formati a ciascuna delle 42 porte della fabbrica di Torino. Ma la polizia intervenne per sgomberarli. Si ebbero scontri, nel corso dei quali gli operai mostrarono spontaneamente una capacità organizzativa tale che l’azione della polizia fu resa praticamente inoperante. L’intervento della polizia certamente ebbe il suo ruolo nella radicalizzazione della coscienza operaia. Ma sono da considerarsi anche molti altri fattori. Una gran parte di operai è formata da contadini emigrati dal sud del paese. Se hanno particolari problemi di adattamento, la presa dei sindacati su di loro ( quale che sia la loro età ) è inferiore che sugli operai di origine operaia più antica. Possono apparire passivi, ma nel corso dello sciopero si sono rivelati gli elementi più attivi, sia nell’organizzazione della lotta ( nei picchetti di sciopero ) che nella capacità di entrare in relazione con la realtà dello sciopero. Nel corso di questo, i rapporti di discriminazione, la mancanza di solidarietà erano scomparsi.

Nel corso di questo sciopero, studenti venuti da tutta Italia presero contatti con gli operai : discussioni ebbero luogo con i picchetti e rivelarono un alto livello di consapevolezza politica fra gli operai : per esempio nell’elezione di commissioni operaie che avessero il compito di controllare l’aumento dei ritmi. Questi legami furono molto estesi e i sindacati non erano abbastanza forti per opporvisi. Tutto ciò che furono in grado di fare fu di passare in auto con altoparlanti fra gli operai in sciopero per diffondere le proprie parole d’ordine senza fermarsi.

Dopo la seconda settimana, i sindacati organizzarono un referendum fra gli operai nella speranza che questi rinunciassero a proseguire lo sciopero ; ma fin dall’inizio dello spoglio, apparve che praticamente il 100% dei voti era per la continuazione ; arrivati a 20 000 ( su 70 000), i sindacati fermano tutto ; lasciano fare, l’indomani, un’ultima giornata di sciopero, e il giorno dopo firmano gli accordi con la direzione e ordinano la ripresa del lavoro. Se il 40% delle rivendicazioni iniziali era stato soddisfatto, tuttavia le rivendicazioni reali degli operai erano state lasciate completamente da parte.

Sulla scheda di voto, era stato riservato uno spazio bianco perché gli operai indicassero cosa volevano. Le risposte date escono, per lo più, dal quadro delle rivendicazioni particolari per toccare un livello politico, ponendo il problema della loro «dignità» in fabbrica e nella produzione. Dopo lo sciopero, i contatti operai-studenti presi durante il suo corso si sono materializzati con la creazione di un comitato di collegamento permanente cui partecipano 150 operai, che pubblica un bollettino. Ciò che è interessante notare è che tra operai che partecipano a questo lavoro, i rapporti di classe sono percepiti in modo nuovo, come un autentico rapporto di schiavitù totale. Ugualmente dopo lo sciopero, la situazione «politica» in fabbrica è molto più limpida, con i quadri che invitano apertamente a votare per i socialisti unificati ( Nenni ) e gli operai che mettono direttamente in discussione il ruolo dei sindacati e della politica tradizionale.

Sciopero in una fabbrica tessile a Valdagno ( Veneto ) – febbraio 1968

La fabbrica era la sola in città : mancava ogni politicizzazione degli operai, tutti votavano democristiano. Lo sciopero fu durissimo, gli operai misero sotto assedio le case dei principali dirigenti e manager, per impedir loro di raggiungere la fabbrica. Un incredibile dispiegamento di forze portò sul posto tutti i professionisti della brutalità poliziesca da ogni parte d’Italia. Bambini di dodici, tredici anni si mescolarono agli operai in lotta : una autentica guerriglia si diffuse in città, con distruzione di negozi e della statua del fondatore della fabbrica. ma l’azione della polizia badò a evitare incidenti troppo gravi che avrebbero potuto far conoscere altrove quella lotta. Degli studenti dell’università di Trento avevano cercato di prender contatto con gli operai, ma questi li mandarono indietro, perché in quel momento non volevano si potesse dire che ad aver scatenato tutto fossero stati elementi venuti da fuori e non gli operai da soli. Lo sciopero finì con incredibili negoziati. Perfino i sindacalisti locali non volevano riprendere il lavoro fino a quando la polizia non avesse lasciato la città. Furono i dirigenti del sindacato a concludere le trattative : questa poteva apparire una vittoria sul piano delle pure rivendicazioni, ma era una sconfitta in considerazione del livello della lotta. Gli scioperi di cui abbiamo parlato sono stati scatenati unicamente dai lavoratori, senza intervento degli studenti, su dei problemi rivendicativi di ordine economico, e sono stati controllati dall’inizio alla fine dagli operai. Gli studenti hanno preso contatto con i lavoratori in lotta e si sono messi a loro disposizione. Hanno trasmesso ovunque le informazioni. nell’attuale contesto italiano, il ruolo del movimento studentesco fu quello di creare una sorta di tessuto connettivo tra nuclei di contestazione sociale. Vuole definirsi come un movimento rivoluzionario continuo, antiautocratico, in costante collegamento con gli operai, che compia una lunga marcia attraverso le istituzioni, contestando il modo in cui vengono prese le decisioni insieme a coloro che quelle decisioni riguardano. Un compagno di I.C.O. sottolinea che in Italia come in Francia, l’intervento degli studenti nelle lotte pone un problema politico, quello della ricostituzione di una avanguardia, una nuova classe che tenterebbe di coordinare il movimento rivendicativo. Secondo i compagni italiani, fra le lotte citate nessuna ha avuto gli studenti come protagonisti : gli elementi più attivi fra gli studenti sono stati semmai influenzati dagli operai. Quando degli studenti di Genova che occupavano dei locali sono stati attaccati dai fascisti, sono stati gli operai a venire autonomamente a proteggerli. Da questi contatti è sorto un dialogo in cui ciascuno ha potuto apprendere parecchio dall’altro. Questi compagni sono ben consapevoli del ruolo di schermo che i gruppi polititici possono giocare nei confronti dei lavoratori in lotta : come esempio citano quello di un gruppo -Voce Operaia – che in una fabbrica Fiat di Pisa, durante lo sciopero della Fiat, continuava a discutere con gli operai della politica tradizionale, ma non parlava affatto di ciò che stava accadendo realmente a Torino, Per contro, si può indicare la creazione spontanea a Milano, alla Pirelli ( pneumatici, plastica ), e in altre imprese di elettronica, di comitati di base operaistudenti clandestini che discutono del sindacato, diffondono volantini e giornali. Non si tratta di un frutto del caso, né del risultato di una azione studentesca. Ciò testimonia della oggettiva tendenz
degli operai a trovare delle soluzioni al di fuori delle abituali strutture sociali : e può essere considerato come un tentativo di organizzarsi da sé.
I «gruppetti» in Italia sono praticamente inesistenti, non essendoci una tradizione «gauchiste».
Questo può spiegare l’esistenza attuale di un grande movimento studentesco, confuso, privo di una linea politica, ma che pratica la democrazia diretta e ha la volontà di gestire il potere di lottare. In questo modo il movimento si rifiuta di essere «politico» o corporativo e di lasciarsi intrappolare nella riforma interna al sistema.
Un gruppo di studenti che aveva partecipato alla pubblicazione di « Quaderni Rossi
» ( successivamente disciolto in una « Lega Operai Studenti » ) aveva sviluppato una teoria critica del ruolo di capi e sindacati. Questo gruppo rimase in contatto con gli operai della Fiat ed è all’origine del legame fra operai e studenti ( « Quaderni Rossi », per esempio, è stato in grado di pubblicare un giornale clandestino all’interno della Fiat). Per diecimila operai dei picchetti, vi erano ottocento studenti. Gli operai si recavano
spontaneamente alle assemblee nell’università e vi ponevano i problemi molto più chiaramente dei leader studenteschi. Sono stati gli operai a far comprendere agli studenti il ruolo esatto degli studi, della gerarchia, della funzione cui erano destinati. In queste discussioni si instaurava una vera condivisione e mai gli studenti giocarono un ruolo dirigente. Gli operai consideravano del tutto normale che gli studenti fossero al loro fianco e si mescolassero alla loro lotta.
Sembra che il movimento degli studenti nel suo sviluppo abbia portato una nuova nozione della politica con la diffusione del concetto di democrazia diretta. Questo si connette all’evoluzione del movimento operaio stesso. In Fiat e altrove gli operai nel corso degli anni si sono resi conto dell’inefficacia dell’azione sindacale quanto all’essenziale delle loro condizioni di lavoro, soprattutto per quanto attiene all’organizzazione di fabbrica e ai ritmi di lavoro. La debolezza del sindacato come organo di lotta di classe appare loro con nettezza di fronte al rafforzarsi dello tecniche di sfruttamento del padronato. La loro esperienza li conduce a una capacità di analisi dei rapporti di forza realmente esistenti. Nel corso dello sciopero si hanno discussioni in cui viene rimessa in causa la gerarchia, il controllo delle condizioni produttive, tutte cose che portano in direzione della gestione operaia, ma di cui non si parla mai con i sindacati o i gruppi politici. Ad esempio un gruppo di filogenesi parlava solamente dei tradizionali problemi politici e in definitiva non aveva niente da dire agli operai. Al contrario, i contatti con gli studenti si ponevano a tutta prima su quel terreno stesso della gestione.

La situazione in Italia paragonata a quella francese

Quel che è accaduto alla Fiat può essere paragonato a quel che è successo a Flint, alla Renault. Gli operai di Flins sono meno irregimentati che a Billancourt ( per via dell’origine contadina ). Ma per contro, la condizione dei lavoratori stranieri in Francia – e il loro intervento nelle lotte – non può essere paragonata a quella degli operai italiani originari del Sud che lavorano al Nord. Non si può dire che negli scioperi del maggio, gli operai stranieri siano stati i più attivi. per molteplici ragioni.
Ciò che per contro è vero, è la minore presa sindacale sui lavoratori di recente proletarizzazione e il loro maggior attivismo nelle lotte. Anche l’intervento della polizia può spiegare la radicalizzazione del movimento a Flint, ma questo intervento poteva altrettanto essere motivato dal fatto che la situazione vi sembrava più pericolosa per il potere, dato che i sindacati non controllavano lo sciopero. In genere, i contatti agevoli fra studenti e operai in Italia denotano una debolezza maggiore dei sindacati.
Secondo i compagni italiani, l’Italia si trova in una situazione paragonabile a quella della Francia di due anni fa circa. Sul piano economico e sociale non vi è ancora una situazione generale che possa condurre a un movimento generalizzato come in Francia. Fatta eccezione per il movimento degli studenti, tutti i movimenti di sciopero non hanno conoscenza gli uni degli altri : è un po’ per caso che si vengono a scoprire nuclei di raggruppamento, bollettini, eccetera.
Effettivamente, movimenti come quelli sopra citati restano isolati. Se ne possono dare svariate ragioni :
1) L’Italia resta in espansione in una fase ascendente del capitalismo. Non vi è rallentamenti economico : continuano a prodursi importanti trasformazioni economiche. Tuttavia, alcune enclave isolate possono essere colpite, sia da queste trasformazioni, sia da degli inizi di crisi, dal che gli scioperi localizzati.
2) L’Italia non è centralizzata come la Francia: Si tratta di un fattore storico non trascurabile. Le grandi città e le unità produttive che esse costituiscono sono praticamente indipendenti e quasi autonome : uno sciopero, anche importante, ha poca incidenza al di fuori della sua zona.
3) Gli scioperi in Italia sono sempre molto duri : i morti, i feriti vi sono «abituali». Cosa che in Francia al contrario è rara : dal ’50 al ’68 non c’è stata repressione violenta, che in Italia è sistematica.

Queste strutture, che possono spiegare l’isolamento delle lotte, non devono dissimulare il fatto che queste ultime, benché localizzate, si situano a un medesimo livello : non si constatano più i fenomeni locali che precedentemente potevano introdurre importanti differenze. Nessuna regione può essere considerata come «arretrata». Senza che ci siano collegamenti o influssi reciproci, si nota lo sviluppo oggettivo delle condizioni di lavoro e del livello della classe operaia, conseguenza di una medesima concentrazione capitalistica e di un medesimo sviluppo delle tecniche produttive.
In particolare è largamente superata la tradizionale divisione tra Nord e Sud.
Un compagno di I.C.O. sottolinea che è rischioso puntare sullo sviluppo dell’industrializzazione per attendersene uno sviluppo rivoluzionario. L’esempio tedesco ci mostra che non si tratta di una condizione essenziale. I compagni italiani indicano di aver soltanto voluto mostrare che esisteva una unificazione delle lotte e della «qualità» di queste lotte, indipendentemente da ogni propaganda e da ogni attività gruppettara, semplicemente in ragione della concentrazione del capitale in tutta Italia.

Boicottiamo un convegno indegno!

Lega degli operai e degli studenti, Genova, 9 novembre 1968.

Interessante notare l’opinione che già allora gli operai coscienti avevano dello Statuto dei Lavoratori, allora in gestazione e che oggi tanti si trovano ridotti a dover difendere contro un ritorno a condizioni pure peggiori. È del pari interessante lo spirito con cui ci si chiama vicendevolmente a raccolta, che ricorda un poco la sollevazione contro il G8 genovese del 2001. (P.R.)

BOICOTTIAMO UN CONVEGNO INDEGNO!

Oggi a palazzo San Giorgio, il Cardinale Siri (noto azionista, armatore, nonché ecclesiasta insigne) in compagnia di altri loschi personaggi (sindaco, magistrati semifascisti, presidente del CAP, docenti reazionari) presiederà un CONVEGNO NAZIONALE sul tema “TUTELA GIURIDICA DELLA SALUTE DEI LAVORATORI”. Questo convegno, come tutti i convegni, è nello stesso tempo una farsa e una provocazione per tutti, e in modo particolare per gli operai sulle cui gambe e mani rotte si brinderà a non finire, intrecciando squallide danze.

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Infortuniamoli

Volantino del Comitato d’Azione ‟Botte da orbi”, via Balbi 5. Genova, 9 novembre 1968.

Lettera di Mario Lippolis a Riccardo d’Este – Resoconto del secondo soggiorno francese dopo il maggio

Lettera di Mario Lippolis a Riccardo d’Este. Cicagna (GE), 6 ottobre 1968.

Resoconto del dopo Maggio in Francia e parzialmente in Italia, molto indicativo del linguaggio, della confusione e degli stati d’animo del tempo. (P.R.s

 

Mario Lippolis

Via Montallegro 40/17 – Genova

Caro Riccardo,

sono appena tornato dalla Francia dove sono rimasto assieme a un altro compagno della Lega, Mario Moro, per circa un mese. Con questa lettera intendo metterti sommariamente al corrente di alcune cose che ritengo importanti e riprendere almeno a livello personale i contatti che non so a livello di lega quanto funzionino (come tante altre cose del resto). … Read More

In nome del socialismo

Lega degli operai e degli studenti, Genova, 23 agosto 1968.

Testo veramente acuto, ricco di spunti teorici sotto un’apparenza piana. (P.R.)

IN NOME DEL SOCIALISMO…

La Russia con gli alleati tedeschi orientali, bulgari, polacchi e ungheresi ha occupato la Cecoslovacchia per “difendere il socialismo”.

Ma anche i cecoslovacchi, che si oppongono all’invasione, lo fanno in nome del socialismo. Tutto il mondo socialista si è quindi mosso in difesa del socialismo. Da che parte sta dunque il socialismo?
Il mondo borghese è scandalizzato perché un paese è stato occupato militarmente: i borghesi sono indignati in chiara difesa di un paese “socialista”.

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Compagni della Chicago

Volantino del Gruppo della Chicago-Bridge della Lega degli operai e degli studenti, Genova, 12 luglio 1968.

FALL OUT. Numero unico (Genova, 7 giugno 1968)

A pagina 10 articolo ‟la lega operai studenti”.

In basso, ricordo di Sergio Ghirardi e trascrizione articolo.

A PROPOSITO DI FALL OUT, di Sergio Ghirardi.

Tra il 1966 e 67, un clima sociale generale che cominciava a ribollire ha fatto sì che a Genova persino un giornale reazionario come il Corriere Mercantile fosse toccato dalla sensibilità montante di una possibile fine di un’epoca. Una Pagina dei giovani settimanale venne inclusa nella testata, totalmente autonoma dal resto del giornale e dalla sua linea editoriale. Questa iniziativa paternalistica aveva certamente anche un’intenzione di recupero mercantile ma esprimeva anche una sincera curiosità su quella che si chiamava genericamente contestazione e che affascinava anche quanti non si sognavano neppure di discutere un capitalismo dominante ma non ancora trionfante nel suo dominio reale.

Non si tratta certo di sopravvalutare la radicalità di quelle pagine e neppure la mia personale appena in via di formazione. Si è trattato tuttavia di un sintomo interessante.

La società dei consumi si illudeva allora semplicemente di poter consumare anche la giovinezza senza capire ancora quanto la rivolta, il rumore e il furore sarebbero di li a poco andati lontano.

Questa pagina era aperta senza preclusioni a chiunque si presentasse. Mi trovai dunque a parteciparvi, giovane studente di filosofia senza conoscenze altolocate né raccomandazioni di sorta, interessato al giornalismo e all’informazione, diventandone rapidamente un “redattore” accreditato. Le mie tendenze radicali appena nascenti ( avevo allora 19 anni e cominciavo a leggere Marx, Reich e compagnia tra un allenamento ed una partita di calcio, parecchi terzigli notturni nel bar e qualche effusione erotica) mi portarono a far circolare l’informazione su quel che mi sembrava più interessante del panorama genovese. Organizzai così, tra l’altro, in un primo tempo, un’intervista coi membri del circolo Rosa Luxembourg e operai poi, lungo tutto l’arco della mia collaborazione a quella testata sui generis, nell’intento, decisamente ingenuo, di radicalizzarne la funzione. Bisogna dire che allora tutto sembrava davvero possibile per chi avesse la coerenza e la voglia di non accettare compromessi di sorta.

All’interno della redazione c’erano naturalmente anche altre tendenze ben diverse: da quelle liberal-socialiste (di un Giulio Anselmi, per esempio, che imperversa ancor oggi su giornali e schermi come saggio giornalista di sinistra ultramoderata, immutato, con la stessa austera espressione da vecchio padre severo che già aveva allora nonostante la giovane età) a quelle burocratico ricuperatrici (comunisti, gruppuscolari vari e altri maoismi, teologie della liberazione e altri cristianesimi; anche Paolo Virno vi è passato). Claudio Tempo, ottimo musicista creativo e critico musicale con cui fui amico stretto per qualche tempo, ebbe un ruolo centrale in quella microcostruzione di situazione.

Sull’onda del maggio fu improvvisamente decisa una ristrutturazione della pagina, quasi che il giornale, ed i Fassio che ne erano i proprietari, cominciasse a temerla come un cavallo di Troia della contestazione. FallOut fu allora finanziato come una sorta di Potlatch con i fondi redazionali rimasti, come un baroud d’honneur che, componendo con le diverse anime di quel gruppo informale ed eterogeneo, cercava di esprimere il coacervo di tendenze e di rabbie, di desideri e di speranze, di confusioni e di lucidità nascenti che attraversavano un mondo in rapida mutazione. Proprio come in un fall out ognuno partì poi verso i propri diversi destini.

Con l’articolo sulla Lega operai e studenti, della quale del resto ho fatto parte con l’informalità che ha sempre caratterizzato tutte le mie partecipazioni, volevo testimoniare la presenza di una tendenza comunista radicale che avrebbe presto trovato nella teoria situazionista il suo riferimento centrale e soprattutto il suo superamento, la sua critica radicale.

A proposito di FallOut, mi sembra di ricordare – non ho qui sottomano un numero della rivista – che avevamo voluto dare un’idea di tutti i movimenti di rivolta e di resistenza che affioravano dappertutto e che costruivano quella dimensione euforica di una rivoluzione che sembrava ormai ineluttabile. Poi il principio di realtà ha servito diversi aces ed il principio di piacere, quaranta anni dopo, non sembra ancora pronto a rispondergli. L’allenamento comunque continua.

La lega operai studenti

La “Lega degli Operai e degli Studenti” è nata alla fine del 1967, in collegamento con le lotte studentesche nell’Università e nelle Scuole Medie della nostra città, che si legavano del resto a quelle del Paese in pieno svolgimento. Ma sarebbe un errore pensare che la “Lega” sia nata dall’idea, venuta ad alcuni studenti che partecipavano a quelle lotte, di collegarle alle lotte operaie in modo volontaristico e dovuto ad una convinzione esclusivamente ideologica.

In realtà, preesistevano gruppi di militanti rivoluzionari, operai e intellettuali, che da tempo lavoravano, con certe impostazioni politiche, alle fabbriche e ad essi si erano avvicinati gruppi di studenti che cercavano di condurre anche nella Università e nelle Scuole Medie cittadine, una lotta che si avvicinava, nella concezione generale, a quella che cercavano di stimolare e appoggiare nelle fabbriche i militanti, operai e intellettuali già riuniti ed operanti nel Circolo “Rosa Luxemburg”, cui pervennero i gruppi di studenti di cui abbiamo detto. Quando si svolsero le lotte studentesche nel novembre e dicembre del 1967, mentre si svolgevano altre lotte operaie, queste, in un settore dell’Italsider-Sci e alla Cressi-sub i militanti operai, intellettuali, studenti si trovarono insieme in tutte queste lotte. E da questa unione pratica, e dalla discussione politica dei metodi, delle motivazioni, degli obiettivi delle lotte, dalla necessità constatata di unificarle in una lotta comune contro un comune nemico nacque la convinzione della necessità di organizzarsi nella “Lega” in cui confluirono i militanti del Circolo “Rosa Luxemburg”.

Naturalmente, la chiarificazione politica e la organizzazione concreta sulla base della prima, non furono cose agevoli nella “Lega”, come invece era parso a molti dei suoi membri, se non a tutti, quando si risolse che era venuto il momento di costituirla. La provenienza politica e sociale, le esperienze, l’ambiente culturale e di lavoro ecc, erano molto differenti per i membri della “Lega” e fra alcuni gruppi (tra gli intellettuali di diversa formazione, e soprattutto fra gli studenti e gli operai) le differenze erano fortissime, come è comprensibile. Rendere omogenea la “Lega” non era un compito facile, e del resto è lontano dall’essere risolto. Ma alcuni principii unificatori sono divenuti comuni ai membri della “Lega”. Il primo è che nessun “fronte” di classe può sovvertire questa società, se non ha come perno la presenza attiva della classe operaia, sia a livello nazionale che internazionale, del resto inscindibili fra loro. E perciò le ideologie castrista, guevarista e maoista, sostenitrici della guerriglia e delle rivoluzioni contadine del Terzo Mondo che alla fine faranno esplodere le contraddizioni anche all’interno del capitalismo avanzato delle metropoli industriali, quando cioè la “campagna” internazionale (il Terzo Mondo) avrà assediato e costretto alla resa la “città” internazionale (il mondo capitalistico sviluppato), promovendo in essa la guerra civile fra capitalisti e operai. Queste ideologie, dicevamo, non sono le nostre, perché accantonano la classe operaia come soggetto storico centrale della rivoluzione capitalista. E’ una concezione meccanica, ci sembra, perché vede un fronte compatto nel Terzo Mondo contro il capitalismo imperialista., fronte che non è mai esistito in questa forma.

Nel Terzo Mondo esistono gli strati sociali (essenzialmente contadini) più sfruttati e oppressi della terra, ma esistono anche borghesie, burocrazie, ceti medi, che sono pronti ad ogni compromesso con l’imperialismo, quando la lotta contro di esso minaccia il loro potere di classe “in loco”. Le lotte del Terzo Mondo contro l’imperialismo non sono “funzionali” ad esso, come qualcuno sostiene (andando al polo opposto rispetto ai maoisti, guevaristi e castristi) perché l’imperialismo le eviterebbe volentieri, anche se i loro sviluppi non hanno mai compromesso radicalmente il capitalismo. Vederle come lotte “funzionali” significa immaginare omogeneo e compatto il fronte imperialista, cosa che non è, non solo per i contrasti fra i capitalismi, ma fra borghesia e burocrazia da una parte, e classe operaia con altri strati sociali dall’altra.

Non si tratta di creare una posizione equilibrata o mediana fra queste due, ma rendersi conto che il Terzo Mondo, è contraddittorio, sul piano di classe, né più né meno del capitalismo imperialista. E rendersi conto (se si mantiene la concezione della classe operaia come soggetto storico potenziale della rivoluzione anticapitalista) che la lotta di classe nel mondo capitalista è fondamentale, nel senso che ad essa diventerà funzionale la rivoluzione contadina del Terzo Mondo, e non l’inverso. Ma questo implica che non si consideri la classe operaia come integrata, cioè come incapace, da sola, di arrivare ad esprimere la coscienza della propria lotta e ad organizzarla nei Soviet, consigli, comitati ecc, organismi rivoluzionari di massa che non esprimano il potere degli operai, ma siano questo potere in atto. I sostenitori della seconda tesi di cui sopra, che vedono nel mondo capitalista un fronte compatto, almeno per ora, sostengono questo perché la classe operaia è in esso integrata, per loro, nel senso anzidetto. Ma, appunto, per questo, siccome la classe è incapace da sola di arrivare alla coscienza politica rivoluzionaria, questa coscienza è fuori della classe, negli “intellettuali-scienziati” e “rivoluzionari” di professione che costituiscono Il Partito, coscienza permanente della classe operaia e, naturalmente, scienza. Perciò, per questi gruppi politici, la compattezza del mondo capitalista non è dovuta alla mancanza o insufficienza di una autonoma azione ed organizzazione di classe (perché questa non ci sarà mai, secondo loro), ma alla mancanza del Partito, che cosciente della classe, la guiderebbe contro il regime capitalista ecc. ecc. Perciò questi gruppi politici, di matrice leninista in senso lato, pensano le stesse cose dei maoisti ecc., nei riguardi della classe operaia: integrata nel sistema, da cui una certa compattezza del mondo capitalista. Solo che i maoisti pensano che la classe operaia sarà spinta alla lotta dalle vittorie antimperialiste, e i “leninisti” dalla creazione del Partito. Entrambe le concezioni sostengono comunque che la classe operaia non ha, e non avrà, alcuna autonomia, ma si muoverà per cause esterne (la lotta del Terzo Mondo, l’azione del Partito).

Queste concezioni, da respingersi secondo la “Lega”, sono poi tutte definibili come burocratiche. Esse concepiscono la classe operaia come massa inconsapevole, che, deve essere guidata dagli specialisti (economicismi, politici strateghi, “professionisti” della rivoluzione) e naturalmente intellettuali borghesi o assimilati. Nella quale concezione si ravvisano tutte le teorie fondamentali del capitalismo che si vorrebbe combattere prima fra tutte la gerarchia.

L’organizzazione, nel capitalismo, non può che essere gerarchica, e così pensano anche questi “rivoluzionari”.

La borghesia è lo stato maggiore, di cui gli operai sono la truppa: entrambi sono necessari, il primo per sfruttare, e la seconda per essere sfruttata. E tutta la gerarchia della società capitalista, che ha come compito di imporre e sviluppare lo sfruttamento dei lavoratori, è l’unica forma di organizzazione della società. Ma i leninisti non pensano in modo diverso: il Partito (cioè la sua burocrazia, perché cosa sono i “rivoluzionari” di professione, gli “scienziati”, se non burocrati inamovibili perché “sanno”, mentre quelli che potrebbero o dovrebbero rimuoverli o controllarli non possono farlo perché, appunto, non “sanno”?) è lo stato maggiore, e gli operai la truppa. E se il Partito guida la classe al potere, una volta rovesciato il capitalismo privato, gli sostituirà un capitalismo burocratico, nel quale la burocrazia del Partito darebbe garanzie che questi fenomeni non si ripeterebbero, quando la concezione che lo anima, è la stessa che ha animato i vari Partiti, che hanno dato luogo al capitalismo burocratico.

Del resto, il Partito più illustre fra questi, quello bolscevico russo, ha lottato contro la tendenza a diventare classe dominante per anni, senza evitarla. C’era arretratezza russa, l’isolamento internazionale, ecc. ma anche se la rivoluzione, concepita in quel modo burocratico, si fosse estesa alla Germania o all’Europa occidentale, si avrebbe avuto un capitalismo burocratico lo stesso, senza gli errori dello stalinismo forse, ma non meno antioperaio, alla fine. Una concezione burocratica che nega ogni autonomia alle masse operaie, non può che portare ad un regime burocratico (cioè capitalista, cioè sfruttatore).

L’organizzazione, sia politica che sociale, non è necessariamente solo gerarchica (burocratica): ammettere questo, significa accettare il capitalismo come immortale.

Le masse operaie hanno dimostrato di sapersi organizzare esse stesse, coscienti ed autonome, dunque di essere rivoluzionarie.

La Comune del 1871, i Soviets del 1905 e del 1917, i Consigli tedeschi del 1918-19, i Comités Obreros y Campesinos del 1936 in Spagna, i Consigli operai ungheresi del 1956 sono esempi di ciò. La loro organizzazione non era gerarchica ma collettiva, ed essi aprivano la via alla costruzione di una nuova società, che non sarebbe stata il capitalismo burocratico ma il socialismo. Distruggere il potere della borghesia non basta, se poi l’apparato statale resta lo stesso nella struttura, l’organizzazione gerarchica e tecnologica del lavoro e della società restano con gli stessi principi: questo significa che la sostanza è rimasta, lo sfruttamento e la divisione in classi sono intatti, solo che una burocrazia già rivoluzionaria ha preso il posto della borghesia espropriata, trasformando il capitalismo privato in capitalismo di stato. Il dramma è poi ancor più grave, se tutto ciò viene mistificato definendo il capitalismo di stato come socialismo, come è regolarmente avvenuto dall’URSS in poi.

La “Lega” respinge l’organizzazione gerarchica burocratica: tutti i militanti decidono ed eseguono insieme l’attività comune, senza dirigenti stabili, né formali né di fatto, che finirebbero per pensare per tutti e dare degli ordini sulla base di conoscenze e capacità che magari sono anche reali, ma non per questo devono essere uno strumento di potere dirigente. Il monolitismo non esiste (esso è sempre imposto da qualcuno, in realtà), ma naturalmente in una organizzazione politica la volontà della maggioranza stabilisce l’azione per tutti, anche per la minoranza (la quale dal punto di vista delle idee mantiene le proprie, ma sul piano dell’azione è tenuta ad eseguire le decisioni della maggioranza). Diversamente, non sarebbe questione di organizzazione burocratica o antiburocratica, ma semplicemente non vi sarebbe organizzazione (il che è burocratico, perché lascia che la società ci organizzi in qualche modo, cioè in modo borghese).

La burocrazia non è uno stile di lavoro, ma uno strato sociale della nostra società che aumenta sempre più. In altre società essa è una classe dominante, sfruttatrice: e questo è l’obiettivo della burocrazia, compresa quella dei Partiti e Sindacati “di sinistra”:

Le burocrazie “operaie” non respingono nessuno dei “valori” della società capitalista, dalla divisione fra dirigenti ed esecutori, alla divisione gerarchica dei salari, alla struttura statale, al rapporto sociale oppressivo. Noi consideriamo le burocrazie “operaie” come parte del sistema di sfruttamento operaio. Ma esse, grazie ad una serie di avvenimenti storici, e grazie agli attivisti di fabbrica hanno ancora una certa influenza sugli operai, specie sul piano sindacale. Ignorare ciò significa non arrivare agli operai, o non essere compresi, perché è difficile sostenere che un attivista sindacale, operaio egli stesso, è inserito nel meccanismo dello sfruttamento. Nell’azione per stimolare o appoggiare lotte autonome operaie, da cui possa uscire un embrione di autorganizzazione di classe, non si può ignorare l’importanza delle rivendicazioni operaie né quelle dei sindacalisti di fabbrica, che bisogna coinvolgere in queste lotte, perché sono poi i sindacati che firmano i contratti di lavoro; e finché non esiste una organizzazione autonoma operaia che strumentalizzi i sindacati a suo vantaggio, essi non possono essere ignorati, dando per scontato ciò che per gli operai non lo è ancora, né può esserlo, se non sulla base di una esperienza di autonomia e di organizzazione operaia positiva, e non progettata. Questa esperienza non c’è ancora se non in momenti particolari, insufficienti a stabilizzarla.

La “Lega” non si pone come potenziale gruppo dirigente della classe operaia, per guidarla al socialismo, ma come gruppo di militanti che intervengono dovunque ci siano lotte o sintomi di lotte operaie o studentesche, per estenderle e rafforzarle per quanto è possibile, proponendo un tipo di lotta, di organizzazione, di scopi che è idealmente antiburocratico, ma che diventa tale praticamente solo se gli operai si riconoscono in esso.

Nessuna direttiva può essere portata dalla “Lega” agli operai, perché sarebbe inutile dire che cosa gli operai debbano fare, se sono convinti che gli operai possano trovarlo da soli (magari col nostro aiuto ma nulla di più). Noi possiamo avere una esperienza politica più o meno ampia, ma non possiamo sostituirla a quella operaia senza portarci su posizioni tradizionali, reazionarie. Noi appoggiamo e cerchiamo di sviluppare le lotte, ma non le inventiamo né le dirigiamo. Questo è ciò che è stato fatto per decenni, coi bei risultati che si possono vedere agevolmente: i padroni sono organizzati a tutti i livelli, gli operai sono isolati fra loro al massimo grado. Le loro “organizzazioni” politiche e sindacali hanno il compito di dividerli e non di unirli, perché inserite nel regime, che ha l’obiettivo di tenere divisi gli sfruttati, e cementare gli sfruttatori e i loro tirapiedi.

Il rifiuto degli studenti di trasformarsi in funzionari del capitale contro gli operai nelle fabbriche, sotto forma di tecnici, periti, ingegneri, pianificatori, relatori umani, psicologi e medici aziendali, ecc., dirigenti insomma, significa che il nemico è lo stesso, la società dello sfruttamento con le sue gerarchie apposite e funzionali.

Unire dunque la lotta operaia e studentesca appare necessario, anche se operai e studenti non sono nella stessa situazione e non possono muoversi con moduli identici. Il sistema delle assembleedi base studentesche, che discutono e decidono, non può essere esteso alle fabbriche per semplice proposta, perché nelle fabbriche questo sistema significherebbe la vigilia della rivoluzione, e la situazione non è questa. Così, l’ostruzionismo permanente all’attività reazionaria delle burocrazie accademiche, trasferito nella fabbriche sarebbe il potere nelle mani degli operai; il loro completo controllo sulla produzione, sui ritmi, sui tempi, sull’organizzazione del lavoro, cioè la vigilia della rivoluzione, anche qui. Ma l’obiettivo comune e i mezzi comuni, anche se usati in modi e tempi diversi per necessità, implicano la pianificazione delle lotte e l’organizzazione comune di esse. La “Lega” si propone anche questo compito unificatore, attraverso i suoi militanti operai e studenti.

Nessuno si nasconde le difficoltà della omogeneizzazione politica del movimento studentesco, per l’origine sociale, la situazione nella società, le caratteristiche stesse di vita degli studenti. Ma questa omogeneizzazione politica e il collegamento con le lotte operaie, devono essere obiettivi permanenti dei militanti rivoluzionari. Vanno rifiutate le posizioni che vedono negli studenti una masnada confusa ed ignorante, da cui però si possono trarre dei quadri peril fantomatico “Partito di classe” che si deve creare da sempre, e non si crea mai. Questo atteggiamento di disprezzo è simile a quello tenuto da questi “rivoluzionari storici” di stampo “leninista” verso gli operai: massa incosciente da cui si possono trarre alcuni elementi “buoni” e per il resto non può che essere guidata per mano verso le grandi mete…

L’atteggiamento burocratico è sempre lo stesso, e si manifesta in modo identico: lo stato maggiore osserva la truppa, anonima e senza anima, con occhio sprezzante, e ne trae qualche individuo per promuoverlo caporale o sergente perché “promette bene”. Questo, se è fatto dalla burocrazia sovietica, potente classe dominante, è un fatto importante, anche se va respinto politicamente: ma quando lo stesso atteggiamento distingue movimenti di poche persone, senza poteri nelle mani, che ne hanno davanti milioni, la cosa diventa delirante.

In una situazione come quella attuale, in cui il capitalismo si burocratizza (e cioè si organizza, dal suo punto di vista) sempre più, in cui la pubblicità e i consumi, la manipolazione e la propaganda, la privatizzazione e la sfiducia orchestrata, arrivano dovunque: in cui burocrazie di ogni genere si ampliano e si estendono dal movimento operaio alla produzione, alla cultura, all’amministrazione politica, ecc.; in cui la classe operaia non dà segni evidenti di autorganizzazione e di autonomia di classe; in cui l’atomizzazione è massima da ogni punto di vista; in questa situazione, dicevamo, cercare di mantenere e sviluppare posizioni antiburocratiche, rivoluzionarie, classiste, può apparire un compito disperato. E’ invece un compito che va assunto con serenità, modestia, coscienza delle difficoltà, e senza illusioni, facili entusiasmi o fanatismi: deve essere non un lavoro “straordinario” dopo le ore di fabbrica o d’ufficio, ma un modo di vivere.

La “Lega”

Facciamo nostro il grido dei compagni francesi

Lega degli operai e degli studenti, Genova, 4 giugno 1968.

Interessante la scelta di partecipare alla manifestazione CGIL sia pure da dissidenti. Rimarchevole in tutti questi volantini l’utilizzo di un frasario ancora interno alla tradizione marxista leninista, cui tutti, autori e lettori potenziali, erano avvezzi; ma parallelamente la grande cura nel non riproporre alcuna delle vecchie cianfrusaglie della sinistra. La lettura progressiva dei testi dell’epoca consente di assaporare la progressiva presa di coscienza teorica da parte dei compagni della Lega, frutto tanto delle letture (le cui tracce affiorano in certe locuzioni mai intese prima e oggi magari di uso corrente) quanto delle esperienze pratiche in seno al movimento. (P.R.)

MARTEDÌ ALLE 18/ TUTTI A CARICAMENTO.

FACCIAMO NOSTRO IL GRIDO DEI COMPAGNI FRANCESI: “POTERE ALLA PIAZZA, DELLE FRONTIERE CE NE FREGHIAMO”

Gli operai e gli studenti francesi in lotta ci insegnano che le strutture degli stati borghesi non sono così robuste come appaiono, la breccia aperta dalle lotte studentesche si è allargata sino al punto di minare l’intera struttura sociale.

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W la lotta del proletariato francese

Comitato genovese di solidarietà. Genova, maggio-giugno 1968.

SUL RETRO: Elenco parziale dei nomi degli universitari della Lega.

W LA LOTTA DEL PROLETARIATO FRANCESE

Operai!

Lo sciopero generalizzato degli operai francesi ha messo in crisi per la sua estensione e radicalità l’intero potere capitalista in Francia. Gli operai hanno abbandonato le forme usuali di lotta e hanno scelto l’occupazione delle fabbriche come generale strumento di lotta, opponendo alla violenza del capitale la propria forza sociale. Hanno abbandonato le forme di lotta settoriali ed articolate che le direzioni opportuniste dei sindacati hanno sempre portato avanti: in questo modo il movimento si è esteso a dieci milioni di proletari e si è centrato su obiettivi fondamentali di lotta allo sfruttamento:

1) Aumento del salario minimo a 1000 franchi (125.000 lire).

2) Riduzione dell’orario di lavoro settimanale da 46 a 40 ore.

Il capitale e lo stato francese sono stati appoggiati dalla forza politica e finanziaria del capitale internazionale, dai partiti opportunisti, dalle direzioni sindacali, che colla loro azione hanno soffocato e disperso la lotta e salvato il sistema capitalistico.

La risposta alla lotta del proletariato è stata estremamente violenta, nelle strade di Parigi la violenza poliziesca ha decimato le file degli operai e degli studenti rivoluzionari che erano scesi in lotta accanto a loro; le cifre sui morti ed i feriti sono state nascoste e falsate dagli organi di informazione, ma nessuno può negare che il sangue è stato sparso sulle barricate di Parigi, delle altre città francesi e davanti alle fabbriche rimaste in mano agli operai che continuavano in tutte le assemblee a rifiutare duramente le concilianti proposte degli opportunisti che dirigono i sindacati.

La democrazia borghese ha poi gettato la maschera ed ha aggiunto alla violenza sistematica contro il proletariato la messa al bando di quei raggruppamenti politici di avanguardia che rifiutano il riformismo e la pace sociale.

L’opposizione antiparlamentare francese è stata così colpita, ma non in modo mortale se tutte le forze rivoluzionarie in Francia e fuori sapranno rispondere a questo attacco; così come il proletariato francese non è stato sconfitto, ma ha aperto una più alta fase di lotta per tutta l’Europa.

SOLIDARIZZIAMO COL PROLETARIATO E CON I RIVOLUZIONARI FRANCESI

PARTECIPIAMO ALLA MANIFESTAZIONE CHE SARÀ TENUTA DOMENICA 7 ALLE ORE 10 IN VIA BALBI N° 6

SARANNO PRESENTI ESPONENTI DEI RAGGRUPPAMENTI RIVOLUZIONARI FRANCESI

Non isolare i rivoluzionari francesi! Battere gli affossatori della rivoluzione!

Lega degli operai e degli studenti, Genova, 31 maggio 1968.

Denuncia molto limpida del ruolo dei sindacati e dei partiti di sinistra, la cui opposizione al governo gollista viene smascherata come unicamente formale.
Si tratta di uno dei temi chiave del movimento di allora: se oggi appare come pacificamente noto a tutti, all’epoca si manifestava come un discorso nuovo e dirompente, tale era il peso dell’ipnosi parlamentarista tanto in Francia quanto in Italia.
Notare la dicitura “Supplemento a Il potere operaio”…, una tecnica usata all’epoca per scansare le leggi sulla stampa, che però comportava sovente antipatici scontri con i titolari dell’autorizzazione, che nessuno mai informava.
(P.R.)

NON ISOLARE I RIVOLUZIONARI FRANCESI! BATTERE GLI AFFOSSATORI DELLA RIVOLUZIONE!

Le ultime notizie che provengono dalla Francia ci dicono che le forze reazionarie stanno organizzando una repressione di massa. Finora la repressione era stata condotta solo contro il movimento studentesco, punta più avanzata dell’opposizione extraparlamentare, e non aveva ancora toccato la classe operaia controllata dal PCF e dalla CGT. Oggi, dopo il rifiuto della base operaia di aderire a qualsiasi negoziato, la repressione viene minacciata anche nei suoi confronti: De Gaulle ha fatto convergere su Parigi le truppe corazzate e i paras e si è appellato a tutte le forze reazionarie, perché esercitino il loro “dovere civico” contro l’opposizione extraparlamentare. Mentre De Gaulle organizza la repressione, tende anche una mano all’opposizione democratica controrivoluzionaria (PCF – Federazione della sinistra – sindacati) sciogliendo il parlamento e indicendo nuove elezioni.

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La strumentalizzazione come sistema – Partito Antielettorale Italiano

Genova, 16 maggio 1968.

LA STRUMENTALIZZAZIONE COME SISTEMA

 

«L’on. Codignola (PSU-2314) ha espresso alcuni giudizi che ci paiono degni della più attenta considerazione. Tra l’altro ha detto, rivolto ai colleghi comunisti: “Egregi Colleghi, in un primo momento avete ritenuto di poter avere in mano e di strumentalizzare l’insoddisfazione studentesca. … Read More

Il 7° giorno

Volantino del Gruppo operaio dell’Italsider della LEGA OPERAI-STUDENTI. Genova, 29 aprile 1968.

Compagni di lavoro

Volantino firmato Gruppo operaio Cornigliano Italsider e Lega operai studenti. Genova, 23 aprile 1968.

Sul caso di Paolo Carati

Testo scritto in seguito alla morte sul lavoro dell’operaio portuale Paolo Carati, avvenuta a Genova il 15 aprile 1968.

Il giornale della lega degli operai e degli studenti

Genova, aprile 1968.

SOMMARIO

  • Come noi la pensiamo.
  • Problemi operai: l’‟affare delle pensioni”.
  • DOCUMENTI – Il movimento politico degli studenti in Germania: Risoluzione della 22ª conferenza del S.D.S.
  • Le lotte studentesche: contro la scuola fabbrica di servi.
  • Notizie e interventi.

Convocazione per l’approvazione dei 14 punti costitutivi

Lega degli operai e degli studenti. Genova, 15 febbraio 1968.

 

 

 

 

Convocazione per l’approvazione dei 14 punti costitutivi.

La lega degli operai e degli studenti nasce dal comune riconoscimento dei seguenti punti fondamentali:
1) Come movimento organizzato, il movimento rivoluzionario deve essere ricostruito dalle fondamenta. Questa ricostruzione troverà una solida base nello sviluppo dell’esperienza della classe operaia. Ma essa presuppone una rottura radicale con tutte le attuali organizzazioni, loro ideologie, mentalità e metodi di azione. Tutto ciò che è esistito ed esiste nel movimento operaio (ideologia, partiti, sindacati) è irrimediabilmente e irrevocabilmente finito, integrato nella società di sfruttamento. Ma questa ricostruzione non avverrà nel vuoto. Essa partirà dall’immensa esperienza accumulata in un secolo di lotte operaie.

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Verbali assemblee Lega operai e studenti

Manoscritto dei verbali delle assemblee della Lega degli operai e degli studenti di lunedì 12 febbraio; lunedì 19 febbraio; 9 maggio; 13 maggio; lunedì 20 maggio; giovedì 25 luglio 1968.

Conclusione vergognosa alla Cressi-sub (Genova, 19/1/1968)

Lega degli operai e degli studenti, volantino, Genova, 19 gennaio 1968.

Conclusione vergognosa alla Cressi-sub

Lo sciopero degli operai della Cressi è durato 33 giorni. Essi lottavano perché fosse revocato il licenziamento di 5 loro compagni di lavoro, provocato del fatto che questi cinque operai volevano formare la Commissione interna.

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Una Lettera da Mosca

Per un’opuscolo sugli studenti dell’Est europeo. Stralci da una lettera di Lomonosov, studente dell’Università di Mosca, pubblicata sulla rivista autriaca Forum nel febbraio 1957. Documento incompleto.

Il convegno di Venezia

Relazione sulle “linee” delineatesi al convegno di Venezia, organizzato dal Movimento studentesco di Torino e Trento (Genova, 1968).

Sunto parziale delle risultanze del Convegno di Venezia. Emerge la macchinosità della relazione fra movimento reale e ideologia classista dominante: in breve si sarebbe compiuto un grandissimo passo innanzi affermando la definizione di “proletariato come classe universale”. (P.R.)

 

Il Convegno di Venezia, organizzato dal movimento studentesco di Torino e Trento, con l’esclusione dei filocinesi marxisti leninisti, e la partecipazione con riserva dei due Potere operaio e di Scalzone e Piperno di Roma, ha visto delinearsi due tendenze fondamentali, una tendenza portata avanti … Read More

Università autoritaria

L’assemblea interfacoltà degli occupanti di via Balbi 5, opuscolo ciclostilato. Genova, inizio 1968.

UNIVERSITÀ AUTORITARIA

«Se non siete soddisfatti da nessuno degli insegnamenti che

vi vengono impartiti, non dovevate iscrivervi alla facoltà…

se siete anarchici uscite dall’Università»

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Lettera aperta al Rettore

Volantino anonimo diffuso a Genova a fine 1968 dopo lo sgombero dell’università.
Se continuano a emergere le tipiche incertezze teoriche di quei tempi, va notata – come in quasi tutti gli scritti del movimento genovese – una leggerezza di toni che stride con le plumbee massime in auge in altre città, specialmente a Milano, dove stava già prevalendo il linguaggio mortifero dei craponi maoisti. (P.R.)

LETTERA APERTA AL RETTORE

Grazie, Rettore −

Grazie a Lei il nostro incipiente dialogo ha rapidamente assunto la grandezza delle cose schiette.

Grazie al Suo illuminato intervento abbiamo finalmente avuto modo di apprezzare le Sue virtù democratiche, tanto a lungo modestamente celate.

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Bozza di statuto della Lega degli operai e degli studenti

Bozza di statuto, foglio dattiloscritto. Genova, inizio febbraio 1968.

  1. L’Assemblea viene convocata una volta alla settimana, possibilmente in un giorno fisso.
  2. Le assemblee straordinarie possono essere convocate da qualsiasi membro della lega purché ne indichi l’ordine del giorno.
  3. Nel corso di interventi in cui sia richiesta la presenza di tutti i membri della lega l’Assemblea si considera convocata permanentemente nel luogo stesso dell’intervento.
  4. La sede della lega è aperta tutti i giorni feriali dalle 17 alle 19. Di questo sono incaricati due compagni per sera. Tutti compagni compagni della lega sono tenuti a partecipare ai turni, che verranno stabiliti una volta al mese.
  5. Durante le due ore i turnisti compiranno i lavori necessari al funzionamento della lega (pulizie-ciclostile-archivio).
  6. Tutti membri della lega che ne facciano richiesta possono avere le chiavi.
  7. Per le convocazioni straordinarie della lega e per altri lavori urgenti due compagni di turno sono incaricati di avvisare gli altri membri della lega.
  8. Per questo motivo si ritiene necessaria l’installazione del telefono. Finché questo non avverrà i compagni della lega saranno divisi per gruppi telefonici facenti capo a una persona.
  9. Il cassiere è un membro rotazionale della lega ed è estratto a sorte. La raccolta dei fondi viene realizzata durante le assemblee.
  10. Il volantinaggio viene organizzato durante l’assemblea.
  11. Tutti membri della lega dato il tipo di organizzazione sono ritenuti responsabili del funzionamento della Lega, devono quindi essere in grado di compierne tutte le funzioni in maniera continuativa.

Si considerano membri della lega tutti coloro che si impegnano concretamente a realizzarne le decisioni.

Tutti i membri della lega sono sollecitati a far circolare, sotto qualunque forma, ogni tipo di materiale che essi ritengono interessante.

Per tutti quei compiti che non possono essere svolti collettivamente l’assemblea designa con competenza specifica e mandato imperativo e revocabile (al termine del compito stesso) uno o più compagni della lega.