• Category Archives: Gruppo

Carlo Romano: LA CRITICA RADICALE IN ITALIA. LUDD 1967-1970. Fogli di via N° 26, fondazione De Ferrari, Genova.

Nell’estate del 1969 vari soggetti si riunirono nei locali del romano Film- studio e diedero vita a “Ludd-Consigli proletari”. In un contesto che sci- volava sempre più, con diverse sfumature, nel limaccioso fronte ideologico bolscevizzante, il nuovo gruppo, animato principalmente da genovesi e milanesi, ribadiva la natura antiautoritaria del Sessantotto e allo stesso tempo rivendicava una tradizione di critica e ribellione che nei decenni aveva resistito al canto delle sirene che veniva da Est. I punti di congiunzione non mancavano.

Nel fatidico 1956 l’immagine della “grande e giusta Unione Sovietica” traballò nella vergogna e con lei i partiti che vi erano legati, per quanto le condizioni della “guerra fredda” ne rallentassero la dissoluzione vera e propria dell’elemento fideistico. Le critiche che al sistema moscovita ave- vano mosso tanto i comunisti radicali che i socialdemocratici cominciarono a circolare anche fra chi nelle ultime generazioni riscontrava in quel sistema, con la complicazione della fabbrica ideologica che era, la stessa intima natura del “blocco” avversario. Le teorie critiche della società salvaguardate nei passati decenni da piccoli gruppi di scarsa visibilità tor- narono attuali.

Nel corso del 1961 uscirono a Genova i tre numeri di “Democrazia diretta”. Fra i collaboratori, di diversa provenienza, c’era Romano Alquati che a Cre- mona aveva collaborato con Danilo Montaldi al gruppo di “Unità pro- letaria”, in contatto coi francesi di “Socialisme ou Barbarie”, che dei fatti genovesi – e non solo genovesi – dell’estate del 1960 aveva dato, riottosa nei confronti della retorica di partiti e sindacati e non coinvolta nel- l’antifascismo di maniera, una spiegazione incentrata su “operai e studenti che hanno maturato un profondo disprezzo nei confronti del potere che grava su ogni momento della loro vita di giovani”. Uno dei giovani coinvolti nei fatti dell’anno precedente e che finì col partecipare alla breve esperienza di “Democrazia diretta”, Gianfranco Faina, venne espulso dal PCI. Fu attorno a lui – attraverso volantini, partecipazione alle lotte, ef- fimere testate, gruppi di discussione, circoli, collegamenti, anche critici, che andavano dai “Quaderni Rossi” a “Socialisme ou Barbarie” e all’incontro con la teoria situazionista – che il Sessantotto in Liguria acquisì insieme alla continuità con la tradizione dei gruppi radicali e l’omogeneità con ciò che succedeva in quegli anni nel mondo giovanile, una spiccata originalità.

Non meno vivace, per quanto oscurata da circostanze più magmatiche, fu l’iniziativa dei milanesi. Qui si ebbe anche un rapporto diretto, fino al coinvolgimento teorico e pratico di Salvadori e Sanguinetti – e infine solo di quest’ultimo – con l’Internazionale Situazionista. Ma ciò che rientrava immediatamente nello scenario delineato fu il numero unico de “Il Gatto Selvaggio” redatto da Eddie Ginosa e dal torinese – trasferitosi a Milano inseguito da un mandato di cattura per uso di stupefacenti – Riccardo d’Este. Ambedue provenienti dal gruppo di “Classe Operaia”, facevano riferimento alla tradizione “consiliare” e allacciarono rapporti variamente caratterizzati (compresi anarchici e “beat” oltre a quello con un intellettuale di peso nel- l’editoria come Giorgio Cesarano) che via via si consolidarono. D’Este per altro fu il punto di congiunzione con la situazione genovese da lui ben conosciuta. Alla fine del Sessantotto le due esperienze trovarono un momento di incontro con la stesura del volantino “Il punto d’esplosione della menzogna burocratica” che fu l’antefatto alla fondazione di “Ludd- Consigli operai”. Il riferimento alle antiche lotte luddiste (sottratte proprio in quegli anni alla vulgata marxista-leninista dallo storico inglese E.P. Thompson) era significativo.

Mi spiace di non poter citare in questa sede i vari nomi di chi partecipò a tali vicende i quali tuttavia si possono recuperare nelle introduzioni di Paolo Ranieri e Leonardo Lippolis al volume che raccoglie tutti i reperti (non solo il “bollettino”) di “Ludd” e dei suoi antecedenti. Si tratta del primo dei tre volumi intitolati alla “Critica Radicale in Italia (seguiranno quelli su “Co- montismo” e “Insurrezione”). Entrano in gioco i gruppi che, come ha scritto Piero Coppo, “inquadrarono la questione della rivoluzione in termini an- tiideologici fuori e contro il militantismo caratteristico di quegli anni e del decennio successivo”

Carlo Romano
LA CRITICA RADICALE IN ITALIA. LUDD 1967-1970. Fogli di via N° 26, fondazione De  Ferrari, Genova.

 

 

Recensione di LUDD 1967-1970. LA CRITICA RADICALE IN ITALIA di Dino Erba

LUDD 19671970. LA CRITICA RADICALE IN ITALIA.

Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
KARL MARX – FRIEDRICH ENGELS, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 25.

 L’OPERA È DIVISA IN TRE PARTI.

La prima, L’occupazione definitiva del nostro tempo, di Leonardo Lippolis, è un excursus storico (persone, pubblicazioni, sigle, iniziative ecc. ecc.), succinto (55 pagine) ma sostanzialmente esauriente, a parte alcune lacune che segnalo poi.
La seconda parte, Vecchie favole intorno a un giovane fuoco, di Paolo Ranieri, è una lunga (192 pagine.) rifles- sione «politica», seppure nel solco dell’antipolitica.
La terza parte (circa metà del volume), raccoglie i documenti: giornali, volantini, manifesti che offrono inedite testimonianze sugli aventi e il clima di quegli anni. Il libro è il primo di una trilogia che tocca i primi anni Ottanta del Novecento, composta da: Comontismo 1971-1974 e Insurrezione 1975-1981 e oltre.

UNA FUGA IN AVANTI?

Per gli specialisti delle fughe all’indietro… Cit. in MANOLO MORLACCHI, La fuga in avanti.
La rivoluzione è un fiore che non muore, Agenzia X – Cox18Books, Milano, 2007.

A oltre mezzo secolo, il libro getta vividi bagliori su un’epoca che, in Italia, visse una stagione del tutto eccentrica nel contesto internazionale, sia riguardo alla cosiddetta contestazione studentesca sia riguardo al ciclo di lotte operaie che attraversò il decennio 1967-1977.
Certamente, Ludd fu una fuga in avanti, non solo rispetto al grigio clima cultural-politico italiano ma anche rispetto a quello internazionale, apparentemente più effervescente. Ma, forse, solo apparentemente.
Le sue argomentazioni possono oggi sembrare ingenue, a volte ambigue (mi riferisco alla spettacolare invo- luzione del situazionismo, su cui stendo un velo pietoso) . Erano suggestioni eversive che nascevano al culmine di una fase di espansione economica che, presto, avrebbe conosciuto un inesorabile declino.
Anticiparono temi che, in Italia, sarebbero stati affrontati nel decennio successivo, quando le sinistre comuniste ebbero un quarto d’ora di notorietà. Fu breve, ma fu ricco di iniziative (quasi esclusivamente edi- toriali), grazie alle quali, avvenne la mia crescita torica e politica. Fu una coraggiosa provocazione, di fronte al ritorno all’ovile dei più.

MA PRIMA, COME ERAVAMO?

Era un piccolo mondo e si teneva per mano. Era un mondo difficile, lontano oggi a noi … UMBERTO SABA, cit. a p. 67.

Dalla poetica di Saba, passo alla più prosaica realtà.
Nella dinamica del boom economico italiano dei primi anni Sessanta, si incontravano e si scontravano i secolari particolarismi cultural-politici, i recenti squilibri strutturali (città-campagna, Nord/Sud, flussi migratori interni) e le spinte modernizzatrici del capitalismo nostrano (in primis Olivetti, Fiat, Pirelli). A condire questo già saporito menu, dall’estero, giungevano nuovi stimoli culturalpolitici che contribuivano a ravvivare, se non a rompere, un clima ormai stantio, quando anche la Chiesa, con papa Giovanni, si apriva al «nuovo».
Ma cos’era il «nuovo» per l’Italia di allora? In buona sostanza, era il tentativo di coniugare l’American dream con il Vento dell’Est, ovvero un capitalismo competitivo ma seducente, grazie ai ritmi del rock, e un socialismo rassicurante, un po’ noioso, ma tecnologicamente efficiente, grazie allo Sputnik.
Fu un’impossibile quadratura del cerchio che visse una sua breve stagione, alimentando sogni e illusioni tra i giovani (e tra chi non accettava un meschino futuro). Nell’euforico clima di quegli anni, costoro, chi più chi meno, cercarono di cavalcare la tigre, dando vita alla critica radicale, come sarebbe stata definita, di cui il libro ci parla e che, ripeto, non ebbe apprezzabili riscontri fuori dall’Italia. L’Italia, pur recependo gli echi di quanto avveniva in altri Paesi, non li restituì. Per quale motivo?

LA TRISTE SCIENZA DI TOGLIATTI E LA CRITICA DELLECONOMIA POLITICA DI MARX

Per quanto radicale, la critica scontava in Italia il retaggio di una cultura umanistica che, nelle sue più recenti espressioni – quella liberale di Benedetto Croce e quella fascista di Giovanni Gentile – aveva tenuto ben divise «arte e scienza». Non stupisce quindi che politici (NON politicanti) italiani, anche sovversivi (tranne le solite encomiabili eccezioni) abbiano sempre guardato con sospetto l’economia (la «triste scienza», secondo Palmiro Togliatti, massimo guru del pensiero nazional-popolare italiano).
Un simile retaggio affiora prepotente anche dalle considerazioni di Paolo Ranieri (p. 88). E non per nulla, Leonardo Lippolis, nel suo excursus, pur girandoci intorno, non parla della Sinistra comunista «italiana» (il Bordiga! Innominato, innominabile)1 che, in quel periodo, si distinse per le sue analisi sull’evoluzione del ciclo economico postbellico. Sono studi quasi unici, anche a livello internazionale2. A onor del vero, anche la Sinistra «tedesco-olandese» (o consiliare), più volte evocata, con Anton Pannekoek e con Paul Mattick, si dedicò alla critica dell’economia politica. Perché di critica dell’economia politica bisogna parlare. Ed è questa la grande assente. Fu assente dai dibattiti e dai confronti di quegli anni e, anche oggi, la critica dell’economia politi- ca mostra una certa latitanza (tranne le solite encomiabili eccezioni)3.
Per uscire da questo impasse teorico-politico, e abbordare la critica dell’economia politica, le premesse c’erano. Nel coro della critica radicale, c’erano molte voci, anche stonate, pronte a ricevere il la e animare nuove pulsioni.

OGGETTIVO O SOGGETTIVO? QUESTO IL DILEMMA!

Insomma, il vecchio mondo che già stava tornando attraverso i vari gruppi della sinistra extraparlamentare prese definitivamente il sopravvento.
Leonardo Lippolis, p. 60.

Fu la bomba di piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969) a segnare la battuta delle diverse ma congruenti espressioni della critica radicale. Trascorse però un decennio prima che fosse posta la «pietra tombale» su quanto essa, in tre anni, aveva disordinatamente e gioiosamente seminato.
Spiegare a caldo le sconfitte è come arrampicarsi sugli specchi. Soprattutto, in assenza di quei criteri che so- lo la critica dell’economia politica può offrire. Se usati cum grano salis
Nel milieu radicale, le spiegazioni oscillarono tra l’enfatizzazione di aspetti soggettivi, la trionfante controrivoluzione (per es. Gianfranco Sanguinetti) e l’enfatizzazione di aspetti oggettivi, l’antropomorfizzazione del capitale (Jacques Camatte e Giorgio Cesarano). In un caso e nell’altro, c’era del giusto… Prevalse la visione no future. Per alcuni fu la morte fisica (ricevuta o cercata), per i più fu la morte intellettual-politica (l’omologazione).
Ma anche chi si piccava di usare la critica dell’economia politica mostrò di essere ancora succubo di ideo- logie del passato che ottenebravano le armi della critica.
La Sinistra comunista «italiana», richiamandosi agli studi condotti con Amadeo Bordiga ancora vivente, vide nel 1975 la fine del boom economico post bellico (Golden Age o Trente Glorieuses). L’analisi era giusta, ma fece del 1975 l’anno fatidico del crollo e della rivoluzione. Diffuse una profezia millenaria che, nel giro di pochi anni, si dissolse, dopo aver mandato allo sbaraglio compagne e compagni, pur senza mortiferi esiti, questa volta4.
A questo proposito, si rivela superficiale la critica di Paolo al bordighismo – più che a Bordiga – (pp. 179-191), poiché essa resta, appunto, alla superficie del fenomeno, ancorché immaginifico, senza sondarne i meandri, dove fermentavano umori squisitamente soggettivisti e volontaristici (il leninismo!), come emblematicamente dimostra la teoria-prassi di Rivoluzione Comunista, antesignana dei futuri sviluppi, di cui parla il citato Lalbat.
Parlando della crisi del modo di produzione capitalistico, alla fine degli anni Settanta, essa era ai suoi primi passi. La sua evoluzione sarebbe stata assai contorta (e imprevista) e, solo nel nuovo millennio, avrebbe preso forma e sostanza. Tuttavia, il suo studio richiedeva attenzione e capacità analitiche, evitando improvvisazioni e facili analogie con un passato ormai remoto, come fecero i seguaci di una sciocca invarianza.
Non ci voleva però il cervello di Marx per vedere che, nel mondo capitalistico, il blocco sovietico rappre- sentava una sorta di limbo, in cui gli effetti della crisi si manifestavano in maniera distorta, invischiandosi in una formazione economica ibrida, né capitalista né extra capitalista (non certo socialista). Sarebbero esplosi nel 1989, con il crollo del muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’URSS. Al tempo stesso, si dissolvevano quelle mitologie che, per settant’anni, avevano visto nel sistema sovietico un sogno o un incubo. Cadendo, in entrambi i casi, in una visione assolutamente fantastica5.
Certo, è il senno di poi (di cui son piene le fosse) che mi consente di avanzare queste osservazioni con le mie critiche ai testi di Leonardo e di Paolo. Le ritengo una doverosa premessa, grazie alla quale posso ora riconoscere il merito di quell’esperienza: il luddismo.

CONTRO IL LAVORO

Le temps payé ne reviene plus.
RAOUL VANEIGEM, La vie s’écoule, la vie s’enfuit.
(1974).

Ci volle un bel coraggio in quegli anni per resuscitare il capitano Ludd!
Un coraggio generato da quella critica radicale che metteva in discussione tutte le «verità» del mezzo secolo precedente, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, madre di tutte le moderne ideologie lavoriste … Nonostante Paul Lafargue (genero di Marx), nel 1887, avavesseeva indicato la via, col suo Diritto all’ozio (preziosa operetta che I luddisti milanesi diffusero, se ben ricordo)6.
La critica, o meglio, le armi della critica, si erano forgiate in Russia nel 1917-1921, con la maknovcina e l’insurrezione di Kronštadt, in Germania nel 1919 con gli spartachisti, in Spagna nel 1936-1937 con gli Amici di Durruti, con gli insorti di Berlino nel 1953 e di Budapest nel 1956 … e con altre mille grandi e piccole ri- bellioni, sparse ai quattro angoli della Terra, non ultima, la nostra Italia.
La repressione, nelle sue forme democratiche fasciste o staliniste, contribuì a soffocare le ribellioni ma il colpo di grazia lo dette la ripresa del ciclo di accumulazione capitalistico. In quelle circostanze, la critica, abbandonate le armi, non si spinse a toccare il sacro tabù: il lavoro. Gli stessi conciliarismi, cui Leonardo e Paolo si richiamano, restarono legati alla sacralità del lavoro7.
Chi, ancora una volta, si spinse oltre, fu Bordiga. Nel 1952, con il Programma rivoluzionario immediato, proponeva un progetto di desviluppo, del tutto con- tra-corrente, in un periodo in cui l’Europa (e, di riflesso, buona parte del mondo) era alle prese con la ricostruzione post-bellica. Soprattutto, Bordiga rompeva con quella visione di progresso e sviluppo, compendiata nella triste frase di Lenin: il socialismo è il soviet più l’elettrificazione delle campagne.
In poche parole, Lenin e i suoi pur aspri critici consiliaristi restavano nella logica della gestione dello stato di cose presente, mentre Bordiga (con Marx ed Engels) ne sosteneva l’abolizione.
Ci sarebbe da colmare un’altra lacuna: il gruppo Krisis e Robert Kurz che, in tempi più recenti (anni Novanta), si sono espressi contro il lavoro8.
La storia, tutta italiana (nella nascita e nella morte), di Ludd è quindi di grande pregnanza. Il suo significato intimo sarebbe stato compreso solo in anni più recenti. Grazie all’azione tellurica della Vecchia Talpa, la crisi, cieca compagna del modo di produzione capitalistico.
Benché il messaggio fosse ancora forte e chiaro, il Movimento del Settantasette lo recepì in modo assolutamente distorto, come giustamente afferma Paolo (p. 106). Il rifiuto del lavoro fu più di forma che di sostanza, in ultima analisi, privilegiò l’arrangiamento individuale, favorendo, proprio nella fase cruciale delle ristrutturazioni e della deindustrializzazione (fine anni Settanta), le dimissioni concordate, attraverso laute buonuscite Alimentando demenziali teorie, come l’autovalorizzazione negriana o il piccolo è bello, anticamera del berlusconismo e del leghismo9. Ma questa è un’altra storia. Ritorniamo nella nostra valle di lacrime …

NO FUTURE? MAGARI!

Avanzano alla solita vecchia maniera? E finiranno battuti alla solita vecchi maniera.
Wellington, Waterloo, 18 giugno 1815 (cit. p. 88).

Il futuro che ci attende non è certo radioso. Nella sua lunga digressione sugli anni Settanta, Paolo sciorina una lun- ga serie di citazioni, quasi tutte apprezzabili e tutte suggestive10, che, tuttavia, sfiorando mille ipotesi, finiscono per dissolversi nella notte hegeliana (in cui tutti i gatti sono bigi). Un limbo, in cui i contorni di classe perdono consi-stenza, eludendo il fatto che quei contorni non sono tracciati dai senza risorse (o proletari), bensì dai padroni (o borghesi), ovvero da coloro che vivono sfruttando il lavoro (la forza lavoro) di chi non ha altro da vendere per campare. E sono i padroni che creano la lotta di classe. I proletari ne farebbero volentieri a meno.
La compra-vendita della forza lavoro, per quanto truffaldina (come Marx spiegò), aveva in origine una sua pur discutibile giustificazione, poiché si manifestava nella produzione di merci con un valore d’uso, ovvero beni di consumo, destinati (in parte) alla produzione e riprodu- zione degli umani (è il mercato, bellezza!).
Ma ormai, da circa un ventennio, quella finalità è appassita, facendo fiorire la pura estorsione di plusvalore, denaro destinato in massima parte (se non esclusivamente) alla speculazione finanziaria: denaro che crea denaro. Il capitalismo diventa il serpente infernale che si mangia la coda, generando turbolenza ora più ora meno violente, con effetti dagli imprevedibili esiti catastrofici.
Senza attendere la catastrofe, si vede chiaramente che il lavoro è inessenziale, nella forma attualmente asasunta dal sistema economico capitalistico. Ed è altresì evidente che è assolutamente demenziale (e autolesionistico) chiedere lavoro, occupazione, investimenti produttivi … È comunque un lavoro mal pagato e svolto in condizioni sempre più precarie, e pericolose.
Il lavoro uccide! È la conferma di un sordido decline che smentisce clamorosamente decenni di consolatorie previsioni, condite con modesti miglioramenti (almeno in Occidente), il più delle volte pagati a caro prezzo. Certamente, viviamo una situazione quanto mai dinamica e mutevole, in cui richiamarsi a un passato ormai remoto porta in un vicolo cieco. Ciò non toglie che le esperienze del passato, vissute come fughe in avanti rispetto al loro tempo, segnano passaggi su cui oggi è bene ritornare, ma solo per correre poi più veloci.
Tra le «fughe in avanti», mi piace ricordare, oltre agli estemporanei luddisti italiani, i soviet russi del 1905 e del 1917-1921, le comunità anarchiche nell’Ucraina della maknovcina, i consigli operai in Germania nel 1918-1921, i Comitati della CNT in Catalogna e in Aragona nel 1936 e tanti altri esempi cui ho accennato, senza escludere con eccesso di severità libresca più recenti esperienze di democrazia diretta, come le comuni curde del Rojava.
Sotto vesti molto diverse (a volte contrastanti), il minimo comun denominatore è la formazione di co- munità di lotta, in cui i senza risorse non affidano il comunismo (il loro/nostro destino) a un futuro remoto e vago, ma lo vivono e lo fanno, giorno per giorno.
Altrimenti, sarà l’orrore senza fine, da cui solo una fine orrenda potrà liberarci .

DINO ERBA, MILANO, 21 giugno 2018.

 

  1. PS. Il libro costa 25€. È tanto? Sicuro! Ma teniamo presente che bande di traffichini stanno spacciando a caro prezzo i vari testi presenti nella sua parte documentaria. Tagliare l’erba sotto i piedi ai trafficanti di rivoluzioni, è un merito!

 

1Riferimenti a caldo erano sul bordighismo li fece Barrot, nel suo articolo l’Ideologia ultra sinistra (1969), ri- portato a p. 366. Pubblicato l’anno seguente dalle Edizioni La Vecchia Talpa, di Napoli.

2 Nella bibliografia curata da Leonardo Lippolis (p. 62), è una grossa lacuna l’assenza di: GILLES DAUVÉ [Jean Barrot], Le Roman de nos origines. Alle origini della critica radicale, A cura di Fabrizio Bernardi, Dino Erba, Antonio Pagliarone, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010. I contributi presenti nel libro propongono uno scenario, sicuramente più ampio, e quindi assai più sintetico, cercando tuttavia di intrecciare i vari fili teorico-politici. Sforzandosi, altresì, di spiegare la genesi e l’evoluzione (nonché l’involuzione) della critica radicale nel corso del Novecento.

3 Parlo di critica dell’economia politica, non di generici studi economici in cui, per esempio, si distinguono i ragionieri di «Lotta Comunista».

4 Vedi: BENJAMIN LALBAT, Les bordiguistes sans Bordiga. Contribution à une histoire des héritiers de la,Gauche communiste italienne en France. Des racines de Mai 68 à l’explosion du PCI (1967-1982), Université d’Aix-Marseille, master 2 (dir.: Isabelle Renaudet), septembre 2014.

5 Vedi la mia critica al mito della potenza sovietica: DINO ERBA, La rivoluzione russa. Cent’anni di equivoci. Marx, i marxisti e i costruttori del socialismo, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, p. 36.

6 Ricordo la più recente edizione: PAUL LAFARGUE, Il diritto all’ozio. La religione del capitale, A cura di Lanfranco Binni, Il Ponte Editore, Firenze, 2015. Binni tradusse l’edizione pubblicata nel 1977 dalle edizioni 10/16 di Milano. Ho evidenziato i meriti di Lafargue in: Il sole nonsorge più a Ovest. Significati e forme delle rivoluzioni al tempo della Grande Crisi. Riflettendo con Marx: razze, etnie, genere e l’immancabile sfruttamento operaio, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, pp. 44 e ss.

7 Mi riferisco a: GRUPPO COMUNISTI INTERNAZIONALI OLANDESI (G.I.K.H), 1930: Principi fondamentali di produzione e di distribuzione comunista, Introduzione di Paul Mattick, Jaca Book, Milano, 1974. Per una recente esposizione critica, vedi: VISCONTE GRISi, Pi nificazione dal basso e consigli operai. I principi fondamentali dei GIKH, «Collegamenti Wobbly», Supplemento, n. 1, gennaio-giugno 1995.

8 GRUPPO KRISIS, Manifesto contro il lavoro, Derive/Approdi, Roma, 2003. Ne parlo criticamente in: Il sole non sorge più a Ovest, op. cit., p. 131. La critica del lavoro ha ormai numerosi sostenitori, ricordo: ALBERTO TOGNOLA, Lavoro? No grazie! Ovvero, la vita è altrove, Edizioni La Baronata, Lugano, 2010. PHILIPPE GODARD, Contro il lavoro, Prefazione di Andrea Staid, Elèuthera, Milano, 2011.

9 Per una più ampia esposizione, vedi: VISCONTE GRISi, Il

Movimento del 77 in Italia, sid (ma 2017).

10 Volendo scremare e arricchire il florilegio di autori citati da Paolo, toglierei il lamentoso cattocomunista Pasolini e l’impunito stalinista Aragon, e aggiungerei Guido Morselli, col suo Il comunista, pubblicato postumo da Adelphi, nel 1976: una svergognante denuncia dell’apologia del lavoro (e del partitone togliattiano). Scritto nel 1965, Il comunista fu rifiutato dall’Einaudi, per bocca di Italo Calvino, assistente al soglio di papa Giulio (per grazia di Mosca). Da buon gesuita, Calvino motivò il rifiuto, scrivendo a Morselli che: «dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all’interno del partito comunista. Lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppa gente conosce per poterlo “inventare”». Chiosando infine: «Spero che Lei non s’arrabbi per il mio giudizio» (Carteggio – Suo Italo Calvino, 9 Ottobre ’65).

 

Anselm Jappe: Ludd, o il Sessantotto trascendente

Ludd, o il Sessantotto trascendente

Anselm Jappe

Tra il 1968 e il 1978 l’Italia, com’è noto, ha vissuto la più lunga stagione contestataria di tutti i paesi occidentali in quel periodo, mentre altrove “il Sessantotto” era generalmente tanto intenso quanto breve. Era anche l’unico paese dove le proteste videro una sostanziale partecipazione operaia e popolare. Allo stesso tempo, l’Italia ha dato un’elaborazione teorica tutta sua di quegli eventi e della loro novità: l’operaismo, le cui propaggini si estendono fino a oggi. In retrospettiva, l’operaismo e le organizzazioni da esso influenzate (Potere Operaio, Lotta continua, poi Autonomia operaia) sembravano occupare tutto lo spazio a sinistra del PCI, vista anche la scarsa importanza che ebbero maoisti e trotzkisti, diversamente dagli altri paesi europei. In effetti, esiste ormai una ricca letteratura sull’operaismo. Tuttavia, a margine c’erano altre correnti che si volevano più radicali e che si ispiravano soprattutto ai situazionisti francesi e alla tradizione anti-leninista dei Consigli operai. Questa piccola area di “comunisti eretici”, che spiccava più per lucidità che per impatto immediato sulle lotte sociali, va sotto il nome di “Critica radicale”. Il suo raggruppamento più importante fu Ludd. Benché sia esistito per appena un anno, dal 1969 al 1970, coinvolgendo solo alcune decine di persone, soprattutto a Genova e Milano, e ne rimangano essenzialmente tre bollettini e alcuni volantini, Ludd è diventato nel corso del tempo una “leggenda” per quegli ambienti della critica sociale che si richiamano alle idee situazioniste, oggi forse più numerosi che quarant’anni fa.

Per la prima volta, una larga documentazione su Ludd e i suoi “precursori” è disponibile su carta stampata (il materiale era già disponibile sul sito nelvento.net). Un’utile introduzione di Leonardo Lippolis spiega il contesto storico. Quasi metà del libro è occupato da un saggio di 200 pagine di Paolo Ranieri, ex membro del gruppo, che mescola ricordi personali con commenti allo stato attuale del mondo, offrendo informazioni preziose, ma anche alcuni deplorevoli scivoloni. L’interesse principale risiede nella parte documentaria: documenti (soprattutto volantini) del Circolo Rosa Luxemburg, della Lega degli operai e degli studenti e del Comitato d’azione di lettere che si sono succeduti a Genova, nonché i tre bollettini di Ludd e i suoi volantini, con in più alcuni documenti interni.

Gli antecedenti si trovano in quei circoli che a partire dal 1960 si collocavano alla sinistra del PCI, dal quale si distanziavano sempre più nettamente: dapprima i Quaderni rossi di Panzieri, poi Classe operaia dove Antonio Negri e Mario Tronti gettavano le basi del futuro operaismo. Di fronte a quello che consideravano come una rottura ancora insufficiente con il leninismo, alcuni collaboratori di Classe operaia come Gianfranco Faina e Riccardo d’Este, futuri protagonisti di Ludd, ne uscivano per fondare il Circolo Rosa Luxemburg a Genova. Scoprivano la rivista francese Socialisme ou Barbarie (che aveva appena cessato di uscire), la cui figura centrale era Cornelius Castoriadis e che costituiva la punta più avanzata in Europa di una critica del leninismo e del progetto di un’“autonomia operaia” di fronte ai partiti e sindacati. A partire dalla fine del 1967, la situazione italiana si radicalizza rapidamente per culminare nell’”autunno caldo” del 1969: non solo nelle università, ma anche nelle fabbriche. La sinistra “extraparlamentare” passò da ultra-minoritaria a essere l’area più in sintonia con delle lotte che sfuggivano al controllo del PCI e della CGIL, e anche alle categorie interpretative tradizionali. Allo stesso tempo, il Maggio francese elettrizzò gli animi e comportò una maggiore diffusione delle tesi situazioniste, soprattutto la “critica della vita quotidiana”. 

Dai vari contatti nacque nell’estate 1969 “Ludd – Consigli proletari” in una riunione al Film Studio di Roma. Ebbe almeno quaranta partecipanti distribuiti tra Torino, Genova, Roma, Milano e Trento, tra cui si possono ricordare, oltre a Faina e d’Este, Giorgio Cesarano, Pier Paolo Poggio, Mario Lippolis, Piero Coppo, Eddie Ginosa, ma anche Mario Perniola (tutti maschi, come ricorda Ranieri nella sua introduzione che contiene anche molti spunti autocritici). Una sezione italiana dell’Internazionale situazionista si era già formata all’inizio di quell’anno e mantenne altezzosamente le distanze. Nello stesso anno si formavano anche Potere operaio e Lotta continua – oggetti di forte polemiche da parte di Ludd che li accusava di voler dirigere nuovamente dall’esterno la spontaneità proletaria, di avere dei “capi” e di essere disponibili a una “modernizzazione” o “democratizzazione” del capitalismo. Ludd invece mirava a una “rivoluzione totale” che includeva anche una rottura esistenziale a livello individuale con il modo di vita vigente: la rivoluzione della vita quotidiana.

Il nome era già un programma: il movimento dei “luddisti”, gli operai inglesi che all’inizio del Ottocento distruggevano i telai meccanici, passava nella tradizione marxista come l’espressione di una tendenza infantile o reazionaria del nascente movimento operaio. Il libro dello storico inglese E. P. Thompson sulla formazione della classe operaia inglese, tradotto in italiano nel 1969, ne aveva invece rivelato l’importanza. Aveva ispirato il nome ai giovani rivoluzionari italiani. In generale, il loro orizzonte si muoveva tra marxismo e anarchismo, con uno spiccato interesse per il “consiliarismo”: quella tendenza eretica del movimento operaio che si rifà ai primi soviet e ai consigli durante la rivoluzione tedesca del 1919 nonché alle organizzazioni che ne continuavano il programma tra le due guerre, soprattutto in Germania e Olanda. In Italia questa tradizione di autoorganizzazione operaia fuori dai partiti e sindacati era del tutto assente e veniva scoperta attraverso la Francia. Divenne per Ludd (come per l’I. S.) uno spartiacque nella polemica contro l’operaismo nascente e le sue volontà “politiciste”. 

Ludd intervenne con volantini spesso sarcastici e improntati al pamphlet situazionista “Della miseria nell’ambito studentesco”, tra cui una progettata contestazione del festival di Sanremo. Ma il più notevole fu il volantino “Bombe, sangue, capitale” distribuito qualche settimana dopo la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e dove Ludd indicava – primi a farlo dopo il volantino “Il Reichstag brucia” della sezione italiana dell’I.S. – nello Stato il mandante della strage, in un momento in cui anche a sinistra regnava la più grande confusione.

Ma quello che può interessare maggiormente il lettore di oggi, perché meno legato al solo clima di quell’epoca, sono alcuni aspetti degli articoli più teorici del bollettino. Vi si ritrova anzitutto il rifiuto del lavoro e dell’”ideologia”. Gli autori, che si rivendicano «estremisti», constatano che ormai il proletariato è una categoria ben più vasta dei soli operai: l’alienazione e lo spossessamento si estendono alla vita intera, non solo al lavoro, sotto forma di una “colonizzazione della vita quotidiana”. Notano che ormai molti operai agiscono in modo del tutto diverso dai canoni del movimento operaio tradizionale. Ludd fa allora un elogio costante delle “lotte anti-economiche” del nuovo proletariato, del “sabotaggio”, della negazione tanto dell’economia quanto della politica, in nome del rifiuto dei “feticci della merce e del capitale”. La lotta di classe rimane un argomento onnipresente, ma assume i tratti di uno scontro generalizzato tra chi difende il modo capitalista di vivere e chi lo vuole abolire. Non la trasformazione graduale dell’esistente è l’orizzonte, ma la sua distruzione sotto forma di un’insurrezione, rifiutando tutte le mediazioni istituzionali. Ludd polemizza costantemente contro il militantismo e lo spirito di sacrificio: nell’azione rivoluzionaria, mezzo e fine, vita personale e azione collettiva devono coincidere (naturalmente, come ricorda l’introduzione, i membri di Ludd trovano grandi difficoltà a vivere veramente questa rottura e ne derivano forti frustrazioni e tensioni nel gruppo). 

Un’altra preoccupazione costante è l’opera dei “recuperatori” (il Movimento studentesco di Mario Capanna è uno dei loro bersagli preferiti) che vogliono canalizzare l’energia negativa del proletariato verso delle riforme, promuovendo al contempo il proprio statuto di leader – non si può negare un grande valore profetico a questi attacchi! Altre volte, le critiche appaiono alquanto ingenerose, per esempio quando; parlando di psichiatria, mettono Franco Basaglia e Ronald Laing nel novero dei “rivoluzionari parziali” che non fanno altro che rafforzare il sistema.

Pur continuando a guardare all’operaio di fabbrica, Ludd elogia le nuove forme di opposizione al capitalismo: le rivolte dei neri negli USA, il sabotaggio, i saccheggi, l’assenteismo, l’illegalità, e anche la criminalità, la malattia mentale, la marginalizzazione. Come i situazionisti italiani, si entusiasmano per il sollevamento popolare di Battipaglia nell’aprile del ’69. Nel bollettino numero 3 (gennaio 1970), Piero Coppo, futuro antropologo e etnopsichiatra, espone una critica della medicina e della psichiatria come strumenti di dominio che critica la stessa antipsichiatria. Ma nonostante il nome, in Ludd si trova appena un inizio di una critica approfondita della scienza, della tecnologia e del regno degli esperti. 

Più sorprendente, vista la sua evoluzione successiva, è la partecipazione di Mario Perniola (che era stato in contatto diretto con i situazionisti francesi tra il ’66 e il ’69); il suo contributo sulla “creatività generalizzata” anticipa il suo libro L’alienazione artistica.

Un particolare rilievo assume la figura di Giorgio Cesarano. Aveva già quarant’anni nel 1968, era poeta e faceva parte del mondo culturale milanese. La sua partecipazione agli eventi del ’68 lo scosse durevolmente (la sua elaborazione letteraria di quegli eventi sotto forma di diario, pubblicata nello stesso anno come I giorni del dissenso e La notte delle barricate, è stata riproposta nel 2018 dall’editore Castelvecchi, che ha ugualmente pubblicato uno studio di Neil Novello su Cesarano dal titoloL’oracolo senza enigma). Un suo saggio intitolato “L’utopia capitalista. Tattica e strategia del capitalismo avanzato nelle sue linee di tendenza” apparve nel terzo bollettino. In uno stile a volte pesante (in generale bisogna dire che a Ludd mancava lo stile brillante, caustico e spesso divertente dell’I. S.) vi espone delle idee sviluppate da lui negli anni successivi in Apocalisse e rivoluzione (Dedalo, 1973), Manuale di sopravvivenza (Dedalo 1974) e nell’incompiuta Critica dell’utopia capitale (Colibrì, 1993). Vi espone l’idea di una “rivoluzione biologica” che a partire dal corpo si opporrà a tutte le alienazioni, perfino al linguaggio. 

Nel saggio su Ludd, Cesarano sottolinea il ruolo del credito: ormai è socializzato, cioè viene concesso ai proletari, e facilita l’invasione della merce in tutto lo spazio sociale. Lo sfruttamento non si limita più allora alla vendita della forza-lavoro, ma invade tutto lo spazio e tutto il tempo. A causa del debito il proletario è ancora più in ostaggio dei dominanti. Scrive: “Ciò che in realtà l’individuo consuma nella società capitalista è sempre e solo merce e cioè capitale, lavoro morto, organizzato in modo da riprodursi e da accrescersi, e che si riproduce e si accresce proprio nella misura in cui viene consumato”. L’accento messo sulla “merce” come categoria centrale della critica sociale era poi destinato a un importante futuro. La lotta di classe non si presenta infatti più nei termini tradizionali: “Il ribaltamento ideologico operato dai sociologi ‘operaisti’ di ridurre la portata del processo di proletarizzazione universale all’aspetto di una ‘operaizzazione’ di nuovi ceti, da affrontare nei termini di un’analisi sociologica di ‘ricomposizione di classe’, si rivela ormai per quello che è: l’ultimo trucco, l’ultima mistificazione per nascondere al proletariato se stesso”. Diventare proletari non significa dunque più diventare operai. Riprendendo spunti situazionisti, Cesarano afferma che il “proletariato non è più identificabile in entità sociali parcellizzate e statiche – ma poiché ‘o è rivoluzionario o è nulla’ è lo stesso movimento che tende verso la totalità”. (Una definizione talmente “soggettivista” del proletariato comporta, è chiaro, ugualmente dei problemi – ma aveva un’importante funzione in quel momento storico in cui l’operaio di fabbrica cominciava da un lato a perdere la sua centralità, e dall’altro il suo aspetto necessariamente rivoluzionario). Infatti, Cesarano propone di abbandonare “l’immobile personificazione del proletariato” e di valorizzare l’”eterogeneità delle masse che colmano i ghetti dei disadattati, le carceri, i manicomi”, di tutti coloro cioè che non sopportano più le condizioni di vita che vengono loro imposte. Ma questo significa – altra idea assai importante – che “quando la classe tende all’universale e universale si fa la proletarizzazione imposta dallo sviluppo capitalistico, il fronte della lotta di classe passa ormai all’interno delle persone”: se (quasi) ognuno può essere un po’ proletario, in cambio ognuno partecipa anche al dominio e ne riproduce i meccanismi (una conseguenza era, nei gruppi radicali, la ricerca spesso ossessiva e denunciatoria di atteggiamenti “borghesi” in se stessi o negli altri membri del gruppo). 

Cesarano articola la critica dell’ideologia che sottrae il significato a ogni atto della vita e del lavoro, ma anche della scienza che perde di vista la totalità. Bisogna far cadere tutta la divisione tra struttura e sovrastruttura (ideologia). Lui oppone, in modo poco dialettico, a dire il vero, il valore d’uso come l’aspetto vivo, da rivendicare, al valore di scambio come aspetto mortifero della produzione e si spinge molto lontano nella ricerca delle origini ultime dell’alienazione, in termini che ricordano talvolta la Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno: le trova nella preistoria, nel linguaggio e nella natura. “Prima che materializzarsi nel denaro, il valore di scambio si materializza, sacralizzato, nel sacrificio, nel mito, nel linguaggio come accumulazione seriale di significati”. La colonizzazione dei significati conta tanto quanto lo sfruttamento economico: “Qualsiasi forma di schiavitù, prima che misurabile in termini di quantificazione (termini di economia), è sempre qualificabile in termini di subordinazione dell’attività umana allo stato delle cose; così come qualsiasi forma di dominio, prima che quantificabile in termini di accumulazione di valore, è qualificabile in termini di gestione dei significati cui fa capo lo stato delle cose”. È allora logico che per Cesarano si deve arrivare alla “distruzione definitiva del regno delle cose” (qualunque cosa questo possa significare), ad opera della “spontaneità proletaria” fortemente elogiata.

Questo tentativo di rintracciare le cause della non-vita contemporanea fino alla sua dimensione più profonda, biologica e linguistica, porta Cesarano a una febbrile attività di scrittura negli anni successivi, ma anche al suo tragico suicidio nel 1975.

Nell’estate del 1970 Ludd decide di sciogliersi, senza drammi. L’incapacità di andare oltre la teoria e di implicarsi realmente nelle lotte collettive era uno dei motivi messi in avanti. I suoi membri più attivi continuano quasi tutti la critica sociale, ognuno a modo suo, e evitano le compromissioni con il sistema capitalistico cosi come con le organizzazioni “recuperatrici”. 

Che cosa se ne può ritenere oggi, a parte il tassello che completa un quadro storico? Il Sessantotto mondiale, questa insurrezione contro il “vecchio mondo”, appare in retrospettiva ben diverso da quello che erano le intenzioni dei suoi protagonisti: ha prodotto non l’abbattimento della società borghese e capitalista, ma la sua modernizzazione. I contestatari hanno aiutato, volenti o nolenti, la società della merce a liberarsi di una serie di anacronismi e di superstrutture obsolete e incrostate, laddove i suoi stessi gestori non erano in grado di operare un tale aggiornamento. Questo fatto è ormai risaputo. Molti si sono accontentati dei cambiamenti – d’altronde grandi – che il “capitalismo progressista” ha introdotto negli anni settanta in tutte le sfere sociali. Ma come in ogni rivoluzione, c’erano stati i momenti dell’”assalto al cielo” in cui sembrava possibile di volere tutto, non soltanto delle briciole. La poesia, ma anche una parte dell’importanza perdurante di questi picchi della storia risiede in quella ricerca dell’assoluto, che sia realizzabile o no. Ludd, per quanto minoritario, e con tutti i suoi limiti, faceva parte di questi “momenti trascendenti” della storia di cui possono nutrirsi i ribelli ancora per diverse generazioni. 

Francosenia blogspot: La Critica Radicale ed io, e il giocoliere!

Francosenia blogspot, 21 GIUGNO 2018

Evidentemente, invecchio, e quindi mi ripeto. Ragion per cui, per l’ennesima volta prenderò a prestito da Majakovskij la sua brillante frasetta di circostanza a proposito del fatto che anche stavolta, piuttosto che abbandonarmi ai ricordi, «Preferirei indire una mattinata di supposizioni». Ma ahimè la situazione lo richiede, ragion per cui non posso esimermi dall’usare l’unica Macchina del Tempo di cui dispongo per ri-andare alla mia “prima volta“. Naturalmente, quando parlo di “prima volta” voglio riferirmi alla prima volta in cui sono venuto a contatto con il concetto di “critica radicale” italiana (la notazione geografico-nazionale è voluta); e nel caso addirittura esercitata propriamente nei “miei” confronti!
Mi ricordo – credo sia questo il giusto incipit – di essere allora appena arrivato da pochi giorni a Firenze, quando il destino volle che mi capitasse di leggere su un volantino – la cui firma non mi sovviene – che il gruppo anarchico, al quale da poco facevo riferimento, sarebbe stato sicuramente composto di «figli di Failla e della Coca-Cola».
Ora, per quel che riguarda l’attribuzione del patronimico che mi veniva dato in allegra compagnia, confesso che a quel tempo ciò avrebbe potuto essere per me anche motivo di vanto e di orgoglio (e se consideriamo il fatto che, tutto sommato, “cambio poco” – e da costà provengo, un po’ probabilmente continuerebbe tuttora ad esserlo, a mo’ di curriculum). Ma gli è che dalla cocacola, per allora, mi ero già svezzato, ed indugiavo a ben altre bevande, per non restare un po’ risentito da quella palpabile malignità sottesa. Insomma, per farla breve, il primo approccio non fu affatto idilliaco, e così accadde che le rispettive strade continuassero a procedere, ciascuna per il loro proprio conto, senza mai arrivare, per diverso tempo, ad incontrarsi realmente.
Ci fu, un paio d’anni dopo, un’altra volta, il 1° maggio del 1972, quando durante il corteo del 1° maggio diffusero fra gli astanti – fra cui io – il volantino “comontista” che si può vedere riprodotto qui sotto, e che lessi con non malcelato interesse.
Ammetto sinceramente il fatto che loro, sulla tematica della critica del lavoro, per lo meno a livello teorico, fossero allora un bel pezzo più avanti a me, ma non posso però fare a meno di sottolineare che – diversamente da quanto afferma il mio amico Dino Erba (nella sua recensione a questo stesso volume, e si tratta di recensione fresca di stampa arrivata nella mia casella e-mail questo stesso 21/6/2018) quando sostiene che «Ci volle un bel coraggio in quegli anni per resuscitare il capitano Ludd!» – sarebbe bastato andare a prendere in mano i libri di Edward P. Thompson sulla storia del luddismo. E poi, devo ammettere che alla fin fine quello che non mi convinceva troppo era proprio la loro “firma“, il modo in cui si definivano, quel “i comontisti“, ricavato in forza di un doppio e brutto salto mortale da saltimbanchi [*].
E così avvenne che bisognò aspettare ancora qualche anno, prima di poter arrivare a raggiungere un “accordo” con la “critica radicale” (ometto volutamente la notazione geografico-nazionale), nei panni di un amico di cui non dirò il nome e della rivista “Puzz“. La cosa si riferisce a quando, a Firenze, dopo la rapina di Piazza Alberti, quello che rimaneva del Collettivo Jackson ebbe bisogno di pubblicare e far girare la sua contro-inchiesta sul massacro del 29 ottobre 1974, e per poterlo fare trovò allora una sponda solo nella rivista “Puzz“; ché tutti gli altri si erano defilati!
Ah, dimenticavo (veramente no, non è vero, non dimenticavo affatto: la cosa me l’ero lasciata apposta per ultima!), la mia più recente esperienza con la “critica radicale” italiana (e qui devo riproporre la notazione geografico-nazionale) risale a qualche settimana fa, su Facebook, e si è estrinsecata nel corso di una diatriba (della quale confesso di non aver completamente compreso il senso) proprio con uno dei curatori del libro che (per chi non l’avesse capito) consiglio di leggere. In una discussione su Debord – in cui rispondevo a Gianfranco Marelli, a proposito di un suo commento sulla moglie di Debord, proponendogli la lettura di un mio post su questo blog a proposito delle “truffe” – venivo aggredito in malo modo con argomentazioni riferite al mio presunto “astio” e alla “invidia” – che secondo il più “grosso” dei curatori del libro oggetto di questa mia “recensione” trasuderebbe da quel mio piccolo testo “tanto più bilioso quanto proprio per questo ben documentato” – “contro il (o i) Debord“. A questo punto, pur confermando il mio giudizio sulla bontà dell’operazione editoriale, non posso fare a meno di considerarmi fortunato a non aver fatto parte di un simile milieu, dal momento che a giudicare da quelli che ora sono più di un esempio storico, appare quantomeno probabile che tale esperienza possa portare a soffrire di conseguenze psichiche non proprio felici.

[*] – IL COMONTISMO (traduzione di Gemeinwesen, da Com – ontos – dell’essere) non è altro che “movimento reale che sopprime le condizioni esistenti” (Marx), è la comunicazione dell’essenza umana, libera dall’alienazione, e l’essenza della comunicazione libera dalla ideologia. (da “Per l’ultima Internazionale“)

 

Geraldina Colletti: Tessere del domino capovolte

Le Monde diplomatique il manifesto NOVEMBRE 2018

L’enorme quantità di esperienze che la lotta di classe ha prodotto in Italia fra gli anni Sessanta e Settanta non cessa di causare strani effetti sulla dimensione ambigua e malconcia della riflessione collettiva. Il passato viene rievocato quasi sempre sotto forma di mitologie corrive e addomesticate dal senno del poi. Il presente consuma la merce-memoria a distanza di sicurezza, allestendo infiniti tour del Novecento destinati a saziare la sete innocua di simboli ed emozioni tipica dell’ignavia contemporanea.
È difficile eludere questo meccanismo. Ancheperché esiste pure una complicità del silenzio e della sottrazione che, a suo modo, finisce per rafforzare e confermare i dispositivi culturali prevalenti. Chi ha praticato il mondo per cambiarlo, esponendosi senza sconti o paracaduti alle conseguenze delle proprie azioni, conosce bene questi problemi. È una contraddizione che, a un certo punto, chiede di essere risolta di getto. Il passato esiste nei nostri racconti, nel nostro modo di far parlare le carte, nel refertare finanche nella maniera più sobria i nudi documenti dell’azione collettiva.
Qui non ti aiuta nessuno. Qui, volente o nolente, tenti di fare storia e di creare ponti. La tua sera ha ben poco in comune con il crepuscolo in cui spicca il volo la civetta di Hegel. Ma la tua verità è degna di essere pronunciata, ed è ancora e in ogni caso un gesto di lotta e una forma estrema di parresia. Questo per dire che bisogna comprare e leggere con attenzione La critica radicale in Italia. Ludd 1967-1970, uscito da poco per le edizioni Nautilus. Si tratta del primo volume di una trilogia curata dal Progetto Critica Radicale, che intende dar conto del percorso e della influenza delle correnti situazioniste e consiliariste nel lungo Sessantotto italiano. Il secondo volume sarà intitolato Comontismo e coprirà il periodo 1971-1974. Il terzo andrà dal 1975 al 1981 e si chiamerà Insurrezione.
Quando si parla di situazionismo, in Italia e anche altrove, l’intellettuale si lecca i baffi e inizia a snocciolare collane di parole brillanti davanti a un uditorio complice e soddisfatto. Ma il merito principale di Ludd sta proprio nel restituire realtà ad esperienze che non ebbero nulla di narcisistico, e si pensarono e vollero come parti di un movimento il cui primo e più importante risultato era stato quello di ridare senso alla parola rivoluzione nei paesi a capitalismo avanzato.
Le lotte degli operai e degli studenti erano infatti interpretate dai situazionisti e dai consiliaristi come l’espressione di una tendenza diffusa all’insubordinazione da collocare nello specifico del capitalismo maturo e potenzialmente in grado di far saltare il tappo di ogni gerarchia. La fabbrica, la scuola, il carcere divenivano luoghi in cui sperimentare l’azione in senso eminente, intesa come produzione infinita di libertà collettive e individuali.
La critica di ogni trascendenza e di ogni separatezza evolveva pertanto in critica feroce della forma partito e delle burocrazie cristallizzate o in gestazione nella vecchia e nella nuova sinistra. Un bisogno lucido e disperato di coerenza rendeva intrinsecamente provocatorie queste posizioni. Non c’era terzomondismo. Non si rendeva ossequio a Lenin, a Mao o a Guevara. Gli stessi riferimenti agli anni Venti, a Pannekoek, a Görter, alla Luxemburg, presentavano un connotato “operaio” che finiva per stare stretto a una idea polimorfa di proletariato destinata a entrare in rotta di collisione anche con le
tesi dei Quaderni Rossi e di Classe Operaia.
Il fascino delle esperienze del comunismo libertariosta tutto qui. Come scrive Paolo Ranieri nel lungo saggio contenuto in Ludd, si trattava di un ircocervo. Si trattava di porsi davanti, con un massimo di esposizione teorica ed esistenziale, «al fatto che non è mai possibile agire senza disporre di un potere adeguato». Da questo punto di vista, la traiettoria di marginalizzazione presto conosciuta da tutto l’ambiente consiliare e situazionista nella vicenda dell’estrema sinistra italiana può anche produrre strane forme di orgoglio e malinconia.
Ma la lingua difficile dei documenti che Ludd propone al lettore può essere decifrata. E le parole e le azioni tornano a scintillare. Per chi vuole vivere adesso.
Il libro verrà presentato a Roma (presso Zazie nel Metrò, via Ettore Giovenale, 16), lunedì 19 novembre.

Giorgio Sacchetti. L’esperienza di Ludd alla fine degli anni ‘60

A rivista anarchica N° 428.

“…Le donne e gli uomini che si unirono in quei gruppi sono stati i primi e gli unici a porre come criterio, per cogliere il senso di un vissuto rivoluzionario, diversi concetti che oggi sembrano evidenti: l’ideologia interpretata come merce e la merce come ideologia, l’analisi e la critica delle relazioni sociali basate sullo scambio di apparenze fantasmatiche, la critica dei ruoli e dello spettacolo sociale…” (Progetto Critica Radicale).
Abbiamo tra le mani un grosso tomo (Leonardo Lippolis, Claudio Ranieri, La critica radicale in Italia. Ludd 1967- 1970, Nautilus, Torino 2018, pp. 570. ill., € 25,00) senz’altro di indiscutibile valore documentario, che – come in genere si dice in questi casi – non può mancare nelle biblioteche di studiosi e specialisti. E si fa soprattutto apprezzare quale ricca rassegna di fonti soggettive (tale di fatto è, almeno per una buona metà delle 570 pagine), peraltro di difficile reperimento. Esso si presenta quindi, in netta prevalenza, come strumento euristico utile ad imbastire altre eventuali narrazioni, ad avanzare magari nuove ipotesi interpretative su quell’intenso, creativo, incredibile e anche per certi versi angosciante quadriennio italiano (1967-1970), qui ricompreso sotto la denominazione di lungo termine e onnicomprensiva di “Critica radicale”. Bene poi precisare, sia sul piano generale del metodo e anche come nostro particolare punto di vista, che comunque le fonti si prendono come sono e non ci interessa certo in questa sede ingaggiare, a distanza di mezzo secolo, una qualsiasi confutazione ex-post di quei contenuti, che risulterebbe insomma fatta con gli occhi di oggi e il senno di poi.
La riproduzione, anche anastatica, di una miriade di documenti è preceduta da saggi di Leonardo Lippolis e di Paolo Ranieri. Il primo autore (L’occupazione definitiva del nostro tempo) ci fornisce, in una sorta di sintesi storica, una mappa che si può rivelare di aiuto alla successiva lettura dei testi prodotti da gruppi, persone, situazioni e sigle varie.
Il secondo (Vecchie favole intorno a ungiovane fuoco. Ricordi del mio tragitto attraverso Ludd-Consigli Proletari, insieme con alcune riflessioni che ne ho ricavato) ci offre invece un’interessante riflessione autobiografica in chiave attuale su quei movimenti, che sono ritenuti a tutti gli effetti “precursori” dell’antipolitica e dell’approccio antiideologico contemporaneo, assunto su cui non tutti potranno essere d’accordo.
Questo lavoro fa parte di un ampio progetto editoriale di Nautilus che comprende ben tre volumi. Ludd è il primo e annovera la copiosa documentazione relativa al Circolo Rosa Luxemburg, alla Lega Operai Studenti, al Comitato d’azione di Lettere e, appunto, a Ludd con i vari bollettini. Il secondo sarà interamente dedicato al Comontismo coprendo il successivo quadriennio. Il terzo, infine, raccoglierà i documenti relativi a Puzz, Insurrezione, Azione Rivoluzionaria e altri sul periodo che va dal 1975 fino ai primi anni Ottanta.
Mettendosi nei panni dell’editore, sappiamo che la riproduzione integrale di fonti in cartaceo e in quantità così industriale comporta soddisfazioni ma anche enormi sacrifici. Poi c’è sempre il fisiologico rischio dell’incompletezza e della dimenticanza. Per questo, “per chi non si accontenta”, c’è la possibilità di usufruire del sito www.criticaradicale. nautilus-autoproduzioni.org dove verranno digitalizzati i documenti non pubblicati nei volumi. Ed è anche un modo per sopperire alla mancanza di indici di nomi, luoghi e soggetti notevoli che purtroppo non sono stati approntati.
Un libro non è mai un prodotto asettico, neutrale e a sé stante, esso è piuttosto la risultante di idee e miti che hanno circolato insieme a donne e uomini, diprogetti individuali e collettivi a lungo accarezzati, di situazioni ambientali e antropologico culturali favorevoli o particolari, di reti sociali di conoscenza che spesso hanno avuto una vastità concentrica inimmaginabile, che vanno ben oltre i rapporti interpersonali sedimentati nel tempo. Per avere – nel nostro caso – almeno un’idea di tutto questo e per capire l’esprit, oltre a leggere e soprattutto “compulsare” il volume di cui stiamo ora scrivendo, oltre ad acquisire / aggiornare tramite web le normali info sull’editore e sulla produzione pregressa degli autori (tutti ineccepibili peraltro), suggeriamo ai lettori un inusuale “gioco” d’indagine conoscitiva.
Prendete i due elenchi che si trovano nelle prime pagine e studiateli, uno è relativo ai ringraziamenti (con una lista di una quindicina di nominativi, si va dai Clash a Joe Fallisi), l’altro riguarda la memoria di personaggi che ormai hanno concluso il loro viaggio e che hanno attraversato – certo con soggettiva determinazione – quegli anni così turbolenti, “tessere del dominio lasciate capovolte, quasi aspettassero ancora d’essere giocate”: Giorgio Cesarano, Eddie Ginosa, Mario Moro, Mario Perniola, Americo Sbardella, Carlo Ventura, Riccardo d’Este, Amerigo Ghigo Alberani, Gianfranco Faina, Giovanni Calamari. Tutti con una biografia militante parecchio originale e, in qualche caso, quasi da fiction.

Sandro Moiso: LUDD ovvero dell’insurrezione permanente

July 25, 2018 – carmillaonline.com

In questi giorni bui, in cui di fronte al riproporsi di un governo reazionario e razzista l’antagonismo sociale non sembra saper far altro che riproporre modelli di azione politica e di organizzazione ripescati pari pari dai vecchi Fronti popolari e dalla peggiore tradizione catto-comunista e stalinista, questo primo volume del progetto destinato a ripercorrere le vicende della critica radicale italiana dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta costituisce un’autentica boccata d’aria pura. Un po’ come aprire una finestra di un appartamento situato al centro di una grigia e inquinata metropoli per scoprire, inaspettatamente, che questa si affaccia su un magnifico paesaggio montano di nevi eterne, dirupi scoscesi e boschi verdissimi e selvaggi.

Le edizioni Nautilus che fin dai loro inizi pubblicano e ripubblicano testi di quel pensiero radicale che ha avuto nel Situazionismo una delle sue massime espressioni ma che, prima di tutto, affonda le sue radici nella insorgenza giovanile e proletaria che ha contraddistinto da sempre e, in particolare, fin dal secondo dopoguerra la “naturale” reazione di classe rivoluzionaria sia al capitalismo occidentale che al suo mostruoso alter ego rappresentato dal cosiddetto “socialismo reale”, con questo volume iniziano un’operazione che più che d’archivio pare essere più di riscoperta (per i lettori più giovani) e rivendicazione di un pensiero e di una pratica che dell’insorgenza continua contro ogni forma di potere costituito e ogni formulazione teorica tesa alla conservazione dell’esistente hanno fatto la propria ragione d’essere.

I due volumi che sono annunciati per il prosieguo dell’opera si occuperanno successivamente dei testi, giornali, bollettini e volantini prodotti all’interno del Comontismo, di Puzz, Insurrezione e Azione Rivoluzionaria e si intitoleranno Comontismo 1971-1974 e Insurrezione 1975-1981 e andranno ad affiancarsi ai due testi già precedentemente editi che raccoglievano tutti i numeri della rivista prodotta dall’Internazionale Situazionista e tutti i bollettini pubblicati dalla precedente Internazionale lettrista.

Se, però, l’esperienza dell’Internazionale Situazionista è stata in qualche modo parzialmente digerita dal sistema mediatico e politico attuale, ben diversamente potrà avvenire per una produzione testuale e, lo ripeto ancora una volta, per una pratica militante che fin dagli esordi furono tacciate sia dal PCI che dai gruppuscoli nati alla sua sinistra (in primis l’orrido Movimento Studentesco di Mario Capanna) come provocatorie, irresponsabili e, in alcuni casi, “fasciste”.

Anche se l’opera non intende affatto costituire una celebrazione di pratiche e militanti come Giorgio Cesarano, Riccardo D’Este, Eddie Ginosa, Gianfranco Faina, Mario Perniola e molti altri ancora, senza dimenticare la vicinanza con Danilo Montaldi, poiché come afferma Paolo Ranieri nella sua introduzione:

“E’ ora, infatti, di dire basta alla moltiplicazione incessante e interessata di manifestazioni “in memoria”. Come il Primo Maggio […] ideato per essere l’appuntamento annuale con quel vagheggiato sciopero generale che spostava la presenza potenziale dell’insurrezione possibile insieme con l’assenza di rivoluzione attuale: da quando, con l’iterazione e la corrosione del tempo passato e il sequestro della produzione di memoria da parte delle istituzioni, ci si è scordati di questo, si è definitivamente degradato in una sorta di Pentecoste, rito lagnoso di una neo-religione per schiavi, aspiranti schiavi e liberti, meritevole di essere fuggito come la peste […] E lo stesso si può affermare senza esitazioni per il 25 aprile, il 12 dicembre, il 14 luglio […] ciascuno con le precise specificità che gli valgono un posto in questo martirologio della laica religione della disfatta, celebrata senza posa e senza vergogna dai voltagabbana incartapecoriti dalla nostalgia e dai militanti del conformismo”.

Come si può ben comprendere fin da queste poche righe, che danno la cifra esatta del discorso anti-retorico e di rottura che la critica radicale italiana ha portato avanti fin dai suoi albori, non vi è possibilità di mediazione, di reciproco seppur parziale coinvolgimento e neppure di pace armata tra una miserabile concezione della politica di “sinistra” che ha fatto della sconfitta e della collaborazione di classe la sua terra d’adozione ed una visione che dell’iniziativa rivoluzionaria ed insurrezionale dal basso, proletaria e giovanile, ha fatto la sua ragione di esistere.

Continua, anzi anticipa, poi ancora Ranieri:

“Non possiamo nascondere a noi stessi che operazioni-memoria come la presente – intese a isolare una vicenda del passato raccogliendone i documenti in un’edizione che, elaborata dai superstiti stessi, aspira a mostrarsi critica, completa, definitiva, TOMBALE – rappresentano uno dei mille espedienti che l’universo delle merci adotta per frenare la propria inarrestabile entropia”.

Sì, perché è proprio l’universo mercantile, con la rapida diffusione della sua capacità di affascinare e addomesticare l’immaginario proletario e sociale, l’altro obiettivo della critica radicale che, però, non intende semplicemente destrutturarne le basi e i principi ma, molto più semplicemente, distruggerlo insieme ai rapporti sociali e di produzione che lo alimentano. La necessità potrebbe rivelarsi essere proprio quella, già enunciata da De Sade, che l’insurrezione debba costituire la condizione permanente di ogni repubblica.

La sintetica ricostruzione storica della formazione, a Genova, prima del Circolo Rosa Luxemburg e poi di LUDD – Consigli proletari fatta da Leonardo Lippolis permette al lettoremilitante di riscoprire le origini di tali formulazioni ed ipotesi non solo a partire dalle occupazioni studentesche delle Facoltà universitarie fin dal 1967, che impressero una spinta decisiva in quella direzione, ma fin dalle insurrezioni operaie e proletarie di Berlino Est nel 1953, dell’Ungheria nel 1956 e nelle rivolte italiane del luglio del 1960 e di Piazza Statuto nel 1962 a Torino.

Insieme alle interpretazioni che sorgevano dalle riletture dell’esperienza rivoluzionaria sulle pagine di “Socialisme ou Barbarie”, nei primi numeri dei “Quaderni Rossi” e successivamente dell’Internazionale Situazionista si evidenziava però sempre il fatto di come l’insorgenza proletaria fosse una costante, dalla Comune di Parigi in poi e allo stesso tempo come le trame “partitiche” finissero sempre con l’ingabbiare e limitare l’espressione del desiderio di rivoluzione e superamento dell’esistente compreso all’interno dell’esperienza dei Consigli.

Anche se proprio la scelta del nome del gruppo di cui sono raccolti principalmente i materiali in questo primo volume, LUDD, rinvia ad esperienze precedenti ed egualmente radicali. E’ proprio sulla tracci dell’interpretazione data dallo storico inglese Edward P. Thompson, nella sua opera più importante, del luddismo che si forma la convinzione che la rivolta spontanea del lavoratori delle campagne inglesi contro l’introduzione delle macchine fosse tutt’altro che una forma primitiva, arretrata e tutto sommato conservatrice di lotta di classe. Negando così un’interpretazione “progressista” del capitalismo che nelle sue conseguenze ha finito col trasformare i partiti “socialisti” o “comunisti” che la sostenevano in strumenti di conservazione politica, economica e sociale. Insomma i proletari inglesi dell’epoca delle guerre napoleoniche erano già più avanti di coloro, ad esempio i cartisti, che si sarebbero poi fatti loro portavoce e rappresentanti come tutta la deriva tradunionista, socialdemocratica e infine stalinista che ne sarebbe poi conseguita.

E’ proprio per questo motivo che i fondatori del movimento andarono progressivamente allontanandosi da quella componente operaistica di cui avevano inizialmente condiviso una parte del cammino. E che contribuì ad allontanare alcuni di loro anche da Raniero Panzieri che, proprio a proposito della rivolta di Piazza Statuto, in un primo momento aveva commentato la giovanile rivolta operaia come “quattro meridionali che tirano le pietre”.

Questa memoria, contenuta nella ricostruzione di Lippolis, mi fa ha fatto tornare in mente che fu proprio in occasione di quella rivolta, e degli atteggiamenti assunti nei suoi confronti da Pajetta e dal PCI, che due proletari come Sante Notarnicola e Giuseppe Cavallero decisero di stracciare la tessera del Partito. Mentre esponenti dell’operaismo come Antonio Negri e Mario Tronti decidevano in quegli stessi anni di praticare una forma di entrismo nello stesso. Come dire che l’istinto proletario batte la riflessione filosofica 1 a 0.

“La Lega operai-studenti, che rivendicava l’eredità dei Consigli operai, insisteva invece sulla necessità di trovare nuovi canali di insubordinazione, non necessariamente legati alla fabbrica, rigettando l’impostazione gerarchica e centralizzatrice leninista. La Lega operai-studenti negava ogni valore alla lotta rivendicativa di natura economica a scapito di una critica radicale del lavoro salariato, bollato come inumano e assurdo […] «La critica rivoluzionaria – recita il significativo passaggio di un manifesto del gruppo – deve interessarsi di tutti gli aspetti della vita. Denunciare la disintegrazione delle comunità, la disumanizzazione dei rapporti umani, il contenuto e i metodi dell’educazione capitalistica, la mostruosità delle città moderne» (I 14 punti della Lega degli operai e degli studenti)”.

I documenti riportati in più di trecento pagine sono innumerevoli ed interessanti: dai testi prodotti dalla Lega degli operai e degli studenti che si andò formando nella cerchia di militanti del Circolo Rosa Luxemburg a quelli prodotti dal Comitato d’azione di Lettere fino ai tre bollettini prodotti da LUDD e all’Appello al proletariato infantile contro l’infantilismo borghese passando per il testo di critica ai gruppuscoli scritto da Jean Barrot: Sull’ideologia ultrasinsitra.

Non costituiscono però tutto il materiale raccolto nel sito Nel Vento, nato a partire da un progetto contenuto nel preambolo a Psicopatologia del non vissuto quotidiano di Piero Coppo nel settembre del 2006. In cui si affermava:

“Dalla metà degli anni ’60 si è sviluppato in Italia un movimento che, sotto diversi nomi e sfumature differenti, ha condotto una battaglia teorico-pratica per l’affermazione di una rivoluzione che, nella propria concezione, non poteva che avere come base la critica della vita quotidiana. Precursori dei tempi, questi gruppi inquadrarono la questione della rivoluzione in termini anti-ideologici fuori e contro il militantismo caratteristico di quegli anni e del decennio successivo.

Le donne e gli uomini che si unirono in questi gruppi sono stati i primi e gli unici a porre come criterio, per cogliere il senso di un vissuto rivoluzionario diversi concetti che oggi sembrano evidenti […] Il Progetto Critica Radicale è di raccogliere e pubblicare i materiali prodotti dai gruppi e dagli individui che si sono riconosciuti in quelle idee”.

Idee, non dimentichiamolo mai, che non si espressero in spazi angusti o in eburnee ed intellettualistiche torri, ma sempre direttamente sul fronte del cambiamento esistenziale e politico, giorno per giorno nelle lotte e in una pratica che vedeva nel PRESENTE e non in un lontano passato oppure in un altro ancor più lontano futuro la possibilità di realizzare il cambiamento sociale necessario alla piena realizzazione dell’essere umano. Sia come singolo individuo, sia come specie.

Indispensabili, a parere di chi scrive, ancora oggi, nonostante alcune iperboli linguistiche ed alcune ammaccature dovute al trascorrere del tempo, per una discussione ed una pratica sociale e politica che non voglia rimanere chiusa all’interno della rappresentazione spettacolare dei valori borghesi travestiti da antagonismo e delle merci ideologiche che ne derivano.

 

Proposta 1

Questo testo suscitò un sacco di prese per il culo, e veniva definito il manifesto del socialmasochismo (P.R.)

Limiti della teoria radicale. 2005

Limiti della teoria radicale. Contributo di Valerio Bertello – Torino 2005

I.COMONTISMO

1. La prospettiva

Gli atteggiamenti, cui corrispondono altrettante teorie, che in generale si possono adottare di fronte alla questione della rivoluzione e in generale del mutamento sociale si possono ridurre ai seguenti.

… Read More

Fuori dal carcere. Estate 1973.

commento di Sergio:
lo scrivemmo con Mario Moro e lo facemmo entrare clandestinamente alle Nuove nel fondo di una teglia di lasagne, ma molto probabilmente fini repentinamente nel cesso della cella, le lasagne però furono molto apprezzate. Credo che si possa considerare l’ultimo volantino con riferimento a comontismo. Diffusione zero.

 

Volantini comunisti antiscolastici. 1972

 

i primi tre sono le matrici di un unico volantino

la quarta immagine si riferisce ad un altro volantino o a una sua parte.

Commento di Paolo:
a me pare che la prima e la terza e la quarta costituiscano il noto volantino sulla scuola distribuito il giorno di apertura dei licei (primo ottobre?) del 1972 a Torino, la seconda invece é la pagina conclusiva di un altro volantino.

L’atleta cadavere è il migliore atleta. Olimpiadi di Monaco 1972.

Nota storica: Monaco, 5 settembre 1972: un commando di otto combattenti palestinesi fa irruzione nel villaggio olimpico. Due atleti israeliani vengono uccisi immediatamente, gli altri nove sono presi in ostaggio. Dopo 21 ore di estenuanti trattative, seguite in diretta dalle tv di mezzo mondo, il massacro: il maldestro tentativo di blitz da parte della polizia tedesca finisce in un bagno di sangue. I nove membri della squadra olimpica saranno trucidati dai palestinesi e tre fedayn saranno arrestati.

Commento di Paolo:
volantino fatto a Firenze, sospetto da Alfredo, che allora era particolarmente bilioso e ostile verso gli umani.

Primo maggio. 3 volantini comunisti maggio 1972.

Commento di Paolo:
questo é il volantino distribuito ai primi di maggio 1972: la descrizione della vicenda sta nella Cronologia di Comunismo scritta da me mentre ero carcerato al Bassone di Como e pubblicata su Maelstrom 2.

1° MAGGIO: IL LAVORO NON SI FESTEGGIA. SI ABOLISCE.

All’inizio del secolo la brutalità del lavoro salariato e la logica spietata delle merci diede il via ad appassionanti ammutinamenti anticapitalisti. Il proletariato individuando il lavoro come fonte di tutte le sue miserie … Read More

Comunicato stampa dei comunisti.

Presentato alla sede de “La Nazione ” quotidiano di Firenze Firenze – 25 marzo 1972. Dall’appunto che accompagna la fotocopia: “Ci negarono la pubblicazione e schiaffeggiammo il direttore Domenico Banoli“.

  

 

Feltrinelli. 2 volantini 1972.

Commento di Paolo:
sono le tre versioni di volantino in merito, di Torino, Milano e Firenze. Precisazione importante: se su un volantino c’è scritto, Torino oppure Firenze, non solo non é un dato attendibile ma é solitamente falso e la stesura e la distribuzione é stata fatta altrove.

IL DOMINIO REALE DEL CAPITALE È MORTE

Feltrinelli è stato assassinato
Non a caso
Continua la strage voluta ed organizzata dai politici di tutte le risme.
La rivolta proletaria organizzata e radicalizzata fa tremare il mondo dei fantasmi dediti al culto del dio MERCE.
La merce stessa (nelle persone fisiche degli amministratori e servi del suo potere) si organizza per respingere l’assalto proletario e per PERPETUARE il suo dominio.
Il dominio del mondo delle merci si fonda sulla MORTE, sulla morte di tutti, asserviti al lavoro e all’infelicità, produttori-consumatori di ideologia ( nuova forma di equivalente generale che si affianca alla vecchia – il denaro – per poter avviluppare globalmente gli uomini nella miseria della produzione e della non vita ).
La morte non è solo metafora, espressione emblematica.
È morte materiale, concreta!
E’ la non-volontà di vivere i propri desideri, di produrre non merci ma doni ( il valore d’uso ritrovato sulle ceneri del valore di scambio ), di esprimere la TOTALITA’ insopprimibile di ciascuno nell’organizzazione della felicità collettiva.
È il dominio dell’irreale fantasticamentre incastrato nella vita (SOPRAVVIVENZA) di uomini OGGETTI-MERCI-PRODUTTORI-RUOLI-IMMAGINI-DELIRI.
È il potere dell’economia-ideologia politica.
Talora diviene ASSASSINIO particolare, che si aggiunge agli omicidi ” indolori ” che tutti siamo costretti a subire e che tutti – TRANNE I RIVOLUZIONARI COERENTI – ripropagano giornalmente sulla pelle degli altri.
L’operaio ucciso in fabbrica dalla miseria del lavoro diventa assassino nella perpetuazione della miseria della famiglia.
Il professore ucciso dalla cultura amministrante uccide giornalmente con l’amministrazione della cultura.
L’impiegato morto nel suo impiego di sottomissione-noia diventa crudele maniaco assassino nel RUOLO DEL PRIVILEGIO.
E avanti così.
Sino agli pseudo-rivoluzionari che muoiono-uccidono nell’adempimento di un dovere gerarchico-ideologico che non porta alla rivoluzione, ma alla rotazione del potere, dei ruoli, delle immagini fissanti.
Il capitale è un ASSASSINO continuo.
Ma è un assassino che ha paura di essere scoperto e giustiziato dall’ orda proletaria che più che mai mostra il suo volto TOTALE E CRIMINALE nelle lotte operaie anti-lavorative come nelle esplosioni di una delinquenza che non è altro che l’inumanità totalmente vissuta e che comincia a stravolgersi, e a volgersi contro l’organizzazione dell’inumano sociale.
La paura rende più che ma assassini.
Feltrinelli è l’ultimo morto ( ma ce ne saranno ancora se non spazziamo via assolutamente gli assassini organizzati in rackets-politici, poliziotti, spie, preti, intellettuali, ruolificati di buon grado, etc.) di questa GUERRA di classe.

Noi non abbiamo particolare rispetto per la morte, poiché abbiamo rispetto REALE per la VITA.
Per cui oggi NON diciamo che Feltrinelli era un compagno.
Non lo era, non NOSTRO, non dei rivoluzionari coerenti.
Era un politico e la POLITICA lo ha ucciso.
L’hanno ucciso le elezioni ( il blocco d’ordine di destra-centro-sinistra ).
L’hanno ucciso le difficoltà economiche italiane e la strategia USA dell’organizzazione dei mercati ( rinnovo dei contratti, pace sociale che il capitale internazionale cerca di ottenere anche in Italia, volontà di incastrare le future lotte proletarie e già ora di distruggere una sua forma: la “delinquenza”, ecc.)
Chi accetta la morte quotidiana e la perpetua è un CORREO.
Sul traliccio l’hanno ficcato i luridi bastardi del SID, la polizia o simili: tutti i servi di una polizia ultranazionale con a capo la CIA.
Ma costoro sono soltanto il braccio materiale, seppur talora autonomizzatto.
Tutti i politici, SENZA ESCLUSIONI, ne sono i mandanti ( basta vedere il congresso del PCI difensore ed organizzatore dell’ordine quanto l’ MSI).
I gruppetti sono, masochisticamente o interessatamente, degli spettatori acquiescenti. Accettano di fare il GIOCO POLITICO e non iniziano una effettiva pratica di DISTRUZIONE, di GUERRA RIVOLUZIONARIA, riproducendo ancora una volta schemi retorico-politici ( elettorali il Manifesto ) che non possono scalfire la spirale dei ruoli della morte, ma la riaffermano riproducendo al proprio interno e propagando la GERARCHIA-IDEOLOGIA che è un’essenza del potere.
La morte di Feltrinelli esige vendetta. Non la vendetta di una cosca mafioso-politica.
La VENDETTA PROLETARIA, poiché uccidendo Feltrinelli si è voluto ricordare pesantemente a tutti che fuori dall’accettazione della sopravvivenza non ci può essere che MORTE VIOLENTA ( ma la sopravvivenza è morte dolce? ).
Feltrinelli non era un rivoluzionario più che altri ideologi -di-sinistra, ma la vita che poteva guizzare in lui e che noi DESIDERIAMO esige più forte-violenta che mai la RISPOSTA rivoluzionaria e l’ORGANIZZAZIONE che ne è l’indispensabile supporto.
È necessario organizzarci immediatamente per colpire con estrema durezza sia i SICARI che i MANDANTI di questo assassinio poiché sono gli STESSI che intendono conservare il loro dominio di morte.

I COMONTISTI
Fi. 21. 3. 72. cicl. in prop.

Votiamoli tutti.

12 dicembre ’69 – 7 maggio ’72 – STRAGE PARLAMENTARE

Volantino comontista del 15 marzo 1972 a proposito delle elezioni del 7 maggio in cui venne candidato Pietro Valpreda.

Torino in stato d’assedio.

Commento di Paolo:
é il primo volantino comontista a Torino, scritto da Paolone insieme con qualchedun altro (Valerio? Consalvi? Enrico?) : ne nacque una feroce polemica epistolare, di cui ho in archivio qualche brano, iniziata da me e in genere dai milanesi che si dissociarono
pesantemente dallo sdoganamento dei delitti sessuali. … Read More

Il provocatore Giorgio Rosario Mondì.

comunicato libreria La vecchia talpa
Milano 13/10/1971

Commento di Joe:

Il volantino fu scritto da me immediatamente dopo un VERO tentativo di infiltrazione-provocazione subìto e sventato. Durante il 1971 ebbi a Milano, in corso Garibaldi 44, una libreria, La Vecchia Talpa, che rappresentò anche la prosecuzione sui generis delle mie (nostre) attività rivoluzionarie del 69-70 e riuscì … Read More

Articolo Corriere Mercantile.

Alla rappresentazione del “Genovese liberale” gazzarra indegna e aggressioni questa notte nel centro storico.

Sull’ipotesi di scioglimento di Ludd

Sull’ipotesi di scioglimento di Ludd. Dichiarazione di Mario Lippolis

Genova, inizio giugno 1970

I) Sono stato informato degli ultimi avvenimenti dai compagni: Luigi, Giovanni, Giorgio, Andrea, Claudio e Sergio R. Richiesto di esprimere un parere sulla sorte del gruppo per la riunione di giovedì 11 giugno, nel caso non abbia puro carattere amministrativo, lo faccio. … Read More

Memorandum a cura di Leonardo delle tenebre

memorandum

Leonardo delle Tenebre

Gennaio 1970 

(intervento scritto, per la prossima riunione)

… nell’illusione che scripta maneant plus quam verba…

MEMORANDUM

La fine dell’autunno semifreddo apre un periodo di disorientamento per quella piccola massa di persone che dall’interno o con l’“appoggio” esterno e con l’“identificazione psicologica” hanno voluto illudersi sul suo carattere miracolosamente rivoluzionario.

Tutti i discorsi populisti e operaisti, dominanti nel “gauchisme” italiano entrano in crisi. Vedi il disorientamento e le incredibili gaffe dell’ultimo (speriamo) numero di Lotta Continua.

Naturalmente tutte le principali vedette non si scoraggeranno per così poco: sono già lì, v. l’opuscolo di Samonà e Savelli, a millantare vittorie e nello stesso tempo a spiegare ai loro creduli gregari perché le mirabolanti vittorie promesse non si sono realizzate.

C’è da giurarlo, tutto ciò non fa che confermare (che altro fa del resto la controrivoluzione da 50 anni?) che l’unico rimedio, e guarda un po’ l’unica via è… l’Organizzazione.

In questa situazione di disorientamento e di ripensamento (per quelli che non si sono ancora fatti privare di tale facoltà) si offre forse l’ultima e la migliore occasione di dare un immediato spicco e una particolare evidenza alle iniziative di pubblicazione che sono già in piedi – si fa per dire! – e che vengono, se opportunamente tagliate, assolutamente a proposito, con una coincidenza che probabilmente non si ripeterà più.

È cioè l’occasione di una pubblicazione di testi non conosciuti e non diffusi, che però non sia genericamente utile dal punto di vista teorico ma acquisti insieme il valore di un intervento diretto: due piccioni con una fava e formula nuova di editoria politica rivoluzionaria.

Occorre però deciderlo e… farlo, con tempismo.

Il testo (I) di Lafargue, Ideologia del lavoro. Storia di un incubo, opportunamente adattato all’attualità italiana deve servire e serve a sviluppare, anche se in forme talvolta ellittiche, il discorso contro il lavoro e la produzione, che già gruppi come Potere Operaio e Lotta Continua sono stati costretti ad accettare (e ciò rappresenta il loro unico interesse), ma nello stesso tempo a distruggere l’illusione, da essi condivisa, del carattere rivoluzionario del neo-sindacalismo salariale “contestativo-e-di-base” (Linea Agnelli-Fim-Espresso-Manifesto-Gauchisme trotzko-maoista vario). La fine di questo blocco recuperatore, (già realizzatosi durante il maggio, v. Charlety) di democratismo (consigli democratici di fabbrica) e rivendicazioni abusivamente presentate come rivoluzionarie è preliminare ad ogni sviluppo del movimento radicale apparso a Battipaglia e alla Fiat.

Parallelamente deve essere attaccato a fondo l’altro “atout” della sinistra più sinistra e livida: il discorso fascista, che: “ora il vero problema è l’Organizzazione” (v. linea di Potere Operaio). In questo senso affiora e si impone anche la critica del consigliarismo.

Ad esso serve bene la Risposta a Lenin (II) di Gorter già pronta cui però va aggiunto il saggio di risposta a Lenin di Pannekoek Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo (1920) che il Gorter ampiamente cita, che è ottimo e quasi senza bisogno di commenti (lunghezza 30 pagine ciclostilate, traduzione incominciata e da suddividere). Aggiungendo i 2 brevi quanto definitivi testi di Barrot e Guillaume il conto al leninismo dovrebbe essere regolato.

In qualche modo questo discorso contro il feticismo dell’organizzazione burocratica e/o democratica deve essere accompagnato, eventualmente in separata sede, da un discorso sul banditismo politico che vi si accompagna, in quanto ritorno dell’essenza del capitalismo dove il contenuto, l’essenza del comunismo è lasciata da parte.

Dato che si tratta di testi già quasi tutti pronti ormai da tempo e di idee che abbiamo già presenti in forma chiara e presentabile (e non bisogna continuare a procedere come se fossero già scontate e schiarite pubblicamente) mi sembra che, se si vuole, e se il problema finanziario lo consente, la pubblicazione di questi 2 testi, prima il Lafargue e poi il Gorter/Pannekoek potrebbe farsi nel termine di 1 mese e mezzo, se ci fosse un accordo e una collaborazione col gruppo nazionale disponibile, da convocarsi a tal uopo al più presto, sulla base dell’accordo primigenio.

Liquidati così i conti con i nemici più vicini e coi testi la cui presenza ormai ci perseguita, potremo dedicarci a smettere di definirci soprattutto in rapporto alla coglioneria degli altri, per cominciare a definirci in rapporto alle nostre esigenze, sia dal punto di vista teorico (es. testo di Pierpaolo-Gianni) che pratico (es. ad libitum).

Testo tratto da “LES VRAIES PROFETHIES” di NOSTRADAMUS,

a cura di Leonardo delle Tenebre

 

Documento interno, redatto da Mario Lippolis: intelligente proposta di intervento mediante la diffusione di testi classici, aggiornati. Il testo di Lafargue è Diritto all’ozio: Idelogia del lavoro era un termine usato dai luddisti per indicare contro cosa lo pubblicavano, e il titolo con cui verrà edito sarà Storia di un incubo.

Bombe sangue capitale. 17 morti in P.za Fontana non hanno ristabilito l’ordine.

BOMBE SANGUE CAPITALE

17 morti in P.za Fontana non hanno ristabilito l’ordine.

Le possibilità della rivoluzione in Italia, maturate negli ultimi due anni non hanno potuto essere scongiurate dalla violenza “naturale” quotidiana del sistema. Ma proprio quando la sua violenza si esercita “eccezionalmente”, quando l’organizzazione del consenso recupera la paura, … Read More

Una rivolta esemplare (Battipaglia).

UNA rivolta esemplare

Genova, 11 aprile 1969

La gente quando si rivolta conosce i suoi obiettivi: a BATTIPAGLIA non hanno portato petizioni al prefetto, ma hanno cercato di dare fuoco al municipio ed hanno devastato l’esattoria delle tasse, non hanno colloquiato con le forze dell’ordine, ma le hanno assediate nel cimitero ed hanno incendiato il commissariato, non si sono lamentati del prezzo delle merci, ma hanno saccheggiato alcuni negozi, non hanno infine fatto una processione ma hanno bloccato la ferrovia e l’autostrada e hanno continuato a battersi fino al rilascio dei fermati.

La gente quando si rivolta sa quello che vuole: farla finita con tutta l’oppressione e i suoi simboli odiosi, farla finita con lo sfruttamento ed i suoi gestori.

I borghesi si preoccupano e dipingono a tinte fosche la situazione: esasperazione, teppismo, confusione, anarchismo: NO, È MOLTO PIÙ SEMPLICE, LA GENTE VUOLE FARLA FINITA CON QUESTA SOCIETÀ. Ha intrapreso la strada che non ha sbocchi per chi segue la logica del bravo borghese o dell’ordinato cittadino; le azioni rivoluzionarie possono essere recuperate solo con la menzogna o col silenzio. A nulla servono gli appelli del governo alla calma, i telegrammi cinici di Saragat alle famiglie delle vittime… LA CALMA DOPO AVOLA È L’INCENDIO DI BATTIPAGLIA, e i sindacalisti non possono imporre rivendicazioni e devono solo gettare acqua sul fuoco.

E che fa l’opposizione? Quella seria, quella comunista? Cerca di far rientrare una vittoria all’interno della tradizione della sconfitta, cerca di circoscrivere l’incendio, collabora nel formare intorno a Battipaglia un solido cordone sanitario.

Ma gli obbiettivi veri, quelli della rivolta, dove sono andati a finire? Quelli vanno conculcati, respinti indietro. Delle vittorie, delle azioni reali, esemplari, chi parla? Non l’Unità che piange sui morti, unica vittoria degli avversari, e cerca di dare ai lavoratori solo l’immagine della loro impotenza, della frustrazione della sconfitta. È l’unico modo che le resta per tentare di far rientrare il movimento all’unico livello che essa conosce, quello della democrazia borghese.

Quotidianamente ci illudiamo – la società civile ci facilita in questa illusione – che le cose che ci circondano siano nostre, che il loro uso, il loro possesso ci sia permesso, sia pure mediatamente, attraverso il denaro, salario od altro che sia: è un’illusione che Battipaglia oggi distrugge.

Quando degli sfruttati negano e bruciano una società che li opprime ed affermano il loro potere reale sulle cose, si impadroniscono di una città, le forze di chi oggi ha in mano il potere distruggono gli uomini, li uccidono perché la società borghese, espropriatrice dell’uomo, non può tollerare di essere espropriata.

Di fronte agli sfruttati che guardano verso l’incendio di Battipaglia con speranza, non ci sono obbiettivi intermedi, richieste da fare alla democrazia. Poiché là non ci si difende – si attacca – non bisogna chiedere il disarmo del nemico, ma le armi per i compagni. E se per noi il momento non è ancora venuto, non bisogna versare lacrime di coccodrillo sui compagni di Battipaglia, ma imparare che il nemico o lo si attacca o la nostra sconfitta è permanente.

Un gruppo di compagni

Genova 11/4/ 69

Della miseria dell’ambiente dei professori e di un atto che indica la strada per rimuoverla.

DELLA MISERIA DELL’AMBIENTE DEI PROFESSORI E DI UN ATTO CHE INDICA LA STRADA PER  RIMUOVERLA

Comitato d’Azione di Lettere, Genova, inizio febbraio 1969

Venerdì 31 gennaio ’69, alle ore 8 del mattino, circa 200 abilitati in filosofia si avviavano al concorso a cattedre tenuto nella scuola media “Rosa De Marchi” di Milano. Questa è una delle sedi del concorso; le altre sono Roma, Cagliari, Firenze, Napoli e Palermo.

I candidati si sono seduti, … Read More

La rivoluzione scritta da lei stessa. Documenti del maggio francese. Comitato d’azione di Lettere. Genova. Primi mesi 1969

La rivoluzione scritta da lei  stessa. Documenti del maggio

Comitato d’Azione di Lettere, Genova, inizio 1969

IL CONSUMO DELLA, RIVOLUZIONE

1) Nella società dei consumi tutti gli aspetti della vita diventano altrettanti mezzi di accumulare profitti. In mancanza di rivoluzione lo spettacolo è stato basato principalmente sulla guerra e sul crimine ma oggi vediamo gli editori fare dei soldi a milioni a spese delle barricate. … Read More

Passer Outre octo-semestriel,  n.° 1, novembre 1968

«PASSER OUTRE, octo-semestriel», lunedì 25 novembre 1968 n.° 1 [ periodico parigino nato nell’autunno 1968, diretto a dar voce ai comitati di base ancora operanti dopo il maggio, animato da membri che avevano fatto parte del Movimento 22 marzo, alcuni di «Socialisme ou barbarie», eccetera ]

Italia

Il testo seguente contiene l’esposizione di due compagni italiani *della « Lega Operai Studenti » durante una riunione di ICO** e la discussione che ne è seguita

Lo sciopero nelle fabbriche Fiat

Sei mesi fa si è svolto uno sciopero molto importante nelle fabbriche Fiat di Torino, e in molte altre fabbriche del gruppo Fiat. La principale fabbrica Fiat di Miratori annovera circa 70.000 operai. È un autentico campo di concentramento con la sua cinta di filo spinato e innumerevoli guardiani alle 42 porte. In questa fabbrica, una vera scienza della repressione è stata sviluppata dopo gli scioperi selvaggi del 1960-62 ; un giornale di fabbrica pubblicava parole d’ordine di sabotaggio della produzione. La direzione adottò misure repressive ( denunce seguite da fermi ). Ci furono manifestazioni enormi :
davanti alla sede della Confindustria, davanti al quotidiano «La Stampa», davanti a quella del sindacato U.I.L. ( socialdemocratico ). Vennero assunti specialisti americani per cercare di instaurare con ogni mezzo una repressione scientifica all’interno della fabbrica.
Non vi erano più stati scioperi alla Fiat : i sindacati collaboravano ed era normale sentir dire : « quando Fiat farà sciopero, sarà la rivoluzione».
All’inizio, lo sciopero fu promosso dai sindacati che alla fine avevano dovuto cedere all’enorme pressione da parte degli operai. Non potevano fare altrimenti, a causa delle continue interruzioni del lavoro e della disaffezione verso i sindacati che si era tradotta in un importante numero di schede bianche e astensioni durante elezioni interne ( su liste sindacali come in Francia ). Le rivendicazioni riguardavano gli orari e le condizioni di lavoro – in sostanza 40 ore senza aumento dei ritmi e anche che i giorni di riposo fossero a data fissa, e non a discrezione della direzione. Non era uno sciopero generale illimitato, ma interruzioni del lavoro della durata di un giorno ogni settimana. Lo sciopero durò tre settimane. Gli scioperanti andavano dal 95 al 98%. Picchetti di sciopero si erano formati a ciascuna delle 42 porte della fabbrica di Torino. Ma la polizia intervenne per sgomberarli. Si ebbero scontri, nel corso dei quali gli operai mostrarono spontaneamente una capacità organizzativa tale che l’azione della polizia fu resa praticamente inoperante. L’intervento della polizia certamente ebbe il suo ruolo nella radicalizzazione della coscienza operaia. Ma sono da considerarsi anche molti altri fattori. Una gran parte di operai è formata da contadini emigrati dal sud del paese. Se hanno particolari problemi di adattamento, la presa dei sindacati su di loro ( quale che sia la loro età ) è inferiore che sugli operai di origine operaia più antica. Possono apparire passivi, ma nel corso dello sciopero si sono rivelati gli elementi più attivi, sia nell’organizzazione della lotta ( nei picchetti di sciopero ) che nella capacità di entrare in relazione con la realtà dello sciopero. Nel corso di questo, i rapporti di discriminazione, la mancanza di solidarietà erano scomparsi.

Nel corso di questo sciopero, studenti venuti da tutta Italia presero contatti con gli operai : discussioni ebbero luogo con i picchetti e rivelarono un alto livello di consapevolezza politica fra gli operai : per esempio nell’elezione di commissioni operaie che avessero il compito di controllare l’aumento dei ritmi. Questi legami furono molto estesi e i sindacati non erano abbastanza forti per opporvisi. Tutto ciò che furono in grado di fare fu di passare in auto con altoparlanti fra gli operai in sciopero per diffondere le proprie parole d’ordine senza fermarsi.

Dopo la seconda settimana, i sindacati organizzarono un referendum fra gli operai nella speranza che questi rinunciassero a proseguire lo sciopero ; ma fin dall’inizio dello spoglio, apparve che praticamente il 100% dei voti era per la continuazione ; arrivati a 20 000 ( su 70 000), i sindacati fermano tutto ; lasciano fare, l’indomani, un’ultima giornata di sciopero, e il giorno dopo firmano gli accordi con la direzione e ordinano la ripresa del lavoro. Se il 40% delle rivendicazioni iniziali era stato soddisfatto, tuttavia le rivendicazioni reali degli operai erano state lasciate completamente da parte.

Sulla scheda di voto, era stato riservato uno spazio bianco perché gli operai indicassero cosa volevano. Le risposte date escono, per lo più, dal quadro delle rivendicazioni particolari per toccare un livello politico, ponendo il problema della loro «dignità» in fabbrica e nella produzione. Dopo lo sciopero, i contatti operai-studenti presi durante il suo corso si sono materializzati con la creazione di un comitato di collegamento permanente cui partecipano 150 operai, che pubblica un bollettino. Ciò che è interessante notare è che tra operai che partecipano a questo lavoro, i rapporti di classe sono percepiti in modo nuovo, come un autentico rapporto di schiavitù totale. Ugualmente dopo lo sciopero, la situazione «politica» in fabbrica è molto più limpida, con i quadri che invitano apertamente a votare per i socialisti unificati ( Nenni ) e gli operai che mettono direttamente in discussione il ruolo dei sindacati e della politica tradizionale.

Sciopero in una fabbrica tessile a Valdagno ( Veneto ) – febbraio 1968

La fabbrica era la sola in città : mancava ogni politicizzazione degli operai, tutti votavano democristiano. Lo sciopero fu durissimo, gli operai misero sotto assedio le case dei principali dirigenti e manager, per impedir loro di raggiungere la fabbrica. Un incredibile dispiegamento di forze portò sul posto tutti i professionisti della brutalità poliziesca da ogni parte d’Italia. Bambini di dodici, tredici anni si mescolarono agli operai in lotta : una autentica guerriglia si diffuse in città, con distruzione di negozi e della statua del fondatore della fabbrica. ma l’azione della polizia badò a evitare incidenti troppo gravi che avrebbero potuto far conoscere altrove quella lotta. Degli studenti dell’università di Trento avevano cercato di prender contatto con gli operai, ma questi li mandarono indietro, perché in quel momento non volevano si potesse dire che ad aver scatenato tutto fossero stati elementi venuti da fuori e non gli operai da soli. Lo sciopero finì con incredibili negoziati. Perfino i sindacalisti locali non volevano riprendere il lavoro fino a quando la polizia non avesse lasciato la città. Furono i dirigenti del sindacato a concludere le trattative : questa poteva apparire una vittoria sul piano delle pure rivendicazioni, ma era una sconfitta in considerazione del livello della lotta. Gli scioperi di cui abbiamo parlato sono stati scatenati unicamente dai lavoratori, senza intervento degli studenti, su dei problemi rivendicativi di ordine economico, e sono stati controllati dall’inizio alla fine dagli operai. Gli studenti hanno preso contatto con i lavoratori in lotta e si sono messi a loro disposizione. Hanno trasmesso ovunque le informazioni. nell’attuale contesto italiano, il ruolo del movimento studentesco fu quello di creare una sorta di tessuto connettivo tra nuclei di contestazione sociale. Vuole definirsi come un movimento rivoluzionario continuo, antiautocratico, in costante collegamento con gli operai, che compia una lunga marcia attraverso le istituzioni, contestando il modo in cui vengono prese le decisioni insieme a coloro che quelle decisioni riguardano. Un compagno di I.C.O. sottolinea che in Italia come in Francia, l’intervento degli studenti nelle lotte pone un problema politico, quello della ricostituzione di una avanguardia, una nuova classe che tenterebbe di coordinare il movimento rivendicativo. Secondo i compagni italiani, fra le lotte citate nessuna ha avuto gli studenti come protagonisti : gli elementi più attivi fra gli studenti sono stati semmai influenzati dagli operai. Quando degli studenti di Genova che occupavano dei locali sono stati attaccati dai fascisti, sono stati gli operai a venire autonomamente a proteggerli. Da questi contatti è sorto un dialogo in cui ciascuno ha potuto apprendere parecchio dall’altro. Questi compagni sono ben consapevoli del ruolo di schermo che i gruppi polititici possono giocare nei confronti dei lavoratori in lotta : come esempio citano quello di un gruppo -Voce Operaia – che in una fabbrica Fiat di Pisa, durante lo sciopero della Fiat, continuava a discutere con gli operai della politica tradizionale, ma non parlava affatto di ciò che stava accadendo realmente a Torino, Per contro, si può indicare la creazione spontanea a Milano, alla Pirelli ( pneumatici, plastica ), e in altre imprese di elettronica, di comitati di base operaistudenti clandestini che discutono del sindacato, diffondono volantini e giornali. Non si tratta di un frutto del caso, né del risultato di una azione studentesca. Ciò testimonia della oggettiva tendenz
degli operai a trovare delle soluzioni al di fuori delle abituali strutture sociali : e può essere considerato come un tentativo di organizzarsi da sé.
I «gruppetti» in Italia sono praticamente inesistenti, non essendoci una tradizione «gauchiste».
Questo può spiegare l’esistenza attuale di un grande movimento studentesco, confuso, privo di una linea politica, ma che pratica la democrazia diretta e ha la volontà di gestire il potere di lottare. In questo modo il movimento si rifiuta di essere «politico» o corporativo e di lasciarsi intrappolare nella riforma interna al sistema.
Un gruppo di studenti che aveva partecipato alla pubblicazione di « Quaderni Rossi
» ( successivamente disciolto in una « Lega Operai Studenti » ) aveva sviluppato una teoria critica del ruolo di capi e sindacati. Questo gruppo rimase in contatto con gli operai della Fiat ed è all’origine del legame fra operai e studenti ( « Quaderni Rossi », per esempio, è stato in grado di pubblicare un giornale clandestino all’interno della Fiat). Per diecimila operai dei picchetti, vi erano ottocento studenti. Gli operai si recavano
spontaneamente alle assemblee nell’università e vi ponevano i problemi molto più chiaramente dei leader studenteschi. Sono stati gli operai a far comprendere agli studenti il ruolo esatto degli studi, della gerarchia, della funzione cui erano destinati. In queste discussioni si instaurava una vera condivisione e mai gli studenti giocarono un ruolo dirigente. Gli operai consideravano del tutto normale che gli studenti fossero al loro fianco e si mescolassero alla loro lotta.
Sembra che il movimento degli studenti nel suo sviluppo abbia portato una nuova nozione della politica con la diffusione del concetto di democrazia diretta. Questo si connette all’evoluzione del movimento operaio stesso. In Fiat e altrove gli operai nel corso degli anni si sono resi conto dell’inefficacia dell’azione sindacale quanto all’essenziale delle loro condizioni di lavoro, soprattutto per quanto attiene all’organizzazione di fabbrica e ai ritmi di lavoro. La debolezza del sindacato come organo di lotta di classe appare loro con nettezza di fronte al rafforzarsi dello tecniche di sfruttamento del padronato. La loro esperienza li conduce a una capacità di analisi dei rapporti di forza realmente esistenti. Nel corso dello sciopero si hanno discussioni in cui viene rimessa in causa la gerarchia, il controllo delle condizioni produttive, tutte cose che portano in direzione della gestione operaia, ma di cui non si parla mai con i sindacati o i gruppi politici. Ad esempio un gruppo di filogenesi parlava solamente dei tradizionali problemi politici e in definitiva non aveva niente da dire agli operai. Al contrario, i contatti con gli studenti si ponevano a tutta prima su quel terreno stesso della gestione.

La situazione in Italia paragonata a quella francese

Quel che è accaduto alla Fiat può essere paragonato a quel che è successo a Flint, alla Renault. Gli operai di Flins sono meno irregimentati che a Billancourt ( per via dell’origine contadina ). Ma per contro, la condizione dei lavoratori stranieri in Francia – e il loro intervento nelle lotte – non può essere paragonata a quella degli operai italiani originari del Sud che lavorano al Nord. Non si può dire che negli scioperi del maggio, gli operai stranieri siano stati i più attivi. per molteplici ragioni.
Ciò che per contro è vero, è la minore presa sindacale sui lavoratori di recente proletarizzazione e il loro maggior attivismo nelle lotte. Anche l’intervento della polizia può spiegare la radicalizzazione del movimento a Flint, ma questo intervento poteva altrettanto essere motivato dal fatto che la situazione vi sembrava più pericolosa per il potere, dato che i sindacati non controllavano lo sciopero. In genere, i contatti agevoli fra studenti e operai in Italia denotano una debolezza maggiore dei sindacati.
Secondo i compagni italiani, l’Italia si trova in una situazione paragonabile a quella della Francia di due anni fa circa. Sul piano economico e sociale non vi è ancora una situazione generale che possa condurre a un movimento generalizzato come in Francia. Fatta eccezione per il movimento degli studenti, tutti i movimenti di sciopero non hanno conoscenza gli uni degli altri : è un po’ per caso che si vengono a scoprire nuclei di raggruppamento, bollettini, eccetera.
Effettivamente, movimenti come quelli sopra citati restano isolati. Se ne possono dare svariate ragioni :
1) L’Italia resta in espansione in una fase ascendente del capitalismo. Non vi è rallentamenti economico : continuano a prodursi importanti trasformazioni economiche. Tuttavia, alcune enclave isolate possono essere colpite, sia da queste trasformazioni, sia da degli inizi di crisi, dal che gli scioperi localizzati.
2) L’Italia non è centralizzata come la Francia: Si tratta di un fattore storico non trascurabile. Le grandi città e le unità produttive che esse costituiscono sono praticamente indipendenti e quasi autonome : uno sciopero, anche importante, ha poca incidenza al di fuori della sua zona.
3) Gli scioperi in Italia sono sempre molto duri : i morti, i feriti vi sono «abituali». Cosa che in Francia al contrario è rara : dal ’50 al ’68 non c’è stata repressione violenta, che in Italia è sistematica.

Queste strutture, che possono spiegare l’isolamento delle lotte, non devono dissimulare il fatto che queste ultime, benché localizzate, si situano a un medesimo livello : non si constatano più i fenomeni locali che precedentemente potevano introdurre importanti differenze. Nessuna regione può essere considerata come «arretrata». Senza che ci siano collegamenti o influssi reciproci, si nota lo sviluppo oggettivo delle condizioni di lavoro e del livello della classe operaia, conseguenza di una medesima concentrazione capitalistica e di un medesimo sviluppo delle tecniche produttive.
In particolare è largamente superata la tradizionale divisione tra Nord e Sud.
Un compagno di I.C.O. sottolinea che è rischioso puntare sullo sviluppo dell’industrializzazione per attendersene uno sviluppo rivoluzionario. L’esempio tedesco ci mostra che non si tratta di una condizione essenziale. I compagni italiani indicano di aver soltanto voluto mostrare che esisteva una unificazione delle lotte e della «qualità» di queste lotte, indipendentemente da ogni propaganda e da ogni attività gruppettara, semplicemente in ragione della concentrazione del capitale in tutta Italia.

* Mario Lippolis e Mario Moro. N. d.T.
** Informations Correspondance Ouvrières. Gruppo nato all’origine da una scissione di«Socialismo ou barbarie» e destinato essenzialmente allo scambio di informazioni alla base tra lavoratori. N. d. T.

s

Boicottiamo un convegno indegno!

BOICOTTIAMO UN CONVEGNO INDEGNO!

Lega degli operai e degli studenti, Genova, 9 novembre 1968

boicottiamo UN CONVEGNO INDEGNO!

Oggi a palazzo San Giorgio, il Cardinale Siri (noto azionista, armatore, nonché ecclesiasta insigne) in compagnia di altri loschi personaggi (sindaco, magistrati semifascisti, presidente del CAP, docenti reazionari) presiederà un CONVEGNO NAZIONALE sul tema “TUTELA GIURIDICA DELLA SALUTE DEI LAVORATORI”. … Read More

Lettera di Mario Lippolis a Riccardo D’Este – resoconto del secondo soggiorno francese dopo il maggio – lettera dattiloscritta – Genova 6 ottobre 1968

Lettera di Mario Lippolis a Riccardo D’Este 

Cicagna, 6 ottobre 1968 

Mario Lippolis

Via Montallegro 40/17 – Genova

Caro Riccardo,

sono appena tornato dalla Francia dove sono rimasto assieme a un altro compagno della Lega, Mario Moro, per circa un mese. Con questa lettera intendo metterti sommariamente al corrente di alcune cose che ritengo importanti e riprendere almeno a livello personale i contatti che non so a livello di lega quanto funzionino (come tante altre cose del resto). … Read More

In nome del socialismo.

IN NOME DEL SOCIALISMO…

Lega degli operai e degli studenti, Genova, 23 agosto 1968

La Russia con gli alleati tedeschi orientali, bulgari, polacchi e ungheresi ha occupato la Cecoslovacchia per “difendere il socialismo”.

Ma anche i cecoslovacchi, che si oppongono all’invasione, lo fanno in nome del socialismo. Tutto il mondo socialista si è quindi mosso in difesa del socialismo. Da che parte sta dunque il socialismo? … Read More

Fall out. Numero unico 7 giugno 1968.

A pagina 10 articolo “la lega operai studenti”.

A proposito di FallOut.

Tra il 1966 e 67, un clima sociale generale che cominciava a ribollire ha fatto sì che a Genova persino un giornale reazionario come il Corriere Mercantile fosse toccato dalla sensibilità montante di una possibile fine di un’epoca.Una Pagina dei giovani  … Read More

Facciamo nostro il grido dei compagni francesi.

MARTEDÌ ALLE 18/ TUTTI A CARICAMENTO.

FACCIAMO NOSTRO IL GRIDO DEI COMPAGNI FRANCESI: “POTERE ALLA PIAZZA, DELLE FRONTIERE CE NE FREGHIAMO”

Lega degli operai e degli studenti, Genova, 4 giugno 1968

Gli operai e gli studenti francesi in lotta ci insegnano che le strutture degli stati borghesi non sono così robuste come appaiono, la breccia aperta dalle lotte studentesche si è allargata sino al punto di minare l’intera struttura sociale. … Read More

Viva la lotta del proletariato francese. \ Elenco parziale dei nomi degli universitari della lega.

sul retro

W LA LOTTA DEL PROLETARIATO FRANCESE

Comitato genovese di solidarietà

Genova, maggio-giugno 1968

Operai!

Lo sciopero generalizzato degli operai francesi ha messo in crisi per la sua estensione e radicalità l’intero potere capitalista in Francia. Gli operai hanno abbandonato le forme usuali di lotta e hanno scelto l’occupazione delle fabbriche come generale strumento di lotta, opponendo alla violenza del capitale la propria forza sociale. … Read More

La strumentalizzazione come sistema.

LA STRUMENTALIZZAZIONE COME SISTEMA

Partito antielettorale italiano

Genova, 16 maggio 1968

«L’on. Codignola (PSU-2314) ha espresso alcuni giudizi che ci paiono degni della più attenta considerazione. Tra l’altro ha detto, rivolto ai colleghi comunisti: “Egregi Colleghi, in un primo momento avete ritenuto di poter avere in mano e di strumentalizzare l’insoddisfazione studentesca. … Read More

Conclusione vergognosa alla Cressi-sub

Conclusione vergognosa Alla Cressi-sub

Lega degli operai e degli studenti, Genova, 19 gennaio 1968

Lo sciopero degli operai della Cressi è durato 33 giorni. Essi lottavano perché fosse revocato il licenziamento di 5 loro compagni di lavoro, provocato del fatto che questi cinque operai volevano formare la Commissione interna. … Read More

Il convegno di Venezia.

IL convegno di Venezia

Relazione sulle “linee” delineatesi al convegno di Venezia, organizzato dal Movimento studentesco di Torino e Trento

Genova, 1968

Il Convegno di Venezia, organizzato dal movimento studentesco di Torino e Trento, con l’esclusione dei filocinesi marxisti leninisti, e la partecipazione con riserva dei due Potere operaio e di Scalzone e Piperno di Roma, ha visto delinearsi due tendenze fondamentali, una tendenza portata avanti … Read More

Lettera aperta al Rettore.

LETTERA APERTA AL RETTORE

Volantino anonimo, Genova, fine 1968

Grazie, Rettore −

Grazie a Lei il nostro incipiente dialogo ha rapidamente assunto la grandezza delle cose schiette.

Grazie al Suo illuminato intervento abbiamo finalmente avuto modo di apprezzare le Sue virtù democratiche, tanto a lungo modestamente celate. … Read More

Agli operai genovesi Assemblea degli occupanti della facoltà di lettere. Genova – dicembre 1967

Agli operai genovesi

Assemblea degli occupanti della facoltà di lettere

AGLI OPERAI GENOVESI!

IL RETTORE DELLA UNIVERSITÀ DI GENOVA SI È RESO RESPONSABILE DELLA CACCIATA DEGLI UNIVERSITARI GENOVESI CHE OCCUPAVANO LA FACOLTÀ DI LETTERE, CIÒ È STATO POSSIBILE GRAZIE ALL’INTERVENTO CONGIUNTO E ARTICOLATO DI GRUPPI DI “POMPIERI” PICCOLI BUROCRATI DI PARTITO (…) E DI CARABINIERI, OLTRE IL SOLITO INTERVENTO DEI GRUPPI TEPPISTI DI ESTREMA DESTRA. … Read More

Porta Palazzo è un ghetto.

volantino OC o parte di esso.

Commento Sergio: ricordo quando sui muri di Porta Palazzo si andava scrivendo notte tempo: Abbasso i leader W i lader, riscuotendo molta simpatia tra i pochi astanti.

Liquidiamo i bugiardi.

volantino Organizzazione Consiliare distribuito
in occasione di un intervento presso l’Unione Culturale a Torino.

Declino e caduta del movimento studentesco.

Declino e caduta del movimento studentesco. Centro di rianimazione del Movimento studentesco

Genova, senza data

Contributo di alcuni compagni, premessa sostanziale a qualsiasi discorso sulla ricostruzione del movimento studentesco.

TENTATIVO DI RIANIMAZIONE

Bene, io lo stendo sul canapè, voi amabile Juliette, inginocchiata davanti a lui, continuerete a riscaldare nella vostra bocca di rosa il membro gelido del mio povero signore. Io so che nessuno meglio di voi riuscirebbe a riportarlo in vita. Voi ragazze bisogna che veniate, l’una dopo l’altra, a fare tre cose assai singolari su di lui: schiaffeggiarlo prima con forza, sputargli in faccia, scorreggiarli poi sul naso: appena avrete finito di fare ciò, vedrete gli effetti sorprendenti di questo rimedio.

La vecchia comanda, tutto viene eseguito, ed io confesso che resto confusa dalla superiorità di questo sistema mangereccio: il pisello si gonfia nella mia bocca al punto che appena riesco a contenerlo. È vero che non ci si poteva rendere conto della rapidità con cui tutti i fatti comandati venivano eseguiti sul povero vecchio, e nulla era piacevole come i differenti rumori che riempivano di volta in volta l’aria, la molteplicità di quelle scorregge, di quegli schiaffi, e di quegli sputi. Infine il pigro strumento si gonfia al punto che io temo che scoppi tra le mie labbra, quando, alzandosi in fretta, Mondor fa segno alla sua governante di preparare tutto per la conclusione: al mio culo è riservato l’onore. La vecchia mi mette nella posizione adatta alla sodomia: Mondor, aiutato e guidato dalla sua governante, si affonda all’istante nel tempio dei più dolci piaceri di questa passione: ma non ho ancora detto tutto.

Questo non sarebbe riuscito senza l’episodio crapuloso con cui Mondor coronò la sua estasi. Accade mentre il vecchio mi inculava:

1° – Che la sua governante, armata di un immenso cazzo finto, gli rese il medesimo servizio che lui mi rendeva.

2° – Che una delle ragazze, inginocchiata sotto di me, facesse fare molto rumore alla mia fica masturbandola con la lingua.

3° – Che un bel culo si offrisse a ciascuna delle mie mani.

4° – Infine che le due ragazze che restavano sollevate a cavalcioni, la prima sui miei reni, la seconda sui reni di questa, cagando insieme, inondassero di merda, l’una la bocca del vecchiardo, l’altra la sua fronte.

SCHEMA DI RICOSTRUZIONE

Elisabetta, stesa sul dorso, ai bordi del letto; Delbene, stesa tra le sue braccia, si fa sfregare il clitoride. Flavia in ginocchio e, con le gambe sul letto, la testa all’altezza della figa della Delbene, la solletica con la lingua, schiacciandole le cosce. Sotto Elisabetta, Saint-Elme, con il viso sotto il culo di quest’ultima, prestava in pieno la sua figa ai baci della Delbene, che Vomar inculava con il suo clitoride infuocato. Mi si attendeva per completare il gruppo.

Stesa un po’ oltre la Saint-Elme, io le offro da leccare il contrario di ciò che lei si faceva succhiare sul davanti. Delbene passava con incostanza e rapidità dalla figa della Saint-Elme, al buco del mio culo, leccando, pompando ardentemente l’uno e l’altra.

De SADE

“Juliette, les prosperités du vice”

a cura del

Centro di Rianimazione del Movimento Studentesco

 

Volantino diffuso all’università di Genova ad opera dei ludditi Mario Lippolis e Alfredo Passadore, probabilmente al principio dell’anno scolastico del 1969.
Raramente si è veduta un’aggressione più brutale della condizione studentesca, cui ci si propone di rimediare con una cura composta di schiaffi, sputi, scoregge, cagate in faccia e cazzi nel culo.
Il limite di questo tipo di interventi consiste nel fatto ben noto: chi legge pensa che quel trattamento sia azzeccatissimo per gli studenti… salvo che lui personalmente non si percepisce come tale.
Questo, di considerarsi quelli che hanno capito, e di trovare ascolto solo fra quelli che ritengono a loro volta di avere capito, sarà regolarmente un tallone d’achille della critica radicale.