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Francosenia blogspot: La Critica Radicale ed io, e il giocoliere!

Francosenia blogspot, 21 GIUGNO 2018

Evidentemente, invecchio, e quindi mi ripeto. Ragion per cui, per l’ennesima volta prenderò a prestito da Majakovskij la sua brillante frasetta di circostanza a proposito del fatto che anche stavolta, piuttosto che abbandonarmi ai ricordi, «Preferirei indire una mattinata di supposizioni». Ma ahimè la situazione lo richiede, ragion per cui non posso esimermi dall’usare l’unica Macchina del Tempo di cui dispongo per ri-andare alla mia “prima volta“. Naturalmente, quando parlo di “prima volta” voglio riferirmi alla prima volta in cui sono venuto a contatto con il concetto di “critica radicale” italiana (la notazione geografico-nazionale è voluta); e nel caso addirittura esercitata propriamente nei “miei” confronti!
Mi ricordo – credo sia questo il giusto incipit – di essere allora appena arrivato da pochi giorni a Firenze, quando il destino volle che mi capitasse di leggere su un volantino – la cui firma non mi sovviene – che il gruppo anarchico, al quale da poco facevo riferimento, sarebbe stato sicuramente composto di «figli di Failla e della Coca-Cola».
Ora, per quel che riguarda l’attribuzione del patronimico che mi veniva dato in allegra compagnia, confesso che a quel tempo ciò avrebbe potuto essere per me anche motivo di vanto e di orgoglio (e se consideriamo il fatto che, tutto sommato, “cambio poco” – e da costà provengo, un po’ probabilmente continuerebbe tuttora ad esserlo, a mo’ di curriculum). Ma gli è che dalla cocacola, per allora, mi ero già svezzato, ed indugiavo a ben altre bevande, per non restare un po’ risentito da quella palpabile malignità sottesa. Insomma, per farla breve, il primo approccio non fu affatto idilliaco, e così accadde che le rispettive strade continuassero a procedere, ciascuna per il loro proprio conto, senza mai arrivare, per diverso tempo, ad incontrarsi realmente.
Ci fu, un paio d’anni dopo, un’altra volta, il 1° maggio del 1972, quando durante il corteo del 1° maggio diffusero fra gli astanti – fra cui io – il volantino “comontista” che si può vedere riprodotto qui sotto, e che lessi con non malcelato interesse.
Ammetto sinceramente il fatto che loro, sulla tematica della critica del lavoro, per lo meno a livello teorico, fossero allora un bel pezzo più avanti a me, ma non posso però fare a meno di sottolineare che – diversamente da quanto afferma il mio amico Dino Erba (nella sua recensione a questo stesso volume, e si tratta di recensione fresca di stampa arrivata nella mia casella e-mail questo stesso 21/6/2018) quando sostiene che «Ci volle un bel coraggio in quegli anni per resuscitare il capitano Ludd!» – sarebbe bastato andare a prendere in mano i libri di Edward P. Thompson sulla storia del luddismo. E poi, devo ammettere che alla fin fine quello che non mi convinceva troppo era proprio la loro “firma“, il modo in cui si definivano, quel “i comontisti“, ricavato in forza di un doppio e brutto salto mortale da saltimbanchi [*].
E così avvenne che bisognò aspettare ancora qualche anno, prima di poter arrivare a raggiungere un “accordo” con la “critica radicale” (ometto volutamente la notazione geografico-nazionale), nei panni di un amico di cui non dirò il nome e della rivista “Puzz“. La cosa si riferisce a quando, a Firenze, dopo la rapina di Piazza Alberti, quello che rimaneva del Collettivo Jackson ebbe bisogno di pubblicare e far girare la sua contro-inchiesta sul massacro del 29 ottobre 1974, e per poterlo fare trovò allora una sponda solo nella rivista “Puzz“; ché tutti gli altri si erano defilati!
Ah, dimenticavo (veramente no, non è vero, non dimenticavo affatto: la cosa me l’ero lasciata apposta per ultima!), la mia più recente esperienza con la “critica radicale” italiana (e qui devo riproporre la notazione geografico-nazionale) risale a qualche settimana fa, su Facebook, e si è estrinsecata nel corso di una diatriba (della quale confesso di non aver completamente compreso il senso) proprio con uno dei curatori del libro che (per chi non l’avesse capito) consiglio di leggere. In una discussione su Debord – in cui rispondevo a Gianfranco Marelli, a proposito di un suo commento sulla moglie di Debord, proponendogli la lettura di un mio post su questo blog a proposito delle “truffe” – venivo aggredito in malo modo con argomentazioni riferite al mio presunto “astio” e alla “invidia” – che secondo il più “grosso” dei curatori del libro oggetto di questa mia “recensione” trasuderebbe da quel mio piccolo testo “tanto più bilioso quanto proprio per questo ben documentato” – “contro il (o i) Debord“. A questo punto, pur confermando il mio giudizio sulla bontà dell’operazione editoriale, non posso fare a meno di considerarmi fortunato a non aver fatto parte di un simile milieu, dal momento che a giudicare da quelli che ora sono più di un esempio storico, appare quantomeno probabile che tale esperienza possa portare a soffrire di conseguenze psichiche non proprio felici.

[*] – IL COMONTISMO (traduzione di Gemeinwesen, da Com – ontos – dell’essere) non è altro che “movimento reale che sopprime le condizioni esistenti” (Marx), è la comunicazione dell’essenza umana, libera dall’alienazione, e l’essenza della comunicazione libera dalla ideologia. (da “Per l’ultima Internazionale“)

 

Geraldina Colletti: Tessere del domino capovolte

Le Monde diplomatique il manifesto NOVEMBRE 2018

L’enorme quantità di esperienze che la lotta di classe ha prodotto in Italia fra gli anni Sessanta e Settanta non cessa di causare strani effetti sulla dimensione ambigua e malconcia della riflessione collettiva. Il passato viene rievocato quasi sempre sotto forma di mitologie corrive e addomesticate dal senno del poi. Il presente consuma la merce-memoria a distanza di sicurezza, allestendo infiniti tour del Novecento destinati a saziare la sete innocua di simboli ed emozioni tipica dell’ignavia contemporanea.
È difficile eludere questo meccanismo. Ancheperché esiste pure una complicità del silenzio e della sottrazione che, a suo modo, finisce per rafforzare e confermare i dispositivi culturali prevalenti. Chi ha praticato il mondo per cambiarlo, esponendosi senza sconti o paracaduti alle conseguenze delle proprie azioni, conosce bene questi problemi. È una contraddizione che, a un certo punto, chiede di essere risolta di getto. Il passato esiste nei nostri racconti, nel nostro modo di far parlare le carte, nel refertare finanche nella maniera più sobria i nudi documenti dell’azione collettiva.
Qui non ti aiuta nessuno. Qui, volente o nolente, tenti di fare storia e di creare ponti. La tua sera ha ben poco in comune con il crepuscolo in cui spicca il volo la civetta di Hegel. Ma la tua verità è degna di essere pronunciata, ed è ancora e in ogni caso un gesto di lotta e una forma estrema di parresia. Questo per dire che bisogna comprare e leggere con attenzione La critica radicale in Italia. Ludd 1967-1970, uscito da poco per le edizioni Nautilus. Si tratta del primo volume di una trilogia curata dal Progetto Critica Radicale, che intende dar conto del percorso e della influenza delle correnti situazioniste e consiliariste nel lungo Sessantotto italiano. Il secondo volume sarà intitolato Comontismo e coprirà il periodo 1971-1974. Il terzo andrà dal 1975 al 1981 e si chiamerà Insurrezione.
Quando si parla di situazionismo, in Italia e anche altrove, l’intellettuale si lecca i baffi e inizia a snocciolare collane di parole brillanti davanti a un uditorio complice e soddisfatto. Ma il merito principale di Ludd sta proprio nel restituire realtà ad esperienze che non ebbero nulla di narcisistico, e si pensarono e vollero come parti di un movimento il cui primo e più importante risultato era stato quello di ridare senso alla parola rivoluzione nei paesi a capitalismo avanzato.
Le lotte degli operai e degli studenti erano infatti interpretate dai situazionisti e dai consiliaristi come l’espressione di una tendenza diffusa all’insubordinazione da collocare nello specifico del capitalismo maturo e potenzialmente in grado di far saltare il tappo di ogni gerarchia. La fabbrica, la scuola, il carcere divenivano luoghi in cui sperimentare l’azione in senso eminente, intesa come produzione infinita di libertà collettive e individuali.
La critica di ogni trascendenza e di ogni separatezza evolveva pertanto in critica feroce della forma partito e delle burocrazie cristallizzate o in gestazione nella vecchia e nella nuova sinistra. Un bisogno lucido e disperato di coerenza rendeva intrinsecamente provocatorie queste posizioni. Non c’era terzomondismo. Non si rendeva ossequio a Lenin, a Mao o a Guevara. Gli stessi riferimenti agli anni Venti, a Pannekoek, a Görter, alla Luxemburg, presentavano un connotato “operaio” che finiva per stare stretto a una idea polimorfa di proletariato destinata a entrare in rotta di collisione anche con le
tesi dei Quaderni Rossi e di Classe Operaia.
Il fascino delle esperienze del comunismo libertariosta tutto qui. Come scrive Paolo Ranieri nel lungo saggio contenuto in Ludd, si trattava di un ircocervo. Si trattava di porsi davanti, con un massimo di esposizione teorica ed esistenziale, «al fatto che non è mai possibile agire senza disporre di un potere adeguato». Da questo punto di vista, la traiettoria di marginalizzazione presto conosciuta da tutto l’ambiente consiliare e situazionista nella vicenda dell’estrema sinistra italiana può anche produrre strane forme di orgoglio e malinconia.
Ma la lingua difficile dei documenti che Ludd propone al lettore può essere decifrata. E le parole e le azioni tornano a scintillare. Per chi vuole vivere adesso.
Il libro verrà presentato a Roma (presso Zazie nel Metrò, via Ettore Giovenale, 16), lunedì 19 novembre.

Giorgio Sacchetti. L’esperienza di Ludd alla fine degli anni ‘60

A rivista anarchica N° 428.

“…Le donne e gli uomini che si unirono in quei gruppi sono stati i primi e gli unici a porre come criterio, per cogliere il senso di un vissuto rivoluzionario, diversi concetti che oggi sembrano evidenti: l’ideologia interpretata come merce e la merce come ideologia, l’analisi e la critica delle relazioni sociali basate sullo scambio di apparenze fantasmatiche, la critica dei ruoli e dello spettacolo sociale…” (Progetto Critica Radicale).
Abbiamo tra le mani un grosso tomo (Leonardo Lippolis, Claudio Ranieri, La critica radicale in Italia. Ludd 1967- 1970, Nautilus, Torino 2018, pp. 570. ill., € 25,00) senz’altro di indiscutibile valore documentario, che – come in genere si dice in questi casi – non può mancare nelle biblioteche di studiosi e specialisti. E si fa soprattutto apprezzare quale ricca rassegna di fonti soggettive (tale di fatto è, almeno per una buona metà delle 570 pagine), peraltro di difficile reperimento. Esso si presenta quindi, in netta prevalenza, come strumento euristico utile ad imbastire altre eventuali narrazioni, ad avanzare magari nuove ipotesi interpretative su quell’intenso, creativo, incredibile e anche per certi versi angosciante quadriennio italiano (1967-1970), qui ricompreso sotto la denominazione di lungo termine e onnicomprensiva di “Critica radicale”. Bene poi precisare, sia sul piano generale del metodo e anche come nostro particolare punto di vista, che comunque le fonti si prendono come sono e non ci interessa certo in questa sede ingaggiare, a distanza di mezzo secolo, una qualsiasi confutazione ex-post di quei contenuti, che risulterebbe insomma fatta con gli occhi di oggi e il senno di poi.
La riproduzione, anche anastatica, di una miriade di documenti è preceduta da saggi di Leonardo Lippolis e di Paolo Ranieri. Il primo autore (L’occupazione definitiva del nostro tempo) ci fornisce, in una sorta di sintesi storica, una mappa che si può rivelare di aiuto alla successiva lettura dei testi prodotti da gruppi, persone, situazioni e sigle varie.
Il secondo (Vecchie favole intorno a ungiovane fuoco. Ricordi del mio tragitto attraverso Ludd-Consigli Proletari, insieme con alcune riflessioni che ne ho ricavato) ci offre invece un’interessante riflessione autobiografica in chiave attuale su quei movimenti, che sono ritenuti a tutti gli effetti “precursori” dell’antipolitica e dell’approccio antiideologico contemporaneo, assunto su cui non tutti potranno essere d’accordo.
Questo lavoro fa parte di un ampio progetto editoriale di Nautilus che comprende ben tre volumi. Ludd è il primo e annovera la copiosa documentazione relativa al Circolo Rosa Luxemburg, alla Lega Operai Studenti, al Comitato d’azione di Lettere e, appunto, a Ludd con i vari bollettini. Il secondo sarà interamente dedicato al Comontismo coprendo il successivo quadriennio. Il terzo, infine, raccoglierà i documenti relativi a Puzz, Insurrezione, Azione Rivoluzionaria e altri sul periodo che va dal 1975 fino ai primi anni Ottanta.
Mettendosi nei panni dell’editore, sappiamo che la riproduzione integrale di fonti in cartaceo e in quantità così industriale comporta soddisfazioni ma anche enormi sacrifici. Poi c’è sempre il fisiologico rischio dell’incompletezza e della dimenticanza. Per questo, “per chi non si accontenta”, c’è la possibilità di usufruire del sito www.criticaradicale. nautilus-autoproduzioni.org dove verranno digitalizzati i documenti non pubblicati nei volumi. Ed è anche un modo per sopperire alla mancanza di indici di nomi, luoghi e soggetti notevoli che purtroppo non sono stati approntati.
Un libro non è mai un prodotto asettico, neutrale e a sé stante, esso è piuttosto la risultante di idee e miti che hanno circolato insieme a donne e uomini, diprogetti individuali e collettivi a lungo accarezzati, di situazioni ambientali e antropologico culturali favorevoli o particolari, di reti sociali di conoscenza che spesso hanno avuto una vastità concentrica inimmaginabile, che vanno ben oltre i rapporti interpersonali sedimentati nel tempo. Per avere – nel nostro caso – almeno un’idea di tutto questo e per capire l’esprit, oltre a leggere e soprattutto “compulsare” il volume di cui stiamo ora scrivendo, oltre ad acquisire / aggiornare tramite web le normali info sull’editore e sulla produzione pregressa degli autori (tutti ineccepibili peraltro), suggeriamo ai lettori un inusuale “gioco” d’indagine conoscitiva.
Prendete i due elenchi che si trovano nelle prime pagine e studiateli, uno è relativo ai ringraziamenti (con una lista di una quindicina di nominativi, si va dai Clash a Joe Fallisi), l’altro riguarda la memoria di personaggi che ormai hanno concluso il loro viaggio e che hanno attraversato – certo con soggettiva determinazione – quegli anni così turbolenti, “tessere del dominio lasciate capovolte, quasi aspettassero ancora d’essere giocate”: Giorgio Cesarano, Eddie Ginosa, Mario Moro, Mario Perniola, Americo Sbardella, Carlo Ventura, Riccardo d’Este, Amerigo Ghigo Alberani, Gianfranco Faina, Giovanni Calamari. Tutti con una biografia militante parecchio originale e, in qualche caso, quasi da fiction.

Sandro Moiso: LUDD ovvero dell’insurrezione permanente

July 25, 2018 – carmillaonline.com

In questi giorni bui, in cui di fronte al riproporsi di un governo reazionario e razzista l’antagonismo sociale non sembra saper far altro che riproporre modelli di azione politica e di organizzazione ripescati pari pari dai vecchi Fronti popolari e dalla peggiore tradizione catto-comunista e stalinista, questo primo volume del progetto destinato a ripercorrere le vicende della critica radicale italiana dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta costituisce un’autentica boccata d’aria pura. Un po’ come aprire una finestra di un appartamento situato al centro di una grigia e inquinata metropoli per scoprire, inaspettatamente, che questa si affaccia su un magnifico paesaggio montano di nevi eterne, dirupi scoscesi e boschi verdissimi e selvaggi.

Le edizioni Nautilus che fin dai loro inizi pubblicano e ripubblicano testi di quel pensiero radicale che ha avuto nel Situazionismo una delle sue massime espressioni ma che, prima di tutto, affonda le sue radici nella insorgenza giovanile e proletaria che ha contraddistinto da sempre e, in particolare, fin dal secondo dopoguerra la “naturale” reazione di classe rivoluzionaria sia al capitalismo occidentale che al suo mostruoso alter ego rappresentato dal cosiddetto “socialismo reale”, con questo volume iniziano un’operazione che più che d’archivio pare essere più di riscoperta (per i lettori più giovani) e rivendicazione di un pensiero e di una pratica che dell’insorgenza continua contro ogni forma di potere costituito e ogni formulazione teorica tesa alla conservazione dell’esistente hanno fatto la propria ragione d’essere.

I due volumi che sono annunciati per il prosieguo dell’opera si occuperanno successivamente dei testi, giornali, bollettini e volantini prodotti all’interno del Comontismo, di Puzz, Insurrezione e Azione Rivoluzionaria e si intitoleranno Comontismo 1971-1974 e Insurrezione 1975-1981 e andranno ad affiancarsi ai due testi già precedentemente editi che raccoglievano tutti i numeri della rivista prodotta dall’Internazionale Situazionista e tutti i bollettini pubblicati dalla precedente Internazionale lettrista.

Se, però, l’esperienza dell’Internazionale Situazionista è stata in qualche modo parzialmente digerita dal sistema mediatico e politico attuale, ben diversamente potrà avvenire per una produzione testuale e, lo ripeto ancora una volta, per una pratica militante che fin dagli esordi furono tacciate sia dal PCI che dai gruppuscoli nati alla sua sinistra (in primis l’orrido Movimento Studentesco di Mario Capanna) come provocatorie, irresponsabili e, in alcuni casi, “fasciste”.

Anche se l’opera non intende affatto costituire una celebrazione di pratiche e militanti come Giorgio Cesarano, Riccardo D’Este, Eddie Ginosa, Gianfranco Faina, Mario Perniola e molti altri ancora, senza dimenticare la vicinanza con Danilo Montaldi, poiché come afferma Paolo Ranieri nella sua introduzione:

“E’ ora, infatti, di dire basta alla moltiplicazione incessante e interessata di manifestazioni “in memoria”. Come il Primo Maggio […] ideato per essere l’appuntamento annuale con quel vagheggiato sciopero generale che spostava la presenza potenziale dell’insurrezione possibile insieme con l’assenza di rivoluzione attuale: da quando, con l’iterazione e la corrosione del tempo passato e il sequestro della produzione di memoria da parte delle istituzioni, ci si è scordati di questo, si è definitivamente degradato in una sorta di Pentecoste, rito lagnoso di una neo-religione per schiavi, aspiranti schiavi e liberti, meritevole di essere fuggito come la peste […] E lo stesso si può affermare senza esitazioni per il 25 aprile, il 12 dicembre, il 14 luglio […] ciascuno con le precise specificità che gli valgono un posto in questo martirologio della laica religione della disfatta, celebrata senza posa e senza vergogna dai voltagabbana incartapecoriti dalla nostalgia e dai militanti del conformismo”.

Come si può ben comprendere fin da queste poche righe, che danno la cifra esatta del discorso anti-retorico e di rottura che la critica radicale italiana ha portato avanti fin dai suoi albori, non vi è possibilità di mediazione, di reciproco seppur parziale coinvolgimento e neppure di pace armata tra una miserabile concezione della politica di “sinistra” che ha fatto della sconfitta e della collaborazione di classe la sua terra d’adozione ed una visione che dell’iniziativa rivoluzionaria ed insurrezionale dal basso, proletaria e giovanile, ha fatto la sua ragione di esistere.

Continua, anzi anticipa, poi ancora Ranieri:

“Non possiamo nascondere a noi stessi che operazioni-memoria come la presente – intese a isolare una vicenda del passato raccogliendone i documenti in un’edizione che, elaborata dai superstiti stessi, aspira a mostrarsi critica, completa, definitiva, TOMBALE – rappresentano uno dei mille espedienti che l’universo delle merci adotta per frenare la propria inarrestabile entropia”.

Sì, perché è proprio l’universo mercantile, con la rapida diffusione della sua capacità di affascinare e addomesticare l’immaginario proletario e sociale, l’altro obiettivo della critica radicale che, però, non intende semplicemente destrutturarne le basi e i principi ma, molto più semplicemente, distruggerlo insieme ai rapporti sociali e di produzione che lo alimentano. La necessità potrebbe rivelarsi essere proprio quella, già enunciata da De Sade, che l’insurrezione debba costituire la condizione permanente di ogni repubblica.

La sintetica ricostruzione storica della formazione, a Genova, prima del Circolo Rosa Luxemburg e poi di LUDD – Consigli proletari fatta da Leonardo Lippolis permette al lettoremilitante di riscoprire le origini di tali formulazioni ed ipotesi non solo a partire dalle occupazioni studentesche delle Facoltà universitarie fin dal 1967, che impressero una spinta decisiva in quella direzione, ma fin dalle insurrezioni operaie e proletarie di Berlino Est nel 1953, dell’Ungheria nel 1956 e nelle rivolte italiane del luglio del 1960 e di Piazza Statuto nel 1962 a Torino.

Insieme alle interpretazioni che sorgevano dalle riletture dell’esperienza rivoluzionaria sulle pagine di “Socialisme ou Barbarie”, nei primi numeri dei “Quaderni Rossi” e successivamente dell’Internazionale Situazionista si evidenziava però sempre il fatto di come l’insorgenza proletaria fosse una costante, dalla Comune di Parigi in poi e allo stesso tempo come le trame “partitiche” finissero sempre con l’ingabbiare e limitare l’espressione del desiderio di rivoluzione e superamento dell’esistente compreso all’interno dell’esperienza dei Consigli.

Anche se proprio la scelta del nome del gruppo di cui sono raccolti principalmente i materiali in questo primo volume, LUDD, rinvia ad esperienze precedenti ed egualmente radicali. E’ proprio sulla tracci dell’interpretazione data dallo storico inglese Edward P. Thompson, nella sua opera più importante, del luddismo che si forma la convinzione che la rivolta spontanea del lavoratori delle campagne inglesi contro l’introduzione delle macchine fosse tutt’altro che una forma primitiva, arretrata e tutto sommato conservatrice di lotta di classe. Negando così un’interpretazione “progressista” del capitalismo che nelle sue conseguenze ha finito col trasformare i partiti “socialisti” o “comunisti” che la sostenevano in strumenti di conservazione politica, economica e sociale. Insomma i proletari inglesi dell’epoca delle guerre napoleoniche erano già più avanti di coloro, ad esempio i cartisti, che si sarebbero poi fatti loro portavoce e rappresentanti come tutta la deriva tradunionista, socialdemocratica e infine stalinista che ne sarebbe poi conseguita.

E’ proprio per questo motivo che i fondatori del movimento andarono progressivamente allontanandosi da quella componente operaistica di cui avevano inizialmente condiviso una parte del cammino. E che contribuì ad allontanare alcuni di loro anche da Raniero Panzieri che, proprio a proposito della rivolta di Piazza Statuto, in un primo momento aveva commentato la giovanile rivolta operaia come “quattro meridionali che tirano le pietre”.

Questa memoria, contenuta nella ricostruzione di Lippolis, mi fa ha fatto tornare in mente che fu proprio in occasione di quella rivolta, e degli atteggiamenti assunti nei suoi confronti da Pajetta e dal PCI, che due proletari come Sante Notarnicola e Giuseppe Cavallero decisero di stracciare la tessera del Partito. Mentre esponenti dell’operaismo come Antonio Negri e Mario Tronti decidevano in quegli stessi anni di praticare una forma di entrismo nello stesso. Come dire che l’istinto proletario batte la riflessione filosofica 1 a 0.

“La Lega operai-studenti, che rivendicava l’eredità dei Consigli operai, insisteva invece sulla necessità di trovare nuovi canali di insubordinazione, non necessariamente legati alla fabbrica, rigettando l’impostazione gerarchica e centralizzatrice leninista. La Lega operai-studenti negava ogni valore alla lotta rivendicativa di natura economica a scapito di una critica radicale del lavoro salariato, bollato come inumano e assurdo […] «La critica rivoluzionaria – recita il significativo passaggio di un manifesto del gruppo – deve interessarsi di tutti gli aspetti della vita. Denunciare la disintegrazione delle comunità, la disumanizzazione dei rapporti umani, il contenuto e i metodi dell’educazione capitalistica, la mostruosità delle città moderne» (I 14 punti della Lega degli operai e degli studenti)”.

I documenti riportati in più di trecento pagine sono innumerevoli ed interessanti: dai testi prodotti dalla Lega degli operai e degli studenti che si andò formando nella cerchia di militanti del Circolo Rosa Luxemburg a quelli prodotti dal Comitato d’azione di Lettere fino ai tre bollettini prodotti da LUDD e all’Appello al proletariato infantile contro l’infantilismo borghese passando per il testo di critica ai gruppuscoli scritto da Jean Barrot: Sull’ideologia ultrasinsitra.

Non costituiscono però tutto il materiale raccolto nel sito Nel Vento, nato a partire da un progetto contenuto nel preambolo a Psicopatologia del non vissuto quotidiano di Piero Coppo nel settembre del 2006. In cui si affermava:

“Dalla metà degli anni ’60 si è sviluppato in Italia un movimento che, sotto diversi nomi e sfumature differenti, ha condotto una battaglia teorico-pratica per l’affermazione di una rivoluzione che, nella propria concezione, non poteva che avere come base la critica della vita quotidiana. Precursori dei tempi, questi gruppi inquadrarono la questione della rivoluzione in termini anti-ideologici fuori e contro il militantismo caratteristico di quegli anni e del decennio successivo.

Le donne e gli uomini che si unirono in questi gruppi sono stati i primi e gli unici a porre come criterio, per cogliere il senso di un vissuto rivoluzionario diversi concetti che oggi sembrano evidenti […] Il Progetto Critica Radicale è di raccogliere e pubblicare i materiali prodotti dai gruppi e dagli individui che si sono riconosciuti in quelle idee”.

Idee, non dimentichiamolo mai, che non si espressero in spazi angusti o in eburnee ed intellettualistiche torri, ma sempre direttamente sul fronte del cambiamento esistenziale e politico, giorno per giorno nelle lotte e in una pratica che vedeva nel PRESENTE e non in un lontano passato oppure in un altro ancor più lontano futuro la possibilità di realizzare il cambiamento sociale necessario alla piena realizzazione dell’essere umano. Sia come singolo individuo, sia come specie.

Indispensabili, a parere di chi scrive, ancora oggi, nonostante alcune iperboli linguistiche ed alcune ammaccature dovute al trascorrere del tempo, per una discussione ed una pratica sociale e politica che non voglia rimanere chiusa all’interno della rappresentazione spettacolare dei valori borghesi travestiti da antagonismo e delle merci ideologiche che ne derivano.