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Ai lavoratori consortili

Volantino, Genova 15 aprile 1969.

A proposito di un’assemblea svolta il 10 aprile nell’officina del C.A.P., «per decidere l’atteggiamento da assumere dopo i gravi fatti di Battipaglia». Firmato da Manstretta e altri.

Richieste formulate dal Comitato di base delle Nuove

Volantino diffuso nelle carceri Le nuove a Torino, 13 aprile 1969. (In calce, appunto di Panco Ghisleni)

1) Questo foglio deve venire pubblicato sui giornali locali nel suo testo integrale.
2) Si chiede che venga indetta domani una conferenza stampa di cinque detenuti per ogni braccio con i rappresentanti di tutti i giornali locali.
3) Si chiede che entro il 15 aprile c.a. sia inviato un rappresentante del Municipio e uno della Prefettura e siano introdotti in ogni singolo braccio a discutere pubblicamente con le varie commissioni.
4) Che le celle dei singoli bracci restino aperte sino alle ore 16 fino a quando che non verrà la commissione Parlamentare e che durante tutte le restanti ore sia aperta la porta in legno delle singole celle.
5) Che venga garantita ogni rinuncia a punizioni per i fatti avvenuti sino ad ora e relativi trasferimenti.
6) Domani stesso vengano indette elezioni a scrutinio non segreto controllate dalla Commissione Costituente di numero 5 detenuti per ogni braccio per la conferenza di cui al punto 2 e per prospettare i problemi carcerari.
7) Siano inviati dei membri della Commissione Parlamentare preposta alla riforma dei codici a venire entro 5 giorni alle Carceri Giudiziarie di Torino per sentire le richieste delle commissioni detenuti.
8) Oggi la commissione costituente deve poter girare liberamente per i bracci.
9) Che le commissioni elette come al punto 6 formulino a breve scadenza le modifiche a regolamento carcerario che si renderanno necessarie.
10) SI PROMETTE CHE ENTRO QUESTI CINQUE GIORNI NON VERRANNO COMMESSI ULTERIORI DANNEGGIAMENTI.
NEL CASO CHE TUTTI GLI ANZIDETTI PUNTI NON VENGANO INTEGRALMENTE ACCETTATI LA COSTITUENTE SI SCIOGLIE E NON RISPONDE IN ALCUN MODO A CIÒ CHE AVVERRÀ AL CARCERE.

Torino, 13 aprile 1969

Una rivolta esemplare (Battipaglia)

Un gruppo di compagni. Genova, 11 aprile 1969.

UNA RIVOLTA ESEMPLARE

La gente quando si rivolta conosce i suoi obiettivi: a BATTIPAGLIA non hanno portato petizioni al prefetto, ma hanno cercato di dare fuoco al municipio ed hanno devastato l’esattoria delle tasse, non hanno colloquiato con le forze dell’ordine, ma le hanno assediate nel cimitero ed hanno incendiato il commissariato, non si sono lamentati del prezzo delle merci, ma hanno saccheggiato alcuni negozi, non hanno infine fatto una processione ma hanno bloccato la ferrovia e l’autostrada e hanno continuato a battersi fino al rilascio dei fermati.

La gente quando si rivolta sa quello che vuole: farla finita con tutta l’oppressione e i suoi simboli odiosi, farla finita con lo sfruttamento ed i suoi gestori.

I borghesi si preoccupano e dipingono a tinte fosche la situazione: esasperazione, teppismo, confusione, anarchismo: NO, È MOLTO PIÙ SEMPLICE, LA GENTE VUOLE FARLA FINITA CON QUESTA SOCIETÀ. Ha intrapreso la strada che non ha sbocchi per chi segue la logica del bravo borghese o dell’ordinato cittadino; le azioni rivoluzionarie possono essere recuperate solo con la menzogna o col silenzio. A nulla servono gli appelli del governo alla calma, i telegrammi cinici di Saragat alle famiglie delle vittime… LA CALMA DOPO AVOLA È L’INCENDIO DI BATTIPAGLIA, e i sindacalisti non possono imporre rivendicazioni e devono solo gettare acqua sul fuoco.

E che fa l’opposizione? Quella seria, quella comunista? Cerca di far rientrare una vittoria all’interno della tradizione della sconfitta, cerca di circoscrivere l’incendio, collabora nel formare intorno a Battipaglia un solido cordone sanitario.

Ma gli obbiettivi veri, quelli della rivolta, dove sono andati a finire? Quelli vanno conculcati, respinti indietro. Delle vittorie, delle azioni reali, esemplari, chi parla? Non l’Unità che piange sui morti, unica vittoria degli avversari, e cerca di dare ai lavoratori solo l’immagine della loro impotenza, della frustrazione della sconfitta. È l’unico modo che le resta per tentare di far rientrare il movimento all’unico livello che essa conosce, quello della democrazia borghese.

Quotidianamente ci illudiamo – la società civile ci facilita in questa illusione – che le cose che ci circondano siano nostre, che il loro uso, il loro possesso ci sia permesso, sia pure mediatamente, attraverso il denaro, salario od altro che sia: è un’illusione che Battipaglia oggi distrugge.

Quando degli sfruttati negano e bruciano una società che li opprime ed affermano il loro potere reale sulle cose, si impadroniscono di una città, le forze di chi oggi ha in mano il potere distruggono gli uomini, li uccidono perché la società borghese, espropriatrice dell’uomo, non può tollerare di essere espropriata.

Di fronte agli sfruttati che guardano verso l’incendio di Battipaglia con speranza, non ci sono obbiettivi intermedi, richieste da fare alla democrazia. Poiché là non ci si difende – si attacca – non bisogna chiedere il disarmo del nemico, ma le armi per i compagni. E se per noi il momento non è ancora venuto, non bisogna versare lacrime di coccodrillo sui compagni di Battipaglia, ma imparare che il nemico o lo si attacca o la nostra sconfitta è permanente.

Un gruppo di compagni

Genova 11/4/69