POSTFAZIONE di un FAZIOSO
Del comontismo occorre anche dire che…
L’iniziativa di raccogliere questo materiale e di rievocare la presenza, nel quadro politico dell’inizio anni settanta del novecento, di un gruppo di persone raccolte intorno a un’idea di mondo e di vita, da loro definita comontismo, con un neologismo che trova come unica giustificazione il fatto di essere ancora comunisti nonostante il giudizio sulle realtà nazionali che si erano espresse in nome del comunismo, merita indubbiamente plauso, più che altro per aver sottratto al macero una serie di iniziative editoriali e all’oblio una intensa serie di relazioni umane, finalizzate fra l’altro ad attuare, come si legge nel testo, un modo di essere, non solo una metodologia di ricerca e una modalità di analisi critica e di comunicazione.
Ciò detto, rimane un vuoto centrale che non fu mai colmato allora e non si può provvedere a farlo ex post, sulla scorta di ricordi, dove la memoria di ciascuno può essere solo integrativa di quella di tutti gli altri, senza collimare. Non si può farlo perché comontismo, come idea o aspirazione, come comunità potenziale o parzialmente realizzata, non è mai stato patrimonio condiviso di un’intera comunità di persone, per quanto esigua possa essere stata. L’unica modalità che avrei visto come proponibile sarebbe stata l’intervista al più ampio numero di partecipanti a quell’esperienza, interviste che sarebbero state rappresentative all’inizio degli anni 90 e poi sempre di meno per la progressiva scomparsa degli ex comontisti. (un valido esempio di questa modalità di lavoro di ricostruzione la si trova nel Libro “STORIA DI POTERE OPERAIO La Generazione degli Anni Perduti). Non credo che si possa enunciare un solo argomento che non fosse divisivo e sul quale si potesse trovare reale identità di vedute in più di due o tre persone.
Si potrebbe dedurne che vi fosse una vivacissima produzione intellettuale e una varietà di punti di vista che la rifletteva. Non credo che sia così, si può affermare che intorno a idee dominanti si radunassero soggetti che si caratterizzavano per la propria capacità di essere liquidi, aggregandosi e disaggregandosi per ogni differente argomento. Non si può sostenere che vi sia stata un’ampia produzione teorica. Il buon lavoro di Leonardo Lippolis, nel secondo tomo, lo conferma.
In verità, come è stato accennato nel testo, le differenti modalità di pensiero non potevano essere coesive, così come invece lo è stato in parte il modo di vivere. Molto differente anche la tipologia caratteriale delle persone, che condizionava principalmente l’interpretazione diversa dell’essere comontisti.
L’aggregazione primigenia, 1971-72 per intenderci (Ponte a Egola e poi Firenze), evidenziava un’organizzazione e uno stile di relazione fortemente gerarchica, seppur sempre informale. Un padre padrone, presunto detentore delle idee forti proposte nelle prime pubblicazioni, dettava lo stile, definiva ciò che era conforme al pensiero rivoluzionario e quanto invece doveva essere evitato; promuoveva un comportamento aggressivo, macho, e individuava il comportamento femminile utile ad assecondare il mantenimento di una comunità riverente allo stile proposto.
Il capo e i suoi accoliti più fedeli si muovevano all’unisono, secondo il gradimento e i gusti del capo, che aveva attitudine ad entrare in conflitto anche fisico con chiunque ne potesse minacciare la supremazia.
Più che di una modalità semplicemente maschilista o para-mafiosa, si trattava di una riscoperta della legge della giungla, dove si faceva tabula rasa di ogni regola perché la regola era data di volta in volta dal comportamento del maschio dominante (l’assimilazione più scientifica credo possa essere a una comunità animale in natura intorno al maschio alfa). Solo pochi eletti potevano esimersi dall’acquiescenza ed erano uno, forse due maschi: uno di forte carattere, arguzia e abilità manuali, l‘altro di esplicite capacità intellettuali. Costoro non ne subivano le regole ma garantivano di non proporsi in modo competitivo nei confronti del capo, sia per la frequente distrazione dalle tematiche più propriamente politiche dell’uno che per la mitezza del carattere dell’altro.
Veniva formandosi una gerarchia informale in cui ciascuno traeva la propria legittimazione in funzione della prossimità al capo e alle sue donne. La donna del capo era un riferimento per tutte le altre.
Era già presente in questa prima fase la tossicodipendenza del capo, il quale fondava le relazioni sulla soddisfazione della propria attitudine ossessiva al proselitismo (chi non è con me, è contro di me), pertanto progressivamente ciascuno che entrasse o si avvicinasse al gruppo storico, oltre a professare ascolto del capo, condivisione delle idee e degli scritti (sparuti, romantici, vitalisti e in alcuni passi futuristi), doveva preferibilmente condividere i gusti sulle varie tipologie di sostanze e dipendenze, dagli alcolici alla pentazocina al cloridrato di morfina, mentre erano sottovalutate l’erba, l’hashish e gli allucinogeni.
La provenienza sociale delle persone nel gruppo, ma anche di molti supporters o satelliti, era prevalentemente la piccola borghesia relativamente benestante e il livello culturale era liceale-universitario. Facevano eccezione due o tre casi, considerati emblematici, di ex-operai con scarsa dimestichezza allo studio e alla lettura.
A dispetto delle idee propalate di rivoluzione, era fortissima la resistenza al cambiamento da parte della maggioranza degli adepti, che perpetuavano una ritualità di vita quotidiana dominata dal rifiuto teorico-pratico del lavoro e dalla necessità di approvvigionamento di sostanze stupefacenti, la cui fonte erano in quel periodo le farmacie, sia per la scarsa disponibilità di sostanze nel mercato alternativo sia per i costi di quelle presenti. L’acquisizione nelle farmacie induceva la necessità di ricette, ottenute da medici compiacenti o da falsificazione e l’individuazione di farmacie meno rigide nell’elargizione dei prodotti. Queste dovevano essere numerose, non potendo mettere alla prova la stessa farmacia per più volte al giorno e per più giorni consecutivi. Ad ogni spostamento del gruppo era necessario disporre di una mappa delle farmacie di zona, battendo l’area sistematicamente.
La disponibilità di mezzi di trasporto era inevitabile per raggiungerle, pertanto ogni proprietario di automobile era ben accetto nel gruppo, che ha raggiunto l’autonomia di movimento acquisendo capacità nel furto di mezzi di locomozione, divenuto pratica illegale comune, con acquisizione di competenze e abilità, tenute in considerazione nella ridefinizione gerarchica.
La fonte di reddito del gruppo erano le provenienze familiari e il concorso di ospiti malcapitati che venivano prosciugati in nome della solidarietà e della condivisione rivoluzionaria. Poco dopo, l’introito principale divenne il furto di libri, anche con risultati eccezionali e oggi impensabili, cui seguiva rivendita sistematica a ricettatori librai o in casi meno frequenti a privati che avevano commissionato titoli ed edizioni specifiche.
I proventi delle attività illecite erano consumati in piccola parte per il sostentamento ma di più per l’acquisizione di droghe. L’alimentazione era trascurata, spesso preconfezionata, malsana, raramente prodotta in loco se non da rari cucinieri. L’igiene era ignota o addirittura disprezzata e la sua inosservanza era segno di adesione al gruppo e alle sue finalità; era evitata in cucina, in bagno, a letto, dove la diffusione di infezioni della pelle o sessualmente trasmesse era all’ordine del giorno, non solo per la promiscuità abituale e lo scambio di partner ma soprattutto per l’inosservanza di qualunque regola d’igiene.
L’intera giornata era spesa per il ciclo di produzione e consumo e il gruppo rimaneva fuori casa molta parte della giornata, prevalentemente “per farmacie” oppure “per librerie”-
Gli incontri, le riunioni, erano abitualmente serali e successivi alla soddisfazione del consumo degli stupefacenti.
La giornata terminava a notte inoltrata / prima mattina, avendo proceduto nel corso della notte alla generazione di illegalità che godevano del beneficio dell’oscurità e/o a un ulteriore giro “per farmacie” (la mappa delle notturne “facili” era sempre disponibile). Lo stesso apprendimento della navigazione della città, per coloro che non ci avessero vissuto prima, era modulato dalla memorizzazione dei luoghi dove insistevano le farmacie (per indicare un luogo si diceva vicino alla tale o talaltra farmacia).
L’intolleranza per lo stile gestionale del gruppo, per l’arroganza, per la seriosità triste, per l’assenza di ironia e l’eccesso di sarcasmo e cinismo, per la coercizione latente o esplicita, per il machismo e la conseguente accondiscendenza rassegnata delle donne, più che la diversità di opinione sugli argomenti teorici, comunque presente, hanno prodotto la frattura insanabile fra due principali componenti dei comontisti, quella milanese e quella torinese, con scambio di due torinesi che si sono trasferiti fra i milanesi e un milanese trasferitosi espressamente a Torino. La torinese a Milano è riuscita a mantenere la relazione sentimentale con un torinese che a tratti faceva capolino e il milanese torinesizzato continuava a incontrarsi di sfuggita con un milanese in segno di imperitura amicizia.
Vi erano comunque differenze incolmabili fra Torinesi e Milanesi anche a livello teorico e di linguaggio.
In un passo di volantino del Movimento Martellista, prodotto da D’Este e Eddy Ginosa, perciò precedente e prodromico all’esperienza comontista, si dice:
“Non bisogna piangere i morti arsi vivi di San Vittore. Bisogna ardere tutti i nemici, dai funzionari del capitale sociale, ai preti, alle infami spie, ai lavoratori ciechi e ASESSUATI, ai MESTRUATI CRONICI di tutti i movimenti studenteschi e sedicenti operai, ai burocrati e ai becchini del MOVIMENTO REALE. Rendiamo la nostra LOTTA CRIMINALE: questo sarà l’assalto presente al mondo delle merci”
Nel 1970 alcuni residui di LUDD e i Consigliari torinesi avevano scambiato per situazione rivoluzionaria Danzica e Stettino e la stessa Reggio Calabria (la prima, architettata e finanziata dagli U.S.A e dal Vaticano, la seconda ad opera della ndrangheta in connubio con l’organizzazione fascista locale e MSI nazionale); ci saranno poi ex comontisti che nel 1978 parleranno di insurrezione rivoluzionaria a proposito della presa del potere di Komeini in Persia.
Nel volantino “TORINO IN STATO D’ASSEDIO” si legge:
“STUPRI E OMICIDI SESSUALI non sono altro che la risposta, che è umana, al PIACERE che è sempre stato negato” .
Secondo l’estensore dell’introduzione del secondo tomo questa frase avrebbe prodotto la rottura coi torinesi da parte dei milanesi. È vero ma non si trattava solo di questo, si può dire che sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Lo stesso slogan “Contro il Capitale Lotta Criminale” ha trovato riscontro a Milano solo in un paio di circostanze.
Non venne condiviso neppure il contenuto del foglio murale “L’Intrepido” che si occupava del Gruppo 22 Ottobre e di Mario Rossi che aveva ucciso per incapacità e pressapochismo un portavalori. Il volantino liquida l’omicidio così:
“È morto per troppa voglia di lavorare (frase in sintonia con i pizzini di Provenzano). Dovrebbero tutti essere sepolti quelli che difendono gli interessi del padrone. I fuorilegge sono i nuovi rivoluzionari”
A Milano l’aggregazione in un unico appartamento (prima via Ausonio con partecipazione dei genovesi, poi in via Pecchio) aveva le caratteristiche di una comune, come ce n’erano a iosa nello stesso periodo, anche se meno propositive da un punto di vista sociopolitico. Le peculiarità, rispetto alla fase precedente, erano quelle di una maggiore democrazia interna, dell’assenza di una figura di riferimento dominante, di una presenza femminile maggiormente autonoma anche se non particolarmente incidente nell’elaborazione teorica, inizialmente fulcro e vanto, forse meritato, della fazione scissa. L’attività teorica era perciò ancora prevalente appannaggio dei maschi, mentre le femmine avevano un impegno più organizzativo.
Sesso, droga e rock and roll. L’attività sessuale era quella tipica di ragazzi di vent’anni, nel periodo storico della liberazione sessuale, in un ambiente laico, apparentemente debole nei pregiudizi morali, incline al superamento del privato e fortemente oppositivo alla privacy. Risultato, si scopava sempre e anche in compagnia, ma era evitata la forma orgiastica essendo saldamente dominante la monogamia, pur in un contesto di rotazione interna dei partner ma in tempi distinti.
La musica aveva fortunatamente un posto rilevante in casa e l’abilità di acquisizione di vinili, espropriati ai grandi spacciatori milanesi, come Ricordi o Buscemi, consentiva di avere una grande varietà di scelta, benché i preferiti fossero sempre Bob Dylan, Rolling Stones, Led Zeppelin e, in generale, il progressive rock o rock psichedelico. Non ballava nessuno, neppure le ragazze che di solito ne sono inclini. Forse perché le discoteche e i comportamenti che le caratterizzavano erano ostracizzati come luoghi di distrazione di massa da qualunque forma di pensiero critico. Che poi era proprio così.
Ben presto anche a Milano la tossicodipendenza è divenuta la cifra del gruppo benché qui, contrariamente a Firenze o Torino, ci fossero ben tre soggetti non dediti agli stupefacenti e qualcuno solo marginalmente interessato. Ritmi e routine quotidiana sopra descritti divennero dopo pochi mesi lo standard della comune, ovviamente creando progressivi distanziamenti da parte di coloro che non fruivano di inoculazioni di prodotti narcotici. Erano disponibili per tutti invece alcol, fumo di tabacco, fumo di THC, acido lisergico, psilocibina, etere.
Solo per gli allucinogeni il moderato consumo era collettivo, mentre per le altre sostanze c’era una scelta ben definita, chi consumava morfino-simili non amava il resto, tranne il tabacco. Il consumo di alcol era anch’esso moderato, tranne che in circostanze particolarmente festaiole.
Persisteva una certa arroganza intellettuale, ma il clima era più sereno, anche ridanciano, i più erano poco inclini all’ironia ma erano stati ridotti sarcasmo e cinismo; diffuso un sano scetticismo. La casa era molto frequentata, anche se gli abitanti fissi erano già sette, e c’era chi si fermava anche per settimane o diventava frequentatore abituale, tipo day-house, pur non aderendo al progetto teorico o magari non condividendo interamente la quotidianità.
Proseguiva invece lo stile inquisitorio e la ricerca da parte di alcuni della purezza teorica e della presa di posizione esplicita nei confronti delle proposte esibite. Per chi non evidenziava la propria posizione (tu come ti collochi?) o si smarriva nei meandri della supposta retta via, venivano allestiti processi politici che iniziavano abitualmente nel clima amicale di una moltitudine disposta intorno al camino per poi trasformarsi in atteggiamento inquisitorio, gestito da due o tre elementi rappresentativi dell’ortodossia, fino ad arrivare in alcuni casi alla formulazione di un giudizio di insufficienza, trasgressione o eresia, con conseguente allontanamento del soggetto dal gruppo, definitivo o fino a sua manifestazione di autocritica apparentemente convinta.
Il roteare di satelliti intorno al nucleo centrale attutiva l’impatto dell’elaborazione critica teorica, essendo alcuni di questi molto attivi (perché dediti alle amfetamine o metamfetamine) ma non sul piano socio-politico, perciò nient’affatto interessati alle discussioni più cerebrali e neppure intimoriti dalle loro conclusioni.
Abbiamo affrontato quanto potesse influire sui ritmi e sulle tempistiche d’azione e di comunicazione esterna il fatto che fosse una comunità prevalentemente di tossici, ma influiva anche sull’elaborazione di pensiero critico? A mio parere condizionava anche la produzione intellettuale nei suoi contenuti, in particolare la disinibizione indotta dalle sostanze abusate determinava un sentimento di potenza senza limiti che facilitava la radicalizzazione dei comportamenti e degli elaborati, consentendo proiezioni nel futuro immediato di sovvertimenti sociali che potevano essere solo auspicati ma non trovavano rispondenza in uno sguardo più realistico dell’assetto sociale, già segnato dalla fase di riflusso dal periodo sessantottesco, iniziata dal 1970 ma della quale nessuno dei comontisti amava rendersi conto, aiutati dalla visione flou dell’esterno, favorita dall’ebrezza narcotica praticamente costante. Non esisteva più un contesto potenzialmente insurrezionale che potesse supportare e amplificare proposte provocatorie.
Etica, coerenza e continuità d’azione e di pensiero erano sicuramente inficiate dalle necessità primarie, fra cui il consumo di sostanze stupefacenti, dipendenza unica e totalitaria, accettata nonostante il rifiuto consapevole della dipendenza da qualunque consumo o abitudine borghesi, indotti dalla propaganda consumistico-capitalista. Il rifiuto delle altre dipendenze era reso possibile da un’elaborazione teorica che faceva riferimento alle proposte anarco-marxiano-francofortiane, corroborate dagli enunciati della corrente artistico-politica situazionista.
1972-73 inizia in Italia la fase della lotta armata e del braccio militarizzato della critica teorica.
Un terreno molto scivoloso su cui non hanno saputo trovare postura adeguata migliaia di giovani, incentivati dall’inasprirsi del confronto e dall’arrocco delle forze conservatrici che, unitamente all’intervento esterno di strutture più o meno segrete straniere, hanno inserito dal 1967 sul suolo italiano la strategia della tensione e del terrore, già sperimentata con vantaggio in altri contesti in cui il potere era stato militarizzato (Brasile 1964 – Argentina 1966 – Grecia 1967 – Cile 1973).
I comontisti hanno accettato il dibattito ma si sono discostati così dall’acquiescenza teorica che nella pratica quotidiana, rifiutando il passaggio dalla fase politica alla fase militare. Le poche armi che sono circolate hanno sempre avuto una funzione marginale e mai sono state utilizzate in quegli anni per attività socio-politiche.
Questo non ha impedito che alcuni abbiano ritenuto necessario predisporre il terreno per resistere a una fase di scontro sociale più elevato, iniziando dall’accaparramento di fondi economici utili alla difesa e all’azione. Il salto di qualità nelle modalità illecite di acquisizione di denaro ha richiesto un’elevazione dei livelli di sicurezza, a fronte di un incremento della tolleranza al rischio. In questa fase a preordinare operatività a maggiore impatto economico sono stati i componenti interni o satelliti che non facevano uso di droghe e diffidavano di poter rendere note le loro azioni ai tossici.
Sono nati così comportamenti improntati a segretezza, permeati da uno stile di sufficienza e autostima esibita, caratteristiche del comportamento malavitoso classico, lontane dal precedente atteggiamento inclusivo e propenso alla conoscenza e alla comunicazione. Il paradosso di questa fase è che l’unico delatore professionale presunto faceva parte del gruppo dei malavitosi e non dei tossici, considerati inaffidabili nel mantenere uno stile prudenziale e di segretezza.
La fase di disfacimento del comontismo ha visto sul campo pertanto malavitosi e tossici, entrambi perdenti.
I primi, vittime della propria insufficiente preparazione e della successiva scarsa motivazione, sono incappati in débâcle che ne hanno fatto mettere in discussione le capacità e la necessità di fronteggiare il riflusso sociale, mantenendosi comunque fuori dalla logica militare e fuori dalle organizzazioni classiche della sinistra extraparlamentare, peraltro anche queste colpite da eventi e da limitazioni di spazio d’azione che ne hanno condizionato il declino.
I secondi, i tossici, sono entrati in buona parte nella spirale perversa dell’abbrutimento e di logiche commerciali a scopo di automantenimento della dipendenza, annacquate da azioni socio-politiche esemplari improvvisate quanto fallimentari, sorrette da un modello organizzativo fortemente misurato sul consumo di sostanze.
Le patrie galere si sono spalancate per qualcuno dei primi e per molti dei secondi, reiteratamente negli anni successivi.
Le morti di comontisti o loro satelliti avvenute in conseguenza di comportamenti irresponsabili nell’autosomministrazione di sostanze stupefacenti, fonte di contagio infettivo, hanno costituito una lista davvero troppo lunga.
Alcuni comontisti hanno goduto di una certa capacità di analisi critica radicale del pensiero contemporaneo e di formulazioni teoriche abbastanza originali. Sono vissuti in un contesto socio-politico difficile anche se molto propositivo, hanno creato i presupposti per caratterizzare la propria presenza autonoma nell’area di riferimento, attraverso scritti e interventi riconoscibili. Hanno vissuto intensamente il presente con evidente consapevolezza del passato e non altrettanta lungimiranza, sono stati presenti nel loro tempo con un impegno relazionale e una disponibilità a concedersi al mondo, ma non si possono tacere le modalità di vita quotidiana che segnavano il loro divenire preconizzandone il futuro, né le ambiguità fra slogan enunciati e i vissuti che hanno definito il loro percorso, così come la pochezza di produzione teorica e l’insufficiente preparazione con cui tale produzione è stata affrontata.
Nessun pentimento ma anche nessuna intenzione di sottrarre elementi alla storia, né di sottacere l’incapacità di analisi del periodo storico in cui hanno vissuto e la totale mancanza di proposte percorribili e di mediazione con altri nuclei di persone impegnate nella trasformazione della realtà che stavano vivendo. Il panorama del loro immaginario era dominato da una comune difficoltà di adattamento sociale e di uscita dalla fase infantile del desiderio, per la quale non c’era limite alle richieste, e dal rifiuto di responsabilità individuale e sociale. I comontisti hanno parlato di rivoluzione, non essendo in grado di ricercare proposte in grado di modificare il paradigma delle relazioni sociali; hanno parlato di cambiamento senza minimamente verificare quale potesse essere la disponibilità a modificarsi da parte degli attori di un cambiamento facilmente preconizzato e soprattutto essendo per lo più conservatori loro stessi nei comportamenti quotidiani, in particolare cito il ruolo dei generi, le relazioni gerarchiche, le abitudini di vita, il rispetto degli individui e delle collettività. Hanno parlato di rivoluzione senza accorgersi che non c’era alcun clima insurrezionale né in Italia né in Europa, dopo il 1969. Non hanno voluto credere alla fase di riflusso e all’efficacia della strategia del terrore elaborata e messa in atto dal dicembre di quell’anno. Contagiati da un soggiorno carcerario del capo torinese, hanno preferito ipotizzare che il lumpen-proletariat fosse il soggetto storico da cui attendersi “la rivoluzione”, perciò sarebbe stato doveroso scimmiottarne le gesta. Il sottoproletariato era stato analizzato a più riprese dall’800 e tutte le volte come massa di manovra al servizio dell’establishment capitalista, come forza lavoro di riserva utile a calmierare il costo della forza lavoro, ma i comontisti l’hanno eletto a eroe formale dell’ipotetico cambiamento, nascondendosi che la criminalità comune era il luogo della perpetuazione e dell’esaltazione dei rapporti di potere. Si sono sottratti alla comprensione che la macchina desiderante sia il frutto di necessità connaturate e indotte, che non può essere assunta come parametro delle scelte ma deve essere confrontata in continuo con l’evidenza di potenzialità di soddisfacimento.
Maurizio
Testo letto durante la presentazione “Contro il capitale lotta criminale: pratica della critica radicale tra il 1971 e il 1974. Organizzazione Consiliare – Comontismo”, tenutasi all’Archivio Primo Moroni – Libreria Calusca City Lights il 31 maggio 2023.