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L’ordine regna in Polonia

Organizzazione Consiliare, Torino, dicembre 1971.

L’ORDINE REGNA IN POLONIA!

L’ordine regna in Polonia: questa è la dichiarazione dei ministri polacchi che stanno assassinando la rivoluzione proletaria che sta sconvolgendo il loro potere così come lo mise in discussione a Poznam nel 1956. Nessuna speranza per gli idioti fascisti e reazionari di utilizzare per i loro loschi fini questa lotta rivoluzionaria: la violenza teppista dei proletari polacchi, così come di tutti i proletari attualmente in lotta, spazza in un colpo solo ogni ideologia, prima tra tutte quella reazionaria che vuole mantenere intatta la miseria sociale su cui può inserirsi la loro provocazione.
Ma, nello stesso tempo, nessuna speranza neppure per i porci pro­gressisti che chiedono – come fa il PCI – la “democratizzazione” delle strutture polacche: il proletariato sta mettendo alla gogna la burocrazia mondiale ed il sangue non può che rendere più rossa la prospettiva della RIVOLUZIONE MONDIALE ATTRAVERSO L’INSTAURAZIONE DEL POTERE ASSOLUTO DEI CONSIGLI PROLETARI, così come era avvenu­to in Polonia ed in Ungheria nel ’56.

Così facendo i proletari polacchi si sono collegati praticamente con le lotte rivoluzionarie di tutto il mondo: le rivolte dei neri americani, gli scioperi selvaggi degli operai inglesi, l’insurrezione armata di Reggio Calabria.
I rivoluzionari polacchi, realizzando la critica concreta della merce e del lavoro, indicano ancora una volta ai proletari coscien­ti la via da seguire e smascherano definitivamente, coll’incendio e la messa a sacco delle sedi politiche e sindacali, il vero volto dei sedicenti “comunisti” che, fingendo oggi di opporsi all’oppressione del capitalismo italiano ed internazionale, si preparano in realtà ad adottarne gli stessi metodi nel momento della loro ascesa al potere. Per questo sono i COMPLICI attuali della POLIZIA che ha assassinato i compagni di Milano e si preparano a diventare i BOIA DI DOMANI in emulazione all’operato dei loro complici polac­chi.

I BUROCRATI DI TUTTI I PARTITI E DI TUTTI I SINDACATI NON SONO COMPAGNI!

I VERI COMUNISTI devono distruggere il potere del capitale, dello Stato e dei suoi servi, siano essi fascisti, poliziotti, burocrati dei partiti e dei sindacati. I sistemi di lotta impiegati dai compa­gni polacchi contro costoro (saccheggi, incendi, devastazioni, uso delle armi contro la polizia) devono essere attuati subito dai com­pagni italiani.

COMPAGNI RIVOLUZIONARI, incontriamoci in ASSEMBLEA
martedì 22 dicembre alle ore 15 all’Università (Palazzo Nuovo: via S. Ottavio angolo via Verdi) per decidere forme pratiche di assalto al capitale (e realizzarle immediatamente) in modo da collegarci con­cretamente alle lotte eversive dei compagni polacchi.

La merce, il lavoro, la politica vanno aboliti, compagni, ed i loro servi sciocchi spazzati via.

ORGANIZZAZIONE CONSILIARE

I PROLETARI vogliono il comunismo subito!

Volantino firmato “i compagni consiliari”, Torino 31 maggio 1971.

I PROLETARI VOGLIONO IL COMUNISMO SUBITO!

Sabato è stato un giorno di festa proletaria. Per diverse ore abbiamo attaccato la realtà di merda che tutti (capitale, burocrati e falsi rivoluzionari) vorrebbero imporci. Il solito corteo del sabato pomeriggio è stato stravolto dall’intolleranza di un migliaio di proletari che si sono posti nella linea di lotta rivoluzionaria che da tempo si sta aggirando per il mondo e che come Detroit Stettino e Reggio insegnano, non dimostra il minimo rispetto per gli schemi ‟civili e democratici” imposti dal capitale ed accettati dagli pseudo‟comunisti”. Il proletariato crea nei momenti più alti delle sue lotte delle forme di autogestione comunista che indicano come la distruzione di tutto il vecchio mondo per la realizzazione del comunismo passa attraverso la violenza collettiva, il gioco della devastazione liberatoria e la rivoluzione nella propria vita quotidiana.

I proletari non vogliono riforme ma l’abolizione del lavoro.

I proletari non vogliono tutto (merda compresa) ma il meglio assoluto.

i compagni consiliari

cicl. in proprio

Torino 31.5.71

(la sede non è indicata per evitare devastazioni dei carabinieri)

DIDASCALIA IMMAGINE:

IL VOLTO OSCENO E GHIGNANTE DEL PROLETARIATO DISTRUGGE CON IL SUO APPARIRE IL MONDO MARCIO DELLA IDEOLOGIA

‟Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria” (K. Marx, Il Capitale)

SUL RETRO:

IL CAPITALE SGUINZAGLIA I SUOI CANI DA GUARDIA: LA STAMPA – IL P.C.I. – I SINDACATI E TUTTI GLI SCIACALLI CHIEDONO LA REPRESSIONE VIOLENTA DELLA FELICITÀ IN ARMI

7 MAGGIO – un giorno qualunque – La scuola non si frequenta ma si abolisce

I compagni consiliari, Torino, maggio 1971.

7 MAGGIO un giorno qualunque LA SCUOLA NON SI FREQUENTA MA SI ABOLISCE

APPELLO ALLA LATENZA RIVOLUZIONARIA DEI GIOVANI AFFINCHÉ, ROTTI I CEPPI CHE ANCORA LI TENGONO AVVINTI ALLA MISERIA DELLA SOPRAVVIVENZA, INAUGURINO LA GIOIA COLLETTIVA NELLA DISTRUZIONE DELLA MODERNA SOCIETÀ AL FINE DI APPROPRIARSI DELLA VITA.

˚˚˚˚˚˚˚˚˚˚

Appare chiaro a tutti che l’individuazione del nemico è la condizione necessaria, anche se non sufficiente, affinché ciascuno prenda coscienza dei propri compiti e quindi inizi a lottare.
Gli studenti, nella storia di questi ultimi anni di lotte, hanno individuato vari nemici, volta a volta con discreta lucidità o con cecità ideologico-corporativa assai grave.
Tuttavia, per lo più, non si sono resi conto che il primo nemico da battere è dato da LORO STESSI, dalla grossa parte di miseria che ancora li pervade e rende schiavi supini della sopravvivenza imposta, se non idolatri dell’adulterato mondo di quei fottuti storici che essi considerano adulti.
Gli studenti (cioè tutti coloro che accettano il proprio ruolo sociologico datogli dall’andare in una scuola) sono in pratica i complici dell’OPPRESSIONE QUOTIDIANA che viene perpetrata nei loro confronti.
Costoro, merci da raffinare per essere immesse nel mercato del consumo di ideologia e di consenso, subiscono passivamente anni di sudditanza famigliare (il ricatto affettivo impedisce loro di vedere l’identità tra il poliziotto ed il padre sempre pronto ad adottare i metodi tipici delle polizie di tutto il mondo ogni volta che le cose non vanno come vuole lui, cioè ogni volta che il figlio non si presenta come capitale variabile nell’accumulazione accelerata di “riconoscenza famigliare”).
Costoro, del pari, sono incasellati sin dall’infanzia in quegli schemi di repressione sessuale che li accompagneranno per tutta la loro esistenza e che essi stessi dovranno aver ben cura di riprodurre (la sessualità orale ed anale che fino all’età prescolare si manifestava libera ed aggressiva, castrata con l’inizio delle scuole, si ripresenta in squallide pratiche ideologizzate dalle quali il piacere è bandito e che sono il tremulo fantasma della reale espressione dell’attività genitale di individui liberi).
Costoro infine, per ottenere la dignità dell’esser VISTI e cioè USATI nella società, sono costretti a percorrere un iter scolastico aberrante che significa la peggiore DEFORMAZIONE degli individui messa in atto da quegli infelici sbirri che sono i professori (e lo sono tutti coloro che accettano il ruolo sociale di “insegnante”). Tutta questa merda da ingoiare sorridendo serve loro come PREPARAZIONE per inghiottire di buon grado lo stronzo più grosso che gli viene approntato: l’ergastolo del LAVORO.
Ma la complicità degli studenti con l’oppressione che subiscono (e che subiranno sempre più nella misura in cui diventeranno UOMINI, cioè, per la società del capitale, delle MERCI utilizzabili per il loro valoro di scambio) risulta del tutto evidente quando, allorché genuini sentimenti di rivolta nascono dall’insopportabilità della loro condizione, non sanno far di meglio che affidarsi ad altri infelici loro pari – i cosiddetti parlamentariextra che, da allievi un po’ somari, non sanno far di meglio che sognare di prendere il posto dei loro padroni-professori per cui Mao, espressione della massima concentrazione di spettacolo burocratico, è l’oggetto delle loro eiaculazioni penose –. In questo modo essi pongono se stessi NON come soggetti una RIVOLTA GENERALIZZATA ma come, e nuovamente, MERCI nel mercato della CONTESTAZIONE. E il poter urlare nelle strade slogans a dir poco raccapriccianti è il loro unico modo per sentirsi vivi, mentre sono dei FANTASMI.
È ORA DI AVERNE LE PALLE PIENE DI TUTTO CIÒ.
È ORA CHE GLI STUDENTI, NEGANDOSI COME TALI (E CIOÈ AFFERMANDOSI COME PERSONE, COME PROLETARI RABBIOSI) IMPONGANO LOTTE CHE ABBIANO PER FINE LA FELICITÀ COLLETTIVA ATTRAVERSO LA DISTRUZIONE DELLE STRUTTURE REPRESSIVE (scuola, famiglia etc.).
L’INTOLLERANZA È FONDAMENTALE PER LA VITA.

i compagni consiliari

Tesi per la liberazione dal lavoro

O.C. – Torino, ottobre 1970.

TESI PER LA LIBERAZIONE DAL LAVORO

  1. L’ideologia del lavoro è lo stratagemma con cui la società repressiva riesce a ritardare il trapasso generalizzato già ora possibile ad una società senza classi e libera dalla schiavitù del lavoro.
  2. Il mercato mondiale nella sua ultima fase: lo scambio dei prodotti materiali sussiste solo come forma economica in via di superamento; la forma più evoluta ed ormai realizzata su scala planetaria è lo SCAMBIO DI MERCI IDEOLOGICHE.
  3. Le ideologie, fondamento dell’attuale ricchezza delle nazioni, sono le merci nella loro moderna versione: il loro valore è dato dal tempo di consenso che riescono a garantire. Esse sono la forma in cui si manifesta il capitale ed è attraverso esse che si esercita il potere.
  4. L’ideologia scambiata tra gli stati, quelli comunisti non esclusi, viene poi distribuita al minuto al proletariato per essere consumata. Viene imposta sotto forma di LEGGE NATURALE: il lavoro come maledizione continua e la produzione come necessità ineluttabile.
  5. La logica del lavoro contiene però le condizioni per il suo totale superamento. Il capitale potrebbe oggi ridurre il tempo di lavoro della metà: le forze sedicenti rivoluzionarie includono nei loro obiettivi la riduzione progressiva del tempo di lavoro poiché rappresentano il dissenso concesso.
  6. La produzione imposta di merci materiali ed il consumo imposto di merci ideologiche si identificano e il salariato occupa le sue 24 ore alternativamente nell’una o nell’altra forma. La giornata lavorativa è ormai di 24 ore: vita produttiva e vita quotidiana coincidono ormai per la loro miseria.
  7. Nessuna forma di lavoro salariato, sebbene l’una possa eliminare gli inconvenienti dell’altra, può eliminare gli inconvenienti del lavoro salariato stesso. Perciò è indispensabile che il pensiero si armi nelle strade.
  8. Nella rivolta proletaria di Reggio Calabria, come prima di Caserta e Battipaglia, ciò è avvenuto. Il proletariato si è costituito in TEPPA per lanciare la sua sfida cosciente all’incoscienza dell’ordine costituito. La solitudine del proletariato ed il volto osceno e ghignante delle sue insurrezioni lasciano costernati i suoi oppressori ed i suoi falsi protettori.
  9. Gli amici napoletani di Agostino ed i devastatori calabresi hanno chiarito, per l’ultima volta, che la nuova lotta spontanea comincia sotto l’aspetto criminale e che si lancia nella DISTRUZIONE DELLE MACCHINE DEL CONSUMO PERMESSO.
  10. Oggi a Reggio i motivi di rivolta sono definiti “futili”. Infatti il proletariato non ha particolari motivi per ribellarsi poiché li ha TUTTI; non ha richieste particolari da rivolgere al potere poiché il suo obiettivo è la distruzione di OGNI POTERE che non sia quello esercitato dai CONSIGLI PROLETARI.
  11. I Consigli Proletari non chiederanno nulla di meno della distruzione di questa società, dell’abolizione del lavoro, dell’eliminazione violenta di ogni istituzione separata (scuola, fabbrica, prigione, chiesa, partito, etc.) poiché esisterà il potere decisionale di ciascuno nel potere UNITARIO ED ASSOLUTO dei Consigli.
  12. I Consigli Proletari non saranno nient’altro che l’inizio della costruzione da parte di tutti della VITA libera e felice oggi relegata nei desideri e nei sogni prodotti dall’infelicità dell’attuale SOPRAVVIVENZA.
  13. Proletari coscienti, che la maledizione del lavoro sia maledetta, che l’ineluttabilità della produzione diventi il suo lutto.

ORGANIZZAZIONE CONSILIARE

Torino, ottobre 1970.

Pensieri commessi dai mille rivoltosi delle Nuove

La sentenza per l’ammutinamento alle Carceri Le Nuove (scoppiato il 12 aprile 1969) fu resa alla fine di giugno 1970. Alcune decine di detenuti risultarono assolti, 14 condannati per il reato di danneggiamento, dopo la derubricazione dalla imputazione (più grave) di “devastazione e saccheggio”. Chi scrive e Riccardo d’Este furono sentiti, in aula, come testimoni, convocati dagli avvocati di qualche imputato. Le testimonianze risultarono ininfluenti. La datazione del documento risale alla prima metà del mese di maggio 1970. (P.G.)

Tesi sul crimine

Manifesto, cm. 34×50, b/n, che non reca né indicazioni di stampatore né firme di paternità. Esso è stato prodotto ed affisso a Torino, in un periodo compreso tra gennaio e marzo 1970. Pertanto non è possibile attribuirne la paternità all’Organizzazione Consiliare, che ancora non era stata costituita. Al più le “Tesi sul Crimine”, possono essere considerate un “antefatto” alla costituzione della stessa.

TESI SUL CRIMINE

– Il disadattato mette in crisi, per il fatto stesso di esistere, l’ideologia della società tecno-burocratica, unico argine al movimento della storia.

– I detenuti violentano ogni giorno con le loro lotte la società esistente dall’interno delle galere.

– I detenuti, parte di una classe che sarà l’ultima, realizzano ogni giorno quello stile di vita rivoluzionaria che operai e studenti solo a sprazzi riescono ad esprimere.

– I criminali, esercitando il reato nelle sue forme individuali, hanno saputo, una volta divenuti carcerati, praticarlo nella sua forma collettiva ed organizzata: l’insurrezione.

– Le lotte dei detenuti non mirano alla razionalizzazione del sistema carcerario all’interno di questa società; esse la negano praticamente pur manifestandosi inizialmente in uno dei suoi settori più isolati.

– I detenuti hanno già rifiutato lo spettacolo del consumo di libertà che il capitale somministra ogni giorno; hanno capito che il sogno della “libertà” con cui lo Stato vuole costringerli a subire disciplinatamente l’indegnità della pena non è altro che la concessione di praticare la libertà di sognare.

– I detenuti hanno anche negato praticamente l’allettamento della libertà di consumo; sia nei loro reati individuali contro la proprietà privata (furti, rapine, estorsioni) che in quelli collettivi contro la proprietà dello Stato (il saccheggio) hanno realizzato violentemente il principio “a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Il loro è stato ed è assalto proletario alla ricchezza sociale.

– La vita dei criminali è la negazione delle pretese qualità liberatorie del lavoro salariato. Il rifiuto del lavoro conduce alla galera, il timore della galera assoggetta al lavoro.

– La feccia della società di classe ha già adottato le proprie lotte in carcere e fuori la sola organizzazione che muova efficacemente alla distruzione del vecchio mondo. Rifiutando nei fatti lo spontaneismo sottoanarchico degli impotenti e il centralismo gerarchico (codificato o informale) dei mistici della milizia rivoluzionaria ha saputo e sa organizzare il disordine strutturandosi in bande criminali.

– L’amnistia che il Parlamento sta concedendo è un’arma demagogica dello Stato. Di essa è però possibile fare un impiego proletario. Alcuni detenuti saranno scarcerati; la loro liberazione coinciderà con la commissione sempre più vasta e diffusa di crimini proletari e la realizzazione della rivoluzione richiederà, è chiaro, la violazione massiccia di ogni articolo della legge borghese. La liberazione dei detenuti porterà alla costituzione delle prime bande di devastatori e saccheggiatori. Altri, esclusi da un avvenire di integrazione del resto consapevolmente rifiutato, resteranno in carcere, spina nel fianco di un sistema che sapranno rovesciare.

– Il proletariato libero dalla galera ma incatenato alla linea di montaggio deve appoggiare subito le lotte dei criminali con la pratica quotidiana del teppismo e la commissione del reato comune.

La rivolta nelle carceri e la merda nelle Università

Gruppo socialista libertario della Statale, Gruppo socialista libertario della Casa dello Studente e del lavoratore. Milano, 15 aprile 1969.

LA RIVOLTA NELLE CARCERI E LA MERDA NELLE UNIVERSITÀ

“VOGLIAMO GLI STUDENTI DI TUTTE LE PROVINCIE” “LIBERTà” “BATTIPA­GLIA” “LA GIUSTIZIA DEVE ESSERE RIFATTA DAGLI UOMINI” “NO ALLE SBARRE LIBERTÀ”.
Queste e molte altre frasi ci gridavano stanotte i carcerati men­tre un fuoco ininterrotto di bombe lacrimogene e di pallottole andava ad accarezzarli sui tetti e all’interno di San Vittore. Avola, Viareggio, Roma, Battipaglia, Torino, Genova, Milano… ad ognuna di queste date la lotta è scoppiata e si è mostrata esemplarmente più dura. Per i qualunquisti mascherati e non, i moderati maledetti gli eterni confusi e attendisti, la situazio­ne pare in fondo essere sempre la stessa. Rapportandosi ogni volta, nelle loro analisi di castrati (che in quanto tali non posso­no che propagare la loro castrazione) al Movimento Studentesco Panacea universale, Nuovo Padre Protettore e ormai giustificazio­ne della loro nullità, dalla constatazione del suo naturale flusso e riflusso (al quale ultimo effetto soltanto collaborano ormai attivamente) concludono inevitabilmente, quando non anche nelle parole certamente nei fatti, che il nostro compito è solo quello 1°) di un ipotetico e non mai realizzato lavoro paternalistico nei quartieri operai ecc. ecc. 2°) di una comoda contestazioncina interna che naturalmente finisce a lungo andare, essendo l’unica azione che si fa, per divenire sindacalismo spicciolo.
In effetti, al di là di tutte le loro palle, coglionate e mistificazioni, la verità lampante è una sola: che le situazioni rivo­luzionarie costantemente li scavalcano e costantemente delle si­tuazioni rivoluzionarie essi non riescono ad essere che le misera­bili sanguisughe.
Uno dei tanti esempi è il comportamento di questi burocrati e “leaderini” schifosi (non è un caso che siano sempre i burocrati e i leaderini ad essere i più moderati) nella riunione di ieri sera al Poli per l’organizzazione della “settimana di lotte”. Comuni­cata la notizia della grande rivolta di San Vittore e la volontà da parte dei compagni più radicali che l’assemblea decidesse imme­diatamente il comportamento da prendere in merito alla nuova si­tuazione, e proposto di scendere subito in piazza e di portare la nostra presenza ai compagni in lotta e poi ritornare nella notte stessa per fare il lavoro di stampa o propaganda (o almeno parte di esso) e l’indomani mattina mobilitare le sedi universitarie e le Scuole Medie, è stato risposto che prima ci voleva il “discorso sui carcerati”. In realtà queste caricature di burocrati avrebbe­ro avuto tutto da imparare dal discorso che in quel momento i carcerati facevano con gli atti e con le parole. Così non c’è stato da meravigliarsi quando qualcuno di questi assurdi rimasugli di fogna aggiungeva l’odioso al ridicolo definendo addirittura (come un qualsiasi borghese) i detenuti in rivolta “ladri” “assassini” “delinquenti comuni”.
È stato fatto il “discorso”. A questo punto già parecchio tempo era passato e molti compagni di base hanno espresso il loro desi­derio di andare accettando la prima proposta. Ma ecco ricompari­re i “leaderini”, che sviano di nuovo la discussione, si contrad­dicono, inventano problemi che non esistono (almeno nei termini in cui li intendono loro), cioè fanno perdere tempo e intanto la gente di­minuisce. E all’una e dieci dopo una lurida azione di pompieraggio e di sbollimento saltano fuori facendo interventi a catena per dire che ben altri compiti più importanti ci attendono, che andare davanti a San Vittore è “spontaneistico”, “avventuristico” e “turistico”(!).
Al che la maggioranza dei presenti (ormai pochi), sentendosi così pacificata la coscienza da una giustificazione così rivoluzionaria della loro inazione, applaude e non si mette neanche a fare, immediatamente, il tanto rimenato lavoro di organizzazione, ma se ne va tranquillamente a nanna.
Però non tutti hanno concluso così miseramente la loro giornata di frustrati. I compagni più radicali, che avevano fatto la proposta, concretamente l’hanno attuata stando tutta la notte e la mattina in piaz­za a comunicare coi compagni carcerati, a manifestare il loro appoggio e a sensibilizzare la gente, dimostrando fra l’altro che: I) era possibilis­simo andare, II) che non si trattava affatto di “spontaneismo avventuri­stico e turistico”, ma il discorso politico c’era e, incominciando su­bito, si poteva e doveva fare, III) che se fossimo stati in tanti, quanti ne contava l’assemblea cittadina al momento della proposta, la nostra azione avrebbe avuto un peso politico ben maggiore.
Compagni della base, è giunta l’ora che veramente noi ci liberiamo una volta per tutte dei pesi morti, degli affossatori, degli eterni confusi, che non hanno cambiato niente della loro vera essenza borghese e che in effetti la borghesia – tollerandoli benissimo – giorno per giorno sempre più recupera, anche per mezzo della loro acquiescenza (le parole non contano, contano i fatti) alla prassi ideologica degli pseudo rivoluzio­nari, dei nemici del proletariato, cioè dei riformisti reazionari del P.C. e dello P.S.I.U.P.
In questa situazione specifica prendiamo noi, la base, la decisione in assemblea di fare oggi stesso una manifestazione di massa e il lavoro di stampa e propaganda per la lotta dei compagni che si stanno rivoltan­do nelle carceri italiane.
Noi sappiamo che i detenuti, i “delinquenti comuni”, sono in verità un prodotto sociale emarginato di questa società fondata sul profitto, sulla burocrazia, sull’egoismo, sulla corruzione, e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
«La rivoluzione si preannuncia sempre sotto l’aspetto criminale» (Karl Marx).
Ed ora il rifiuto, la rivolta individuale che ha portato questi uomini nelle prigioni compie un salto qualitativo nella pressi e nella coscien­za della rivolta collettiva. Qui infatti non si tratta solo della crisi delle carceri che genera la rivolta dei carcerati contro la loro condizio­ne di detenuti, bensì della crisi del capitalismo che genera una rivolta esemplare, una rivolta di uomini che non hanno niente da perdere e un mondo da guadagnare.

SIAMO REALISTI: NEGHIAMOCI COME “STUDENTI” – VIVIAMO COME RIVOLUZIONARI

È davvero chiederci
L’IMPOSSIBILE?

GRUPPO SOCIALISTA LIBERTARIO DELLA STATALE
GRUPPO SOCIALISTA LIBERTARIO DELLA CASA DELLO STUDENTE E DEL LAVORATORE

15/4/69 – cicl. Proprio

Richieste formulate dal Comitato di base delle Nuove

Volantino diffuso nelle carceri Le nuove a Torino, 13 aprile 1969. (In calce, appunto di Panco Ghisleni)

1) Questo foglio deve venire pubblicato sui giornali locali nel suo testo integrale.
2) Si chiede che venga indetta domani una conferenza stampa di cinque detenuti per ogni braccio con i rappresentanti di tutti i giornali locali.
3) Si chiede che entro il 15 aprile c.a. sia inviato un rappresentante del Municipio e uno della Prefettura e siano introdotti in ogni singolo braccio a discutere pubblicamente con le varie commissioni.
4) Che le celle dei singoli bracci restino aperte sino alle ore 16 fino a quando che non verrà la commissione Parlamentare e che durante tutte le restanti ore sia aperta la porta in legno delle singole celle.
5) Che venga garantita ogni rinuncia a punizioni per i fatti avvenuti sino ad ora e relativi trasferimenti.
6) Domani stesso vengano indette elezioni a scrutinio non segreto controllate dalla Commissione Costituente di numero 5 detenuti per ogni braccio per la conferenza di cui al punto 2 e per prospettare i problemi carcerari.
7) Siano inviati dei membri della Commissione Parlamentare preposta alla riforma dei codici a venire entro 5 giorni alle Carceri Giudiziarie di Torino per sentire le richieste delle commissioni detenuti.
8) Oggi la commissione costituente deve poter girare liberamente per i bracci.
9) Che le commissioni elette come al punto 6 formulino a breve scadenza le modifiche a regolamento carcerario che si renderanno necessarie.
10) SI PROMETTE CHE ENTRO QUESTI CINQUE GIORNI NON VERRANNO COMMESSI ULTERIORI DANNEGGIAMENTI.
NEL CASO CHE TUTTI GLI ANZIDETTI PUNTI NON VENGANO INTEGRALMENTE ACCETTATI LA COSTITUENTE SI SCIOGLIE E NON RISPONDE IN ALCUN MODO A CIÒ CHE AVVERRÀ AL CARCERE.

Torino, 13 aprile 1969

La passività non paga

Volantino diffuso alla FIAT dall’Organizzazione Consiliare. Torino, senza data.

LA PASSIVITÀ NON PAGA

L’arresto dei tre compagni è l’ultima provocazione che i padroni hanno messo in atto contro gli operai del Lingotto perché si sono finora dimostrati incapaci di reagire.
L’aumento continuo dei ritmi di lavoro, gli infortuni sempre più numerosi che causano spesso invalidità permanenti, i trasferimenti, i provvedimenti disciplinari, l’oppressione dei capi, lasciano indifferente questa classe operaia dell’OSA, sempre più sottomessa.
I Sindacati, espressione di questa “base” remissiva, si comportano coerentemente e non cercano di svegliare il leone che dorme perché sarebbe pericoloso per essi stessi; invitano a rispondere ogni volta solo con proteste formali, con qualche volantino “indignato”, con qualche ora di sciopero che oltre a fallire miseramente non cambia nulla rispetto al potere in fabbrica che resta sempre in mano al padrone.

BISOGNA CAMBIARE SISTEMI, IL PADRONE CI PROVOCA, CI VUOLE TEPPISTI E NOI LO DIVENTIAMO, CONTRO DI LUI.

Certi sindacalisti sono poi dei porci ed il giorno in cui gruppi di operai delle presse decisero di fermarsi (come è capitato alcune settimane fa) per difendere dei delegati trasferiti sono riusciti a bloccare questa lotta dicendo falsamente che tutto quanto era sistemato. Ecco i nomi per ricordarceli al momento opportuno: Meloni (membro di commissione interna), Amata (delegato delle presse), Gallo Gerardo (delegato della manutenzione), tutti della UIL. I sindacalisti della CGIL e della CISL sono ugualmente responsabili, perché conoscevano il fatto e non hanno avuto il coraggio di denunciarlo agli operai.

La passività operaia, gelosamente custodita dal sindacato, è il migliore strumento che diamo al padrone per rafforzare sempre più il suo potere ed accrescere i suoi profitti. Gli operai in lotta senza alcun controllo da parte dei sindacati riescono invece a bloccare ogni provocazione anti proletaria e a diventare essi stessi provocatori contro il padrone.

1 – I volantini non devono più esprimere una solidarietà a parole con i compagni colpiti. Essi devono divulgare i nomi di tutti i bastardi che opprimono gli operai, i loro indirizzi, le loro abitudini, i loro spostamenti, le spiate e le infamie di cui si sono macchiati. I volantini sono gli atti istruttori del processo che il tribunale proletario continuerà con le opportune sanzioni.

2 – Già fin d’ora vanno colpite le carogne che ci mandano in carcere e ci sfruttano. Spie, ruffiani, poliziotti crumiri, giudici (si chiama Barbaro quello che ha fatto incarcerare i compagni di Lingotto), padroni e sindacalisti devono stare attenti, guardarsi le spalle, a costoro va tolta ogni possibilità di manovra.

3 – Gli scioperi devono danneggiare i padroni e non gli operai. Bene agli scioperi, ma occorre anche usare altri mezzi.

4 – In ogni momento il vandalismo contro la produzione e contro le macchine va bene. L’importante è non farsi prendere.

I PADRONI DICONO CHE GLI OPERAI IN LOTTA SONO DEI TEPPISTI, EBBENE DIVENTIAMOLO CONTRO I PADRONI, I LORO SERVI, I LORO BENI

ORGANIZZAZIONE CONSILIARE

Le ‟Nuove” in rivolta. Contro il capitale lotta criminale

LE NUOVE IN RIVOLTA
Contro il capitale lotta criminale

I compagni che il capitale ha incarcerato alle Nuove stanno ancora una volta dimostrando con la loro rivolta che rifiutano lo schifoso sistema che li ha costretti in carcere.
L’ideologia della pena e dell’espiazione, cioè l’accettazione della colpa, viene rifiutata dai collettivi di lotta che rivendicano la libertà assoluta per sé stessi e per la società, contro l’assoluta schiavitù imposta dal lavoro e dalla sopravvivenza alienata.
La campagna ordita dalla stampa e dagli organi di informazione tutti contro l’ondata “CRIMINALE” tende a strumentalizzare a scopo repressivo l’intolleranza proletaria: il CRIMINE GENERALIZZATO, espressione cosciente e radicale del rifiuto all’ordine costituito, viene presentato all’opinione pubblica come novello spauracchio – la contestazione era stata prospettata in modo analogo – onde ottenere l’inasprimento delle misure repressive.
I detenuti in rivolta non pretendono nulla di meno che l’abolizione del carcere ed esigono la libertà perché i fatti da loro commessi

 NON COSTITUISCONO REATO.

Il furto, la rapina, il danneggiamento sono buona cosa perché costituiscono lo strumento che il proletariato tutto adotta onde espropriare gli espropriatori.
Non è un caso che contemporaneamente alla rivolta delle Nuove ci sia la ripresa della lotta contro il lavoro alla FIAT Mirafiori, carcere quotidiano di 60.000 proletari; infatti gli uni e gli altri rifiutano la schiavitù imposta loro dal lavoro, dall’obbligo al consumo, dalla non vita organizzata come unica forma di sopravvivenza.
EBBENE BASTA! Noi proletari tutti non dobbiamo restare inerti di fronte a questo stato di cose, ma reagire violentemente SACCHEGGIANDO ed appropriandoci di tutto ciò che ci serve e che ci è finora stato negato. Distruggiamo ogni concetto di bene e di male lasciando ai borghesi il falso moralismo: DIVENTIAMO TUTTI CRIMINALI, non esiste altro modo di essere veramente solidali con i compagni carcerati; non solo intensificando la nostra attività antisociale, non solo estendendola a tutti i compagni – è assurdo che gli studenti comprino i libri quando è possibile rubarli, che le massaie acquistino le merci quando è possibile saccheggiare i supermercati – ma rendendola realmente rivoluzionaria, ossia collettiva, al fine del rovesciamento di qualsivoglia carcere, sia esso chiamato scuola, famiglia, fabbrica, sistema, o qualsiasi altra puttanata.
I detenuti non vogliono autogestire il carcere, così come i proletari non intendono dirigere questa società di merda ma DISTRUGGERLA: tutti vogliamo vivere la nostra libertà assoluta che è possibile ottenere solo attraverso la rivoluzione violenta ed armata e l’instaurazione dei CONSIGLI PROLETARI come organo di decisione di tutti.

ORGANIZZAZIONE CONSILIARE

Porta Palazzo è un ghetto

Volantino di O.C. o parte di esso.

Commento di Sergio: ricordo quando sui muri di Porta Palazzo si andava scrivendo notte tempo ‟Abbasso i leader W i lader”, riscuotendo molta simpatia tra i pochi astanti.

Contro il capitale lotta criminale

Volantino O.C. distribuito a Torino – Porta Palazzo, senza data.

CONTRO IL CAPITALE LOTTA CRIMINALE

“NIENTE SCHERZI O VI FACCIAMO FUORI… Sappiamo che avete in casa tre milioni, metteteli qui e non vi accadrà niente di male.”

Con queste parole il 15 febbraio alcuni proletari, come già altri prima di loro, hanno stravolto i termini della contrattazione mercantile, praticando invece il furto come unica possibilità di sopravvivenza in questa società che non offre alternativa se non la propria prostituzione nelle fabbriche.

Il rifiuto della schiavitù del lavoro, cioè della vendita della propria giornata in cambio di merci necessarie alla propria sopravvivenza ed al decoro del proprio rango sociale, viene praticato attraverso il furto di tutto ciò che faccia parte del fabbisogno quotidiano di ciascuno.

Il crimine individuale e separato, ultimo prodotto della società repressiva, va man mano scomparendo per lasciare il posto alla criminalità collettiva la quale, manifestando una sempre maggior intolleranza ad ogni forma di assoggettamento alle norme ed ai codici borghesi, si presenta come unica forma radicale di lotta rivoluzionaria.

La risposta alla società che tollera anzi tutela il furto sulla pelle dei proletari si fa man mano più cosciente: dal furto del singolo per sfuggire alla schiavitù del lavoro salariato cade di fatto in una forma altrettanto alienante anche se non legalizzata di schiavitù, si è giunti oggi alla generalizzazione del crimine, del saccheggio o della distruzione di tutto ciò che venga ad impedire la libertà individuale e collettiva.

Questo dimostra come il proletariato moderno, rifuggendo ogni forma di lotta legalizzata, inizia organizzandosi l’assalto a tutto ciò che determina la miseria della sua esistenza.

COMPAGNI PROLETARI RINUNCIAMO AI REGOLAMENTI DI CONTI TRA BANDE RIVALI

L’UNICA BANDA DA SCONFIGGERE È LA SOCIETÀ!

FACCIAMO ESPLODERE LA POLVERIERA DI PORTA PALAZZO – TRASFORMIAMO QUESTO GHETTO NEL QUALE IL CAPITALE FA IL BELLO ED IL CATTIVO TEMPO IN UN LUOGO NEL QUALE I PROLETARI POSSANO LIBERAMENTE ORGANIZZARSI PER EVERTERE LA SOCIETÀ TUTTA.

ORGANIZZAZIONE CONSILIARE

Liquidiamo i bugiardi

Volantino di Organizzazione Consiliare distribuito in occasione di un intervento presso l’Unione Culturale a Torino.

Cottimo garantito, fatica garantita

COTTIMO GARANTITO,
FATICA GARANTITA

Nelle assemblee sindacali a proposito della piattaforma rivendicativa si discute del cottimo e si insiste sul fatto che il guadagno sarebbe garantito in qualunque modo anche se la produzione dovesse calare per cause che non dipendono dagli operai. Ma si tace su un’altra questione. Nessun sindacalista infatti osa dire che è falsa la promessa di poter fare la produzione a nostro piacere ed avere ugualmente il salario garantito. Vediamo in concreto le proposte sindacali:

1) Convalida dei ritmi di lavoro da parte degli operai. I sindacati sostengono che i ritmi attuali dovremo farli perché li facciamo già. I ritmi che il padrone ci ha imposto con continui tagli di tempi, minacce, pressioni, multe, etc. li renderemo LEGITTIMI e daremo il nostro consenso a tutto quello che il padrone ha fatto contro di noi da sempre.
2) Guadagno uguale sia per gli operai diretti che per quelli indiretti. Questo vuol dire che i carrellisti, i magazzinieri, gli addetti alla manutenzione, alla riparazione e tutti quelli non legati direttamente alla produzione che godevano rispetto agli altri di un lavoro più calmo, saranno sottoposti sicuramente ad una razionalizzazione e saranno costretti a correre perché i sindacati ancora una volta li hanno venduti per poche lire. I sindacati vogliono livellare gli operai ai livelli più bassi.
3) Quando i tempi, gli organici, le pause, i rimpiazzi e la produzione saranno convalidati non avremo mai la possibilità di scendere al di sotto del rendimento prestabilito dal padrone e dai sindacati se non a rischio di multe, sospensioni, licenziamenti per scarso rendimento e questa volta con l’approvazione del sindacato.
4) A questo punto il delegato ed il rappresentante sindacale non diventano altro che i cani da guardia che il padrone impiega per la garanzia del suo potere, cioè della produzione.

Di fronte a questo inganno non possiamo che rispondere in questi due modi:
A) per ciò che riguarda il salario, non rifiutiamo certamente ciò che ci viene offerto; lasciamo fare ai sindacati il loro mestiere di mercanti delle nostre vite. Il problema è altro. Sappiamo che il padrone è disposto a pagarci molto, ma a patto di chiederglielo con le dovute maniere e di sottoporci ai suoi piani produttivi.
B) Quello che ci importa è non garantirgli mai la produzione: contrattare i tempi significa garantire il nostro lavoro ed una certa produzione. Garantire la produzione al padrone vuol dire garantirgli il suo potere su di noi e sulla nostra fatica. La nostra fatica non la garantiamo a nessuno, né ai padroni, né ai sindacati. La fatica vogliamo abolirla e lavoriamo o no, secondo come ci fa comodo. Questo finché la nostra forza sarà tale da NEGARE AL PADRONE TUTTA LA PRODUZIONE, TOGLIENDOGLI TUTTO IL POTERE.

  • Boicottiamo le assemblee sindacali non andando ai refettori oppure andiamoci ma per togliere la parola ai sindacalisti ed ai loro leccaculo. Respingiamo ogni piattaforma.
  • Decidiamo per nostro conto tutte le azioni che blocchino la produzione. LA POCA PRODUZIONE CHE ESCE DEVE ESSERE SABOTATA.
  • IL RIFIUTO DEL LAVORO DEVE COMINCIARE CON UNA LOTTA PERMANENTE E QUOTIDIANA CONTRO IL LAVORO CHE CI È QUOTIDIANAMENTE IMPOSTO.

ORGANIZZAZIONE CONSILIARE