Tratto da francosenia.blogspot.com, 21 giugno 2018.

 

Evidentemente, invecchio, e quindi mi ripeto. Ragion per cui, per l’ennesima volta prenderò a prestito da Majakovskij la sua brillante frasetta di circostanza a proposito del fatto che anche stavolta, piuttosto che abbandonarmi ai ricordi, «Preferirei indire una mattinata di supposizioni». Ma ahimè la situazione lo richiede, ragion per cui non posso esimermi dall’usare l’unica Macchina del Tempo di cui dispongo per ri-andare alla mia “prima volta“. Naturalmente, quando parlo di “prima volta” voglio riferirmi alla prima volta in cui sono venuto a contatto con il concetto di “critica radicale” italiana (la notazione geografico-nazionale è voluta); e nel caso addirittura esercitata propriamente nei “miei” confronti!
Mi ricordo – credo sia questo il giusto incipit – di essere allora appena arrivato da pochi giorni a Firenze, quando il destino volle che mi capitasse di leggere su un volantino – la cui firma non mi sovviene – che il gruppo anarchico, al quale da poco facevo riferimento, sarebbe stato sicuramente composto di «figli di Failla e della Coca-Cola».
Ora, per quel che riguarda l’attribuzione del patronimico che mi veniva dato in allegra compagnia, confesso che a quel tempo ciò avrebbe potuto essere per me anche motivo di vanto e di orgoglio (e se consideriamo il fatto che, tutto sommato, “cambio poco” – e da costà provengo, un po’ probabilmente continuerebbe tuttora ad esserlo, a mo’ di curriculum). Ma gli è che dalla cocacola, per allora, mi ero già svezzato, ed indugiavo a ben altre bevande, per non restare un po’ risentito da quella palpabile malignità sottesa. Insomma, per farla breve, il primo approccio non fu affatto idilliaco, e così accadde che le rispettive strade continuassero a procedere, ciascuna per il loro proprio conto, senza mai arrivare, per diverso tempo, ad incontrarsi realmente.
Ci fu, un paio d’anni dopo, un’altra volta, il 1° maggio del 1972, quando durante il corteo del 1° maggio diffusero fra gli astanti – fra cui io – il volantino “comontista” che si può vedere riprodotto qui sotto, e che lessi con non malcelato interesse.
Ammetto sinceramente il fatto che loro, sulla tematica della critica del lavoro, per lo meno a livello teorico, fossero allora un bel pezzo più avanti a me, ma non posso però fare a meno di sottolineare che – diversamente da quanto afferma il mio amico Dino Erba (nella sua recensione a questo stesso volume, e si tratta di recensione fresca di stampa arrivata nella mia casella e-mail questo stesso 21/6/2018) quando sostiene che «Ci volle un bel coraggio in quegli anni per resuscitare il capitano Ludd!» – sarebbe bastato andare a prendere in mano i libri di Edward P. Thompson sulla storia del luddismo. E poi, devo ammettere che alla fin fine quello che non mi convinceva troppo era proprio la loro “firma“, il modo in cui si definivano, quel “i comontisti“, ricavato in forza di un doppio e brutto salto mortale da saltimbanchi [*].
E così avvenne che bisognò aspettare ancora qualche anno, prima di poter arrivare a raggiungere un “accordo” con la “critica radicale” (ometto volutamente la notazione geografico-nazionale), nei panni di un amico di cui non dirò il nome e della rivista “Puzz“. La cosa si riferisce a quando, a Firenze, dopo la rapina di Piazza Alberti, quello che rimaneva del Collettivo Jackson ebbe bisogno di pubblicare e far girare la sua contro-inchiesta sul massacro del 29 ottobre 1974, e per poterlo fare trovò allora una sponda solo nella rivista “Puzz“; ché tutti gli altri si erano defilati!
Ah, dimenticavo (veramente no, non è vero, non dimenticavo affatto: la cosa me l’ero lasciata apposta per ultima!), la mia più recente esperienza con la “critica radicale” italiana (e qui devo riproporre la notazione geografico-nazionale) risale a qualche settimana fa, su Facebook, e si è estrinsecata nel corso di una diatriba (della quale confesso di non aver completamente compreso il senso) proprio con uno dei curatori del libro che (per chi non l’avesse capito) consiglio di leggere. In una discussione su Debord – in cui rispondevo a Gianfranco Marelli, a proposito di un suo commento sulla moglie di Debord, proponendogli la lettura di un mio post su questo blog a proposito delle “truffe” – venivo aggredito in malo modo con argomentazioni riferite al mio presunto “astio” e alla “invidia” – che secondo il più “grosso” dei curatori del libro oggetto di questa mia “recensione” trasuderebbe da quel mio piccolo testo “tanto più bilioso quanto proprio per questo ben documentato” – “contro il (o i) Debord“. A questo punto, pur confermando il mio giudizio sulla bontà dell’operazione editoriale, non posso fare a meno di considerarmi fortunato a non aver fatto parte di un simile milieu, dal momento che a giudicare da quelli che ora sono più di un esempio storico, appare quantomeno probabile che tale esperienza possa portare a soffrire di conseguenze psichiche non proprio felici.

[*] – IL COMONTISMO (traduzione di Gemeinwesen, da Com – ontos – dell’essere) non è altro che “movimento reale che sopprime le condizioni esistenti” (Marx), è la comunicazione dell’essenza umana, libera dall’alienazione, e l’essenza della comunicazione libera dalla ideologia. (da “Per l’ultima Internazionale“)