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Maurizio Pincetti – POSTFAZIONE di un FAZIOSO. Del comontismo occorre anche dire che…

POSTFAZIONE di un FAZIOSO

Del comontismo occorre anche dire che…

L’iniziativa di raccogliere questo materiale e di rievocare la presenza, nel quadro politico dell’inizio anni settanta del novecento, di un gruppo di persone raccolte intorno a un’idea di mondo e di vita, da loro definita comontismo, con un neologismo che trova come unica giustificazione il fatto di essere ancora comunisti nonostante il giudizio sulle realtà nazionali che si erano espresse in nome del comunismo, merita indubbiamente plauso, più che altro per aver sottratto al macero una serie di iniziative editoriali e all’oblio una intensa serie di relazioni umane, finalizzate fra l’altro ad attuare, come si legge nel testo, un modo di essere, non solo una metodologia di ricerca e una modalità di analisi critica e di comunicazione.

Ciò detto, rimane un vuoto centrale che non fu mai colmato allora e non si può provvedere a farlo ex post, sulla scorta di ricordi, dove la memoria di ciascuno può essere solo integrativa di quella di tutti gli altri, senza collimare. Non si può farlo perché comontismo, come idea o aspirazione, come comunità potenziale o parzialmente realizzata, non è mai stato patrimonio condiviso di un’intera comunità di persone, per quanto esigua possa essere stata. L’unica modalità che avrei visto come proponibile sarebbe stata l’intervista al più ampio numero di partecipanti a quell’esperienza, interviste che sarebbero state rappresentative all’inizio degli anni 90 e poi sempre di meno per la progressiva scomparsa degli ex comontisti. (un valido esempio di questa modalità di lavoro di ricostruzione la si trova nel Libro “STORIA DI POTERE OPERAIO La Generazione degli Anni Perduti). Non credo che si possa enunciare un solo argomento che non fosse divisivo e sul quale si potesse trovare reale identità di vedute in più di due o tre persone.

Si potrebbe dedurne che vi fosse una vivacissima produzione intellettuale e una varietà di punti di vista che la rifletteva. Non credo che sia così, si può affermare che intorno a idee dominanti si radunassero soggetti che si caratterizzavano per la propria capacità di essere liquidi, aggregandosi e disaggregandosi per ogni differente argomento. Non si può sostenere che vi sia stata un’ampia produzione teorica. Il buon lavoro di Leonardo Lippolis, nel secondo tomo, lo conferma.

In verità, come è stato accennato nel testo, le differenti modalità di pensiero non potevano essere coesive, così come invece lo è stato in parte il modo di vivere. Molto differente anche la tipologia caratteriale delle persone, che condizionava principalmente l’interpretazione diversa dell’essere comontisti.

L’aggregazione primigenia, 1971-72 per intenderci (Ponte a Egola e poi Firenze), evidenziava un’organizzazione e uno stile di relazione fortemente gerarchica, seppur sempre informale. Un padre padrone, presunto detentore delle idee forti proposte nelle prime pubblicazioni, dettava lo stile, definiva ciò che era conforme al pensiero rivoluzionario e quanto invece doveva essere evitato; promuoveva un comportamento aggressivo, macho, e individuava il comportamento femminile utile ad assecondare il mantenimento di una comunità riverente allo stile proposto.

Il capo e i suoi accoliti più fedeli si muovevano all’unisono, secondo il gradimento e i gusti del capo, che aveva attitudine ad entrare in conflitto anche fisico con chiunque ne potesse minacciare la supremazia.

Più che di una modalità semplicemente maschilista o para-mafiosa, si trattava di una riscoperta della legge della giungla, dove si faceva tabula rasa di ogni regola perché la regola era data di volta in volta dal comportamento del maschio dominante (l’assimilazione più scientifica credo possa essere a una comunità animale in natura intorno al maschio alfa). Solo pochi eletti potevano esimersi dall’acquiescenza ed erano uno, forse due maschi: uno di forte carattere, arguzia e abilità manuali,  l‘altro di esplicite capacità intellettuali. Costoro non ne subivano le regole ma garantivano di non proporsi in modo competitivo nei confronti del capo,  sia per la frequente distrazione dalle tematiche più propriamente politiche dell’uno che per la mitezza del carattere dell’altro.

Veniva formandosi una gerarchia informale in cui ciascuno traeva la propria legittimazione in funzione della prossimità al capo e alle sue donne. La donna del capo era un riferimento per tutte le altre.

Era già presente in questa prima fase la tossicodipendenza del capo, il quale fondava le relazioni sulla soddisfazione della propria attitudine ossessiva al proselitismo (chi non è con me, è contro di me), pertanto progressivamente ciascuno che entrasse o si avvicinasse al gruppo storico, oltre a professare ascolto del capo, condivisione delle idee e degli scritti (sparuti, romantici, vitalisti e in alcuni passi futuristi), doveva preferibilmente condividere i gusti sulle varie tipologie di sostanze e dipendenze, dagli alcolici alla pentazocina al cloridrato di morfina, mentre erano sottovalutate l’erba, l’hashish e gli allucinogeni.

La provenienza sociale delle persone nel gruppo, ma anche di molti supporters o satelliti, era prevalentemente la piccola borghesia relativamente benestante e il livello culturale era liceale-universitario. Facevano eccezione due o tre casi, considerati emblematici, di ex-operai con scarsa dimestichezza allo studio e alla lettura.

A dispetto delle idee propalate di rivoluzione, era fortissima la resistenza al cambiamento da parte della maggioranza degli adepti, che perpetuavano una ritualità di vita quotidiana dominata dal rifiuto teorico-pratico del lavoro e dalla necessità di approvvigionamento di sostanze stupefacenti, la cui fonte erano in quel periodo le farmacie, sia per la scarsa disponibilità di sostanze nel mercato alternativo sia per i costi di quelle presenti. L’acquisizione nelle farmacie induceva la necessità di ricette, ottenute da medici compiacenti o da falsificazione e l’individuazione di farmacie meno rigide nell’elargizione dei prodotti. Queste dovevano essere numerose, non potendo mettere alla prova la stessa farmacia per più volte al giorno e per più giorni consecutivi. Ad ogni spostamento del gruppo era necessario disporre di una mappa delle farmacie di zona, battendo l’area sistematicamente.

La disponibilità di mezzi di trasporto era inevitabile per raggiungerle, pertanto ogni proprietario di automobile era ben accetto nel gruppo, che ha raggiunto l’autonomia di movimento acquisendo capacità nel furto di mezzi di locomozione, divenuto pratica illegale comune, con acquisizione di competenze e abilità, tenute in considerazione nella ridefinizione gerarchica.

La fonte di reddito del gruppo erano le provenienze familiari e il concorso di ospiti malcapitati che venivano prosciugati in nome della solidarietà e della condivisione rivoluzionaria. Poco dopo, l’introito principale divenne il furto di libri, anche con risultati eccezionali e oggi impensabili, cui seguiva rivendita sistematica a ricettatori librai o in casi meno frequenti a privati che avevano commissionato titoli ed edizioni specifiche.

I proventi delle attività illecite erano consumati in piccola parte per il sostentamento ma di più per l’acquisizione di droghe. L’alimentazione era trascurata, spesso preconfezionata, malsana, raramente prodotta in loco se non da rari cucinieri. L’igiene era ignota o addirittura disprezzata e la sua inosservanza era segno di adesione al gruppo e alle sue finalità; era evitata in cucina, in bagno, a letto, dove la diffusione di infezioni della pelle o sessualmente trasmesse era all’ordine del giorno, non solo per la promiscuità abituale e lo scambio di partner ma soprattutto per l’inosservanza di qualunque regola d’igiene.

L’intera giornata era spesa per il ciclo di produzione e consumo e il gruppo rimaneva fuori casa molta parte della giornata, prevalentemente “per farmacie” oppure “per librerie”-

Gli incontri, le riunioni, erano abitualmente serali e successivi alla soddisfazione del consumo degli stupefacenti.

La giornata terminava a notte inoltrata / prima mattina, avendo proceduto nel corso della notte alla generazione di illegalità che godevano del beneficio dell’oscurità e/o a un ulteriore giro “per farmacie” (la mappa delle notturne “facili” era sempre disponibile). Lo stesso apprendimento della navigazione della città, per coloro che non ci avessero vissuto prima, era modulato dalla memorizzazione dei luoghi dove insistevano le farmacie (per indicare un luogo si diceva vicino alla tale o talaltra farmacia).

L’intolleranza per lo stile gestionale del gruppo, per l’arroganza, per la seriosità triste, per l’assenza di ironia e l’eccesso di sarcasmo e cinismo, per la coercizione latente o esplicita, per il machismo e la conseguente accondiscendenza rassegnata delle donne, più che la diversità di opinione sugli argomenti teorici, comunque presente, hanno prodotto la frattura insanabile fra due principali componenti dei comontisti, quella milanese e quella torinese, con scambio di due torinesi che si sono trasferiti fra i milanesi e un milanese trasferitosi espressamente a Torino. La torinese a Milano è riuscita a mantenere la relazione sentimentale con un torinese che a tratti faceva capolino e il milanese torinesizzato continuava a incontrarsi di sfuggita con un milanese in segno di imperitura amicizia. 

Vi erano comunque differenze incolmabili fra Torinesi e Milanesi anche a livello teorico e di linguaggio.

In un passo di volantino del Movimento Martellista, prodotto da D’Este e Eddy Ginosa, perciò precedente e prodromico all’esperienza comontista, si dice:

“Non bisogna piangere i morti arsi vivi di San Vittore. Bisogna ardere tutti i nemici, dai funzionari del capitale sociale, ai preti, alle infami spie, ai lavoratori ciechi e ASESSUATI, ai MESTRUATI CRONICI di tutti i movimenti studenteschi e sedicenti operai, ai burocrati e ai becchini del MOVIMENTO REALE. Rendiamo la nostra LOTTA CRIMINALE: questo sarà l’assalto presente al mondo delle merci”

Nel 1970 alcuni residui di LUDD e i Consigliari torinesi avevano scambiato per situazione rivoluzionaria Danzica e Stettino e la stessa Reggio Calabria (la prima, architettata e finanziata dagli U.S.A e dal Vaticano, la seconda ad opera della ndrangheta in connubio con l’organizzazione fascista locale e MSI nazionale); ci saranno poi ex comontisti che nel 1978 parleranno di insurrezione rivoluzionaria a proposito della presa del potere di Komeini in Persia.

Nel volantino “TORINO IN STATO D’ASSEDIO” si legge:

“STUPRI E OMICIDI SESSUALI non sono altro che la risposta, che è umana, al PIACERE che è sempre stato negato” .

Secondo l’estensore dell’introduzione del secondo tomo questa frase avrebbe prodotto la rottura coi torinesi da parte dei milanesi. È vero ma non si trattava solo di questo, si può dire che sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Lo stesso slogan “Contro il Capitale Lotta Criminale” ha trovato riscontro a Milano solo in un paio di circostanze.

Non venne condiviso neppure il contenuto del foglio murale “L’Intrepido” che si occupava del Gruppo 22 Ottobre e di Mario Rossi che aveva ucciso per incapacità e pressapochismo un portavalori. Il volantino liquida l’omicidio così:

“È morto per troppa voglia di lavorare (frase in sintonia con i pizzini di Provenzano). Dovrebbero tutti essere sepolti quelli che difendono gli interessi del padrone. I fuorilegge sono i nuovi rivoluzionari”

A Milano l’aggregazione in un unico appartamento (prima via Ausonio con partecipazione dei genovesi, poi in via Pecchio) aveva le caratteristiche di una comune, come ce n’erano a iosa nello stesso periodo, anche se meno propositive da un punto di vista sociopolitico. Le peculiarità, rispetto alla fase precedente, erano quelle di una maggiore democrazia interna, dell’assenza di una figura di riferimento dominante, di una presenza femminile maggiormente autonoma anche se non particolarmente incidente nell’elaborazione teorica, inizialmente fulcro e vanto, forse meritato, della fazione scissa. L’attività teorica era perciò ancora prevalente appannaggio dei maschi, mentre le femmine avevano un impegno più organizzativo.

Sesso, droga e rock and roll. L’attività sessuale era quella tipica di ragazzi di vent’anni, nel periodo storico della liberazione sessuale, in un ambiente laico, apparentemente debole nei pregiudizi morali, incline al superamento del privato e fortemente oppositivo alla privacy. Risultato, si scopava sempre e anche in compagnia, ma era evitata la forma orgiastica essendo saldamente dominante la monogamia, pur in un contesto di rotazione interna dei partner ma in tempi distinti.

La musica aveva fortunatamente un posto rilevante in casa e l’abilità di acquisizione di vinili, espropriati ai grandi spacciatori milanesi, come Ricordi o Buscemi, consentiva di avere una grande varietà di scelta, benché i preferiti fossero sempre Bob Dylan, Rolling Stones, Led Zeppelin e, in generale, il progressive rock o rock psichedelico. Non ballava nessuno, neppure le ragazze che di solito ne sono inclini. Forse perché le discoteche e i comportamenti che le caratterizzavano erano ostracizzati come luoghi di distrazione di massa da qualunque forma di pensiero critico. Che poi era proprio così.

Ben presto anche a Milano la tossicodipendenza è divenuta la cifra del gruppo benché qui, contrariamente a Firenze o Torino, ci fossero ben tre soggetti non dediti agli stupefacenti e qualcuno solo marginalmente interessato. Ritmi e routine quotidiana sopra descritti divennero dopo pochi mesi lo standard della comune, ovviamente creando progressivi distanziamenti da parte di coloro che non fruivano di inoculazioni di prodotti narcotici. Erano disponibili per tutti invece alcol, fumo di tabacco, fumo di THC, acido lisergico, psilocibina, etere.

Solo per gli allucinogeni il moderato consumo era collettivo, mentre per le altre sostanze c’era una scelta ben definita, chi consumava morfino-simili non amava il resto, tranne il tabacco. Il consumo di alcol era anch’esso moderato, tranne che in circostanze particolarmente festaiole.

Persisteva una certa arroganza intellettuale, ma il clima era più sereno, anche ridanciano, i più erano poco inclini all’ironia ma erano stati ridotti sarcasmo e cinismo; diffuso un sano scetticismo. La casa era molto frequentata, anche se gli abitanti fissi erano già sette, e c’era chi si fermava anche per settimane o diventava frequentatore abituale, tipo day-house, pur non aderendo al progetto teorico o magari non condividendo interamente la quotidianità.

Proseguiva invece lo stile inquisitorio e la ricerca da parte di alcuni della purezza teorica e della presa di posizione esplicita nei confronti delle proposte esibite. Per chi non evidenziava la propria posizione (tu come ti collochi?) o si smarriva nei meandri della supposta retta via, venivano allestiti processi politici che iniziavano abitualmente nel clima amicale di una moltitudine disposta intorno al camino per poi trasformarsi in atteggiamento inquisitorio, gestito da due o tre elementi rappresentativi dell’ortodossia, fino ad arrivare in alcuni casi alla formulazione di un giudizio di insufficienza, trasgressione o eresia, con conseguente allontanamento del soggetto dal gruppo, definitivo o fino a sua manifestazione di autocritica apparentemente convinta.

Il roteare di satelliti intorno al nucleo centrale attutiva l’impatto dell’elaborazione critica teorica, essendo alcuni di questi molto attivi (perché dediti alle amfetamine o metamfetamine) ma non sul piano socio-politico, perciò nient’affatto interessati alle discussioni più cerebrali e neppure intimoriti dalle loro conclusioni.

Abbiamo affrontato quanto potesse influire sui ritmi e sulle tempistiche d’azione e di comunicazione esterna il fatto che fosse una comunità prevalentemente di tossici, ma influiva anche sull’elaborazione di pensiero critico?  A mio parere condizionava anche la produzione intellettuale nei suoi contenuti, in particolare la disinibizione indotta dalle sostanze abusate determinava un sentimento di potenza senza limiti che facilitava la radicalizzazione dei comportamenti e degli elaborati, consentendo proiezioni nel futuro immediato di sovvertimenti sociali che potevano essere solo auspicati ma non trovavano rispondenza in uno sguardo più realistico dell’assetto sociale, già segnato dalla fase di riflusso dal periodo sessantottesco, iniziata dal 1970 ma della quale nessuno dei comontisti amava rendersi conto, aiutati dalla visione flou dell’esterno, favorita dall’ebrezza narcotica praticamente costante. Non esisteva più un contesto potenzialmente insurrezionale che potesse supportare e amplificare proposte provocatorie.

Etica, coerenza e continuità d’azione e di pensiero erano sicuramente inficiate dalle necessità primarie, fra cui il consumo di sostanze stupefacenti, dipendenza unica e totalitaria, accettata nonostante il rifiuto consapevole della dipendenza da qualunque consumo o abitudine borghesi, indotti dalla propaganda consumistico-capitalista. Il rifiuto delle altre dipendenze era reso possibile da un’elaborazione teorica che faceva riferimento alle proposte anarco-marxiano-francofortiane, corroborate dagli enunciati della corrente artistico-politica situazionista.

1972-73 inizia in Italia la fase della lotta armata e del braccio militarizzato della critica teorica.

Un terreno molto scivoloso su cui non hanno saputo trovare postura adeguata migliaia di giovani, incentivati dall’inasprirsi del confronto e dall’arrocco delle forze conservatrici che, unitamente all’intervento esterno di strutture più o meno segrete straniere, hanno inserito dal 1967 sul suolo italiano la strategia della tensione e del terrore, già sperimentata con vantaggio in altri contesti in cui il potere era stato militarizzato (Brasile 1964 – Argentina 1966 – Grecia 1967 – Cile 1973).

I comontisti hanno accettato il dibattito ma si sono discostati così dall’acquiescenza teorica che nella pratica quotidiana, rifiutando il passaggio dalla fase politica alla fase militare. Le poche armi che sono circolate hanno sempre avuto una funzione marginale e mai sono state utilizzate in quegli anni per attività socio-politiche.

Questo non ha impedito che alcuni abbiano ritenuto necessario predisporre il terreno per resistere a una fase di scontro sociale più elevato, iniziando dall’accaparramento di fondi economici utili alla difesa e all’azione. Il salto di qualità nelle modalità illecite di acquisizione di denaro ha richiesto un’elevazione dei livelli di sicurezza, a fronte di un incremento della tolleranza al rischio. In questa fase a preordinare operatività a maggiore impatto economico sono stati i componenti interni o satelliti che non facevano uso di droghe e diffidavano di poter rendere note le loro azioni ai tossici.

Sono nati così comportamenti improntati a segretezza, permeati da uno stile di sufficienza e autostima esibita, caratteristiche del comportamento malavitoso classico, lontane dal precedente atteggiamento inclusivo e propenso alla conoscenza e alla comunicazione. Il paradosso di questa fase è che l’unico delatore professionale presunto faceva parte del gruppo dei malavitosi e non dei tossici, considerati inaffidabili nel mantenere uno stile prudenziale e di segretezza.

La fase di disfacimento del comontismo ha visto sul campo pertanto malavitosi e tossici, entrambi perdenti.

I primi, vittime della propria insufficiente preparazione e della successiva scarsa motivazione, sono incappati in débâcle che ne hanno fatto mettere in discussione le capacità e la necessità di fronteggiare il riflusso sociale, mantenendosi comunque fuori dalla logica militare e fuori dalle organizzazioni classiche della sinistra extraparlamentare, peraltro anche queste colpite da eventi e da limitazioni di spazio d’azione che ne hanno condizionato il declino.

I secondi, i tossici, sono entrati in buona parte nella spirale perversa dell’abbrutimento e di logiche commerciali a scopo di automantenimento della dipendenza, annacquate da azioni socio-politiche esemplari improvvisate quanto fallimentari, sorrette da un modello organizzativo fortemente misurato sul consumo di sostanze.

Le patrie galere si sono spalancate per qualcuno dei primi e per molti dei secondi, reiteratamente negli anni successivi.

Le morti di comontisti o loro satelliti avvenute in conseguenza di comportamenti irresponsabili nell’autosomministrazione di sostanze stupefacenti, fonte di contagio infettivo, hanno costituito una lista davvero troppo lunga.

Alcuni comontisti hanno goduto di una certa capacità di analisi critica radicale del pensiero contemporaneo e di formulazioni teoriche abbastanza originali. Sono vissuti in un contesto socio-politico difficile anche se molto propositivo, hanno creato i presupposti per caratterizzare la propria presenza autonoma nell’area di riferimento, attraverso scritti e interventi riconoscibili. Hanno vissuto intensamente il presente con evidente consapevolezza del passato e non altrettanta lungimiranza, sono stati presenti nel loro tempo con un impegno relazionale e una disponibilità a concedersi al mondo, ma non si possono tacere le modalità di vita quotidiana che segnavano il loro divenire preconizzandone il futuro, né le ambiguità fra slogan enunciati e i vissuti che hanno definito il loro percorso, così come la pochezza di produzione teorica e l’insufficiente preparazione con cui tale produzione è stata affrontata.

Nessun pentimento ma anche nessuna intenzione di sottrarre elementi alla storia, né di sottacere l’incapacità di analisi del periodo storico in cui hanno vissuto e la totale mancanza di proposte percorribili e di mediazione con altri nuclei di persone impegnate nella trasformazione della realtà che stavano vivendo. Il panorama del loro immaginario era dominato da una comune difficoltà di adattamento sociale e di uscita dalla fase infantile del desiderio, per la quale non c’era limite alle richieste, e dal rifiuto di responsabilità individuale e sociale. I comontisti hanno parlato di rivoluzione, non essendo in grado di ricercare proposte in grado di modificare il paradigma delle relazioni sociali; hanno parlato di cambiamento senza minimamente verificare quale potesse essere la disponibilità a modificarsi da parte degli attori di un cambiamento facilmente preconizzato e soprattutto essendo per lo più conservatori loro stessi nei comportamenti quotidiani, in particolare cito il ruolo dei generi, le relazioni gerarchiche, le abitudini di vita, il rispetto degli individui e delle collettività. Hanno parlato di rivoluzione senza accorgersi che non c’era alcun clima insurrezionale né in Italia né in Europa, dopo il 1969. Non hanno voluto credere alla fase di riflusso e all’efficacia della strategia del terrore elaborata e messa in atto dal dicembre di quell’anno. Contagiati da un soggiorno carcerario del capo torinese, hanno preferito ipotizzare che il lumpen-proletariat fosse il soggetto storico da cui attendersi “la rivoluzione”, perciò sarebbe stato doveroso scimmiottarne le gesta. Il sottoproletariato era stato analizzato a più riprese dall’800 e tutte le volte come massa di manovra al servizio dell’establishment capitalista, come forza lavoro di riserva utile a calmierare  il costo della forza lavoro, ma i comontisti l’hanno eletto a eroe formale dell’ipotetico cambiamento, nascondendosi che la criminalità comune era il luogo della perpetuazione e dell’esaltazione dei rapporti di potere. Si sono sottratti alla comprensione che la macchina desiderante sia il frutto di necessità connaturate e indotte, che non può essere assunta come parametro delle scelte ma deve essere confrontata in continuo con l’evidenza di potenzialità di soddisfacimento.

Maurizio

Testo letto durante la presentazione “Contro il capitale lotta criminale: pratica della critica radicale tra il 1971 e il 1974. Organizzazione Consiliare – Comontismo”, tenutasi all’Archivio Primo Moroni – Libreria Calusca City Lights il 31 maggio 2023.

Paolo Ranieri – La rivoluzione è un’avventura, prima di tutto

Intervista a Radio Cane, Milano 16 febbraio 2022. (Link)

Ci sono favole che, per quanto raccontano e per come lo raccontano, sanno mantenere sempre giovane il fuoco intorno al quale le si ascolta. Così è per la favella di Paolo Ranieri, lucida e (auto)ironica, fatta di intuizioni mai scontate e sapide provocazioni. In questo contributo, estratto da alcuni incontri pubblici organizzati dai “sarunat” (che ringraziamo per averci fornito gli audio), Paolo ripercorre tre momenti della Critica radicale in Italia (Ludd, Organizzazione Consiliare, Comontismo) tra il ’69 e il ’73. Fuoco, brucia con me.

Proposta 1

Questo testo suscitò un sacco di prese per il culo, e veniva definito il manifesto del socialmasochismo. (P. R.)

Francesco “Kuki” Santini, APOCALISSE E SOPRAVVIVENZA. Considerazioni sul libro Critica dell’utopia capitale» di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in Italia

Scritto nel luglio 1994. L’edizione è però Milano, 3 novembre 2005, fip.

L’esperienza del movimento «controculturale» del passato, se è stata per parecchio tempo rimasticata dalle ganasce del mercato e diffusa sotto forme merceologiche, nondimeno ha portato alla luce una consapevolezza fondamentale, un dato centrale, sviluppato in tutta la sua portata dalla critica radicale e in particolare proprio da Cesarano, ma manifestatosi anche nel femminismo, nel movimento giovanile, soprattutto americano, e in tutti coloro che hanno esplorato le peripezie della follia, della ricerca dell’allargamento della coscienza e delle potenzialità umane: la rivoluzione moderna mette profondamente in discussione il principio d’identità personale e collettivo, l’Ego come sede separata e gerarchicamente dominante, il pensiero che si pensa. La rivoluzione moderna si affaccia sull’abisso degli istinti, dell’inconscio, del rimosso, per spiccare il volo alla ricerca dell’estasi, del superamento dell’individualità nella dialettica con i mondi che sono attorno a noi.

Il testo è stato ristampato non più come opuscolo (e con il soprannome “Kukki”) da Edizioni Colibrì, Milano, gennaio 2021 (174 pagine). Al testo sono state aggiunte due appendici. 1) “Esposizione sintetica degli scritti teorici e d’intervento di Giorgio Cesarano”. 2) “Appunti e scritti vari (Il laboratorio della controrivoluzione. Italia 1979-80”; “Novembre 1982”; “Via dei Volsci; “[Su Comontismo]”; “La teppa, i Circoli, Comontismo, l’Autonomia e noi [Appunti]”; “Un episodio del 1977-78: «Insurrezione»”; “A Guy Fargette”; “Courrier”; “Italie 77”.

Maelström n° 1 (1984)

Maelstrom n° 1

  1. Perché
  2. Modo d’uso
  3. Passato prossimo
  4. A proposito di Ludd
  5. Appunti
  6. Lavori in corso
  7. Documenti
  • schede bibliografiche

Piero Coppo – Psicopatologia del non-vissuto quotidiano (agosto 1980)

Pubblicazione a cura del “Gruppo Interdisciplinare Ricerca Medicina e Salute”, C.P. 1, 56030 Casciana A. (Pisa). Formalmente edito da Varani, ma recante la dicitura “Ciclostilato in proprio, Usigliano, Casciana A”.

Si tratta della versione definitiva, che completa “Preliminari” e “Aspetti psicopatologici”, riportati con qualche variazione e sono diventati rispettivamente i Capitoli Primo e Secondo. «Vengono ora riproposti assieme al terzo capitolo inedito perché non pare che il processo storico (…) sia andato talmente oltre da rendere vane le considerazioni contenute in questo opuscolo. (…) Con questa stesura considero chiusa questa descrizione, un po’ sommaria, del senso dell’avventura umana e del momento presente. (…) Nella sezione “Documenti” sono riportati alcuni testi che ho giudicato utili a una migliore comprensione dei temi trattati.»

Nella versione qui riprodotta non sono presenti i Documenti (da pag. 65) che erano i seguenti:

Sulla delazione nel mondo moderno. Inedito del Prof. Pieter Both

Opuscolo pubblicato nel 1980 da Varani Editore, Milano. Dietro lo pseudonimo si cela Pier Franco Ghisleni. Come ulteriore depistaggio, a pagina 2 è indicato “Traduzione dal fiammingo di Elisabeth Vos”.

La pratica della delazione (“pentiti”, “dissociati”, “collaboratori di giustizia”) in quegli anni era ampiamente diffusa, e il finto professore – che ha «dovuto fare violenza» a se stesso per «conservare la necessaria freddezza di fronte al fenomeno» che descrive, la analizza sotto diversi punti di vista. In conclusione del testo è riportata, «come appendice a se stante, una lettera che ho scritto ad un’amica italiana, madre di un giovane che si è rivelato delatore (suo figlio ha tradito negli ultimi mesi del 1979)». Questo scritto è stato subito riproposto, in versione illustrata, dal settimanale satirico Il Male, nel n. 24 del 23 giugno 1980, (SCARICABILE QUI) e, nel 2003, tradotto, in lingua greca, dal fantomatico editore “Cultura della Libertà”, con illustrazione in copertina di Roland Topor.

Qui sotto copertina e retro di copertina della traduzione greca

Traduzione del retro di copertina dell’edizione greca:

Nel 1980, in un’Italia sconvolta dalla lotta armata, dai primi arresti di massa degli appartenenti alla guerriglia urbana e dall’incarcerazione di migliaia di militanti (principalmente appartenenti al movimento dell’Autonomia), in seguito alle persecuzioni del 7 aprile, si osserva il fenomeno di arrestati che denunciano i propri compagni al fine di ottenere condizioni più favorevoli per sé stessi. Si tratta del tema dei “pentiti”, che influenzerà in modo significativo gli sviluppi del movimento antagonista del Paese vicino. In quel periodo, viene pubblicata dalla casa editrice Varani (con sede a Milano) l’opera inedita del professor Pieter Both intitolata Sulla delazione nel mondo moderno. Un’opera unica, secondo l’autore, poiché fino ad allora non era stato scritto nulla riguardo alla delazione e ai delatori. Non sappiamo chi sia esattamente il professor Both, ma alla fine l’identità dell’autore non è così importante (dato che probabilmente nemmeno lui è molto interessato alla propria fama postuma). Ciò che conta davvero – ed è per questo che consigliamo questa sua pubblicazione – è il contenuto originale, frutto di un’osservazione approfondita e di una classificazione caratteristica dei delatori, che rende l’opera costantemente attuale. Se pensiamo, inoltre, agli ultimi sviluppi nel nostro paese, possiamo affermare che, di fronte alle direttive del governo per il riconoscimento e la denuncia dei sospetti (con il sostegno di “eminenti” accademici che difendono la delazione, purché venga fatta alle autorità nazionali e non a quelle “straniere”), quest’opera può essere utilizzata come una guida per il riconoscimento e come un metodo di protezione dai nostri “cari” delatori!

Gli editori

Parigi, capitale mondiale della prostituzione intellettuale / Marx Business (Jean-Pierre Voyer)

Volantino fronte/retro, Milano, marzo 1978. Secondo l’autore francese, Jean-Pierre Voyer, «fu tradotto in italiano da G. Brambilla e pubblicato (…) dalle edizioni Calusca».

L’affiche (recto-verso, 46 x 32 cm.) comparve a Parigi nel febbraio 1978 con il titolo Le Tapin de Paris: comprendeva i due testi e come sottotitolo indicava «scritto, composto, stampato da alcuni proletari durante il loro orario di lavoro». QUI il testo in lingua originale.

Tapin de Paris fu uno dei motivi della rottura tra Voyer e il suo editore Gérard Lebovici, che aveva criticato duramente lo scritto: di questo Voyer ne parla sia in Rapport sur l’état des illusions dans notre parti suivi de révélations sur le principe du monde, pubblicato nel 1979 dall’Institut de Préhistoire Contemporaine (e ripubblicato, rivisto e corretto, nel 2024 dalle Éditions Anonymes, Strasbourg, consultabile QUI), sia nel libro del 1991 Hécatombe che contiene il carteggio Voyer-Lebovici del 1978 (QUI). Una delle lettere a Lebovici scritte da Voyer, quella del 30 agosto 1978, è tradotta in italiano e la si può consultare QUI.

PARIGI: CAPITALE MONDIALE DELLA PROSTITUZIONE INTELLETTUALE

Con gran vergogna della nostra epoca, 100 e 150 anni dopo la loro morte, Marx ed Hegel sono sempre d’avanguardia, poiché ciò che era criticabile nelle loro teorie rimane sempre non criticato e ciò che nelle loro teorie era rivoluzionario è sempre rivoluzionario, perché non è stato verificato da nessuna parte.

L’unico uso reale della teoria – in contrapposizione al suo uso spettacolare apologetico – è la critica della teoria. L’unico uso di ogni pensiero che sia degno di questo nome è la critica di questo pensiero. Il fine del pensiero è di dare una forma perfettamente criticabile a tutto ciò che esiste, dunque una forma perfettamente criticabile al pensiero – che esiste. L’unico uso reale del pensiero di Marx è la critica del pensiero di Marx. L’unico omaggio che si possa rendere a un pensiero è di criticarlo, di provare quindi che esso è criticabile, di provare così che esso è un pensiero degno di questo nome.

Se il pensiero di Marx non è stato criticato – qui non parliamo neanche del pensiero di Hegel – non è perché il pensiero di Marx sia incriticabile, ma perché sono dei poliziotti, dei manipolatori sociali e le loro prostitute intellettuali che si sono impadroniti del pensiero di Marx. Oggi si trovano dei giovani intellettuali* che vengono a spiegarci che se del pensiero di Marx si sono impadronite delle baldracche è perché il pensiero di Marx era il pensiero di una baldracca. E che in un modo o nell’altro, è grazie al pensiero di Marx che queste baldracche hanno annientato il proletariato o hanno approfittato del suo annientamento da parte di altri. Secondo loro quindi, Marx sarebbe responsabile della non critica del proprio pensiero. Ovviamente, delle baldracche non si sarebbero arrischiate a criticare il pensiero di una delle loro.

Evidentemente, la verità è un’altra. Se dei poliziotti, dei manipolatori sociali e le loro prostitute intellettuali si sono impadroniti del pensiero di Marx, non è perché il pensiero di Marx sia poliziesco o perché Marx stesso fosse un manipolatore sociale o una prostituta intellettuale – non ha mai insegnato all’università di Besançon, non è mai stato maoista, non ha mai tenuto conferenze al museo Pompidou, non ha mai seguito i corsi di Althusser – ma perché coloro che potevano criticare il pensiero di Marx e che comunque lo criticheranno, erano stati annientati. Al contrario, sono stati proprio coloro che non hanno criticato il pensiero di Marx a schiacciare il proletariato o ad approfittare del suo annientamento da parte di altri. Ma non è grazie al pensiero di Marx che hanno schiacciato il proletariato, è grazie all’annientamento del proletariato che essi hanno potuto far sì che tale pensiero restasse non criticato, così come hanno potuto fa sì che restasse non criticato questo mondo. Se non hanno criticato il pensiero di Marx, non è perché Marx fosse una baldracca. È perché sono loro delle baldracche che non hanno criticato il pensiero di Marx. Al contrario, proprio perché il pensiero di Marx è non soltanto eminentemente criticabile, ma anche eminentemente criticabile da parte dei proletari, era vitale per i loro dominatori che questo pensiero rimanesse non criticato, ed era vitale per questi ultimi impadronirsi proprio di questo pensiero e non di un altro qualsiasi. Per quanto concerne la teoria così come per quanto concerne tutto ciò che esiste, il fine delle classi dominanti è che nulla venga criticato. Così, dopo l’annientamento di coloro che potevano criticare il pensiero di Marx – e non soltanto questo pensiero ma il mondo che lo contiene – fu compito essenziale per le classi dominanti tentar di dare a questo pensiero stesso una forma incriticabile. Per dare una forma incriticabile al mondo avevano già la loro polizia. Per dare una forma incriticabile ai pensieri stessi – due precauzioni sono meglio di una – hanno avuto le loro prostitute intellettuali.

Esiste nella nostra epoca qualcosa di ancora più vergognoso dell’epoca stessa, sono le prostitute intellettuali, quei famosi intellettuali di sinistra pagati sottobanco dalle classi dominanti – molto male d’altronde, ed è in questo che consiste principalmente la loro ignominia – per produrre escrementi intellettuali che, quanto ad essi, sono incriticabili, avendo per fine, al contrario della teoria, di essere incriticabili, di mantenere la confusione e di dichiarare incriticabile ogni pensiero degno di questo nome. Tra le grida di contestazione, le classi dominanti sanno riconoscere immediatamente quelli che non chiedono altro che un impiego. Sono le generazioni di prostitute intellettuali che non hanno criticato il pensiero di Marx, sono le generazioni di prostitute di sinistra il cui mestiere è consistito positivamente nel non criticare il pensiero di Marx, perché il loro mestiere consisteva nel non criticare nulla di questo mondo e nel vegliare, almeno per quanto concerne le idee, a che nulla venisse criticato; e tutto ciò perché ricevevano i loro salari – ben magri salari del resto, perché consistevano in poveri impieghi guarniti di vane speranze di poter un giorno dominare in prima persona quel proletariato tanto agognato, vane speranze oggi del tutto svanite – da coloro il cui fine è di non criticare nulla di questo mondo perché è quello in cui si dispiega il loro dominio.

Oggi, la critica del mondo da parte dei proletari è ripresa malgrado tutte le polizie di sinistra e malgrado tutte le menzogne di sinistra. È ripresa la critica stessa del pensiero di Marx, ed essa minaccia addirittura di minacciare coloro che impunemente e per così tanto tempo hanno lavorato ad ostacolarla. Le menzogne da collegiali dei giovanotti della rue d’Ulm si prefiggono quindi di evitare – ferma restando la salvaguardia del loro impiego – delle domande imbarazzanti e le loro non meno imbarazzanti risposte. Perché, ad esempio, una volta – al tempo in cui erano giovani “vecchie puttane intellettuali” – non hanno criticato questo pensiero di Marx così nefasto e malefico? Questa domanda ammette soltanto due risposte. O non hanno criticato questo terribile pensiero perché esso è terribilmente incriticabile oppure non hanno criticato questo terribile pensiero perché erano terribilmente puttane intellettuali. Evidentemente, la risposta giusta è la seconda. Un’altra domanda: perché oggi fanno soltanto finta di criticare il pensiero di Marx? Anche questa domanda ammette soltanto due risposte. O fanno soltanto finta di criticare il pensiero di Marx perché, trattandosi del pensiero di una baldracca, esso non merita altro trattamento se non quello che si riserva agli escrementi incriticabili delle puttane intellettuali: e in questo caso gli insulti sono più che sufficienti. Oppure fanno soltanto finta di criticare il pensiero di Marx perché sono sempre delle puttane intellettuali il cui scopo è che questo pensiero continui a non ricevere critiche degne di esso; perché sono pagate per questo e perché è il solo lavoro che sappiano fare. Anche qui, la risposta giusta è la seconda. Ma queste domande sono solo casi particolari di una questione più generale: perché non criticano mai nulla di questo mondo se non illusoriamente? O perché questo mondo è incriticabile o perché sono delle puttane intellettuali. Anche in questo caso la risposta giusta è la seconda. L’I.S. e gli operai di Danzica, di Budapest, di Soweto, di Dakar, di Radom, del Portogallo, d’Italia e di molti altri paesi hanno ampiamente dimostrato la falsità della prima, tanto sul piano teorico che sul piano pratico. Per criticare il pensiero di Marx, non bisogna soltanto conoscere questo pensiero, bisogna criticare il mondo che lo contiene. Soltanto se si critica questo mondo si possono criticare le teorie di questo mondo. E criticare realmente questo mondo quando si è un intellettuale significa – come Marx fece esemplarmente – risolversi ad essere assente là dove sono assenti i nemici reali di questo mondo, ad essere assente dunque là dove pullulano le puttane intellettuali. Come potrebbe una puttana intellettuale criticare il pensiero di Marx, cioè criticare una parte di questo mondo, quando essa accetta tutto il resto di questo mondo, con una marcata predilezione per ciò che vi è di più ignobile e di più vergognoso? Se a rigore si può rimproverare a Marx di non essere stato più critico – il che sarebbe un po’ come rimproverare a Beethoven di non aver fatto lui il silenzio nella musica o a Rembrandt di non aver dipinto lui il Quadrato nero su fondo bianco, ciò che suppone si abbia qualcosa per sostenere il confronto, con Beethoven e Rembrandt – non si può in alcun caso rimproverare a Marx d’aver elaborato un pensiero incriticabile, a meno di non essere una puttana intellettuale, poiché non esiste pensiero degno di questo nome che sia incriticabile, e solo le puttane intellettuali vengono pagate per non criticare. Marx non ha mai praticato la teoria assieme alle puttane intellettuali, né assieme ai padroni delle puttane intellettuali.

I tempi son troppo mutati. Interi reggimenti di puttane intellettuali giovani o vecchie non impediranno che il pensiero di Marx venga criticato, e con esso il resto del mondo. Le puttane intellettuali giovani o vecchie possiedono in proprio e in esclusiva la loro ignominia. Esse costituiscono di per sé sole la vergogna della nostra epoca. È solo perché le contiene che la nostra epoca è vergognosa. Nulla ha mai impedito loro di criticare, nulla se non i posti vergognosi che occupano nel mondo o i posti vergognosi che bramano di occupare. Si potrebbe essere tentati di obbiettare che qualcosa impedì, una volta, alle puttane intellettuali di criticare il pensiero di Marx; se non questo pensiero stesso, almeno la loro stupidità personale legata alla durezza di un’epoca che vedeva il proletariato ridotto al silenzio. Ma quand’anche fosse così, nulla allora obbligava le puttane intellettuali ad aprire il becco per diffondere delle porcherie marxose, nulla se non le piazze vergognose che bramavano, perché il prezzo che dovevano pagare per ottenere queste piazze in un incerto futuro era appunto di diffondere delle porcherie marxose. Al contrario, la loro vergogna risulta accresciuta dal fatto di aver scelto, per aprire il loro becco di baldracche di sinistra, un’epoca in cui milioni di uomini erano ridotti al silenzio. E ancora, è precisamente questo silenzio che ha permesso loro di aprire il becco, così come è il contrario di questo silenzio che glielo farà chiudere. Si comprende perciò la loro smania recente di far condividere, o addirittura di addossare interamente la propria ignominia al pensiero di Marx – quando non è alla persona di Marx, come vorrebbe la puttana intellettuale femmina Françoise Levy. Perciò si comprende anche come le “nuove” puttane intellettuali siano più portate ad intrattenerci su qualsiasi cosa nel loro stile abituale da puttana intellettuale, piuttosto che sulla loro ignominia personale del tempo in cui erano giovani “vecchie puttane intellettuali”. Ecco almeno un punto del pensiero di Marx che si trova perfettamente verificato: ciò che le persone pensano viene determinato dal posto che esse occupano nel mondo o che bramano d’occupare. Le persone che occupano i posti di puttana intellettuale hanno pensieri da puttana intellettuale. Tuttavia, le sole persone che in questo mondo siano costrette a fare ciò che fanno e ad occupare i posti che occupano sono i lavoratori costretti ad andare nelle fabbriche e negli uffici. D’altronde, per le classi dominanti e per le loro puttane intellettuali tutto il problema consiste nel costringerveli. Nulla dunque ha mai obbligato una puttana intellettuale ad occupare un posto di puttana intellettuale, nulla se non la sua stessa bassezza, la sua stessa puttaneria, il suo stesso gusto per i posti vergognosi. Nulla dunque potrebbe cancellare la vergogna di una puttana intellettuale.

* Si tratta delle neo-puttane intellettuali Benoist, Dollé, Glucksmann, Jambet, Lardreau, Le Bris, Lévy, Lévy, Sollers, ecc. uscite per la maggior parte dal celebre bordello della rue d’Ulm che vide passare tante puttane intellettuali ora invecchiate. Queste giovani puttane intellettuali hanno precipitosamente abbandonato senza alcun riguardo le loro vecchie maîtresse Althusser e Mao. Se non son tutte poi così giovani, sono però tutte molto puttane. Bisogna comunque riconoscer loro un vantaggio: alcune riescono se non altro a farsi pagare meno mediocremente i propri servizi, ed in questo sono già meno disprezzabili di quelle più anziane. Se si fa un mestiere sudicio, almeno farlo sudiciamente. D’altra parte questo cambiamento si spiega col fatto che le speranze chimeriche di dominare un giorno in prima persona il proletariato che servivano da compensazione alle magre sinecure degli intellettuali di sinistra sono completamente svanite. Quindi, già che si batte, almeno farsi pagare bene e in contanti. D’altronde, questo spiega l’amarezza che si è impadronita della prostituzione intellettuale parigina. Tanta ingratitudine ha pagato tanti buoni servizi vergognosi. Davanti al musetto fresco di una prosperosa giovane puttana intellettuale, ogni vecchia puttana intellettuale viene colta dall’angoscia. È questo l’unico aspetto divertente dell’affare, perché le vecchie puttane intellettuali hanno difeso ferocemente il loro angolo di marciapiede intellettuale, il che ha dato luogo a pittoreschi battibecchi intellettuali. Come diceva Villon di Parigi: «Lingua lunga è solo qui».

Traduzione dal Francese – Milano, marzo ’78

MARX BUSINESS

Sotto certi aspetti, dopo Marx il mondo è cambiato molto poco: le idee dominanti sono sempre le idee della classe dominante. Ma soprattutto, le idee che dominano oggi sono le stesse che dominavano al tempo di Marx, il che non fa meraviglia, dato che la classe che domina oggi è la stessa che dominava al tempo di Marx. Ciò che invece è cambiato è che queste stesse idee dominanti dominano oggi molto più di quanto non dominassero al tempo di Marx. E neanche questo fa meraviglia, dato che la classe dominante domina oggi molto più di quanto non dominasse al tempo di Marx. Il che comporta che tanto la classe dominante quanto le idee della classe dominante siano più prossime alla fine del proprio dominio di quanto non lo fossero al tempo di Marx poiché, se dominano più efficacemente dominano anche più esplicitamente, quella come classe, queste come idee. L’economia è il pensiero della classe che dominava al tempo di Marx e che continua a dominare. L’economia è il pensiero che dominava al tempo di Marx e che continua a dominare. Malgrado le apparenze – e si conosce la funesta forza pratica di queste apparenze – Marx non ha mai criticato l’economia.

L’economia è per la merce ciò che la religione fu per lo Stato. Dopo la religione, l’economia è la menzogna più efficace mai elaborata da una classe dominante, cioè la menzogna che ha raggiunto la massima forza pratica tramite penetrazione nel massimo numero di menti. Così come la religione pretende di por rimedio ai brutti aspetti del mondo senza por rimedio al mondo stesso, l’economia ha come scopo di eliminare i brutti aspetti della merce senza eliminare la merce stessa. Ma mentre la religione pretende di por rimedio ai brutti aspetti del mondo soltanto nell’aldilà, l’economia pretende di por rimedio ai brutti aspetti della merce quaggiù in questo mondo. Così come la funzione reale della religione (la funzione reale non è più la funzione autoproclamata) è di interdire la critica reale del mondo reale di questa terra, la funzione reale dell’economia è d’interdire la critica reale della merce. Così come la critica dello Stato da parte di Marx fu possibile solo attraverso la critica della religione, la critica della merce è possibile solo attraverso la critica dell’economia. Ma come Hegel, l’Ateo e l’Anticristo, per aver criticato la religione da un punto di vista religioso non poté criticare lo Stato, così Marx, il rivoluzionario, per aver criticato l’economia da un punto di vista economico non poté criticare la sua vecchia nemica la merce. La critica dell’economia è il presupposto di ogni critica moderna della merce.

Se il rivoluzionario Marx non ha potuto criticare l’economia, non è per non aver tentato. Il fine della teoria è di dare una forma criticabile a tutto ciò che esiste, quindi una forma criticabile alla teoria – che esiste. E Marx ha saputo almeno dare una forma perfettamente criticabile alla teoria dominante. S’egli non è riuscito a criticare l’economia, se non è riuscito, quindi, a dare una forma criticabile alla merce stessa, egli ha saputo dare questa forma criticabile all’economia. Così come uno dei meriti di Hegel è d’aver dato una forma perfettamente criticabile alla teoria della religione e dello Stato, uno dei meriti di Marx è d’aver dato una forma perfettamente criticabile all’economia, d’aver spinto l’economia nei suoi ultimi trinceramenti e di averle dato così una forma perfettamente inaccettabile, salvo che per i manipolatori sociali e per i poliziotti. Come al tempo di Marx e di Feuerbach, e grazie a Hegel, la critica della religione e dello Stato consistette nella critica del pensiero di Hegel, così oggi, e grazie a Marx, la critica dell’economia consiste nella critica del pensiero di Marx. La critica del pensiero di Marx è il presupposto di ogni critica.

Ghigo Alberani – Tutto in comune (1974)

Lungometraggio introvabile (QUI la scheda con le scarne informazioni) prodotto da LA COMUNE CINEMATOGRAFICA COOP, una “casa di produzione” cinematografica creata appositamente per la realizzazione di questa pellicola e poi scomparsa. Il film ruota attorno alle vicende di una comune a Milano ed è ambientato nel 1975.

Questa copia della sceneggiatura era conservata in casa di Paolo Ranieri, che però non ricordava nulla del film, tranne una piccola rissa alla fine della proiezione tra il giro degli “ex comontisti” e altri della sinistra parlamentare(extra).

Il film fu vietato ai minori di 14 anni come riporta il documento del Ministero del Turismo e dello Spettacolo datato 22 ottobre 1974.

ENNESIMO COMUNICATO. I comontisti non esistono più

Firmato “Alcuni di coloro che furono i comontisti e che ancora combattono per il comontismo”. Milano, 18 febbraio 1973.

ENNESIMO COMUNICATO

I Comontisti non esistono più. Coloro che a suo tempo si autonominarono tali, resisi conto che la loro pratica non aveva la coerenza che definirsi comontisti (il che stava ad indicare che la loro vita era la realizzazione essenziale del comunismo reale) presupponeva, e che – d’altronde – il comontismo, come teoria rivoluzionaria, è il patrimonio di tutti coloro che in ogni parte del mondo, aldilà delle etichette, lottano contro tutte le alienazioni unitariamente, rifiutano ogni ulteriore continuità a comontismo in quanto gruppo politico (perché tale è stato più ancora che sul piano pubblico, nella coscienza medesima dei suoi costitutori) riaffermando il comontismo unicamente come teoria, indipendente da questa o da quella persona, ed in sintonia soltanto col movimento della storia.
In relazione a ciò ogni questione che riguardi la questione dell’appartenenza o meno di chicchessia al gruppo comontista si può riferire, semmai, solo al passato: per il presente nessuno che abbia compreso il senso dell’eversione proletaria si definisce più appartenente a questo gruppo e la questione cade da sé.
Due avvertimenti: non per questo con la putrefazione di quest’altro racket i comontisti non esistono più. Essi sono dovunque vi è violenza anticapitalista, riconquista del senso della vita, qualunque sia il nome che i proletari assumono.
E poi: non ci si illuda che per la dissoluzione dell’unità ideologica che li aveva finora tenuti assieme, i singoli ex-comontisti, come tutti gli altri coerenti eversori, siano più esposti che in passato alle calunnie ed alle provocazioni. Pronti alla dimostrazione de facto, nel malaugurato caso.
Va da sé che queste precisazioni sono destinate soltanto ai […] senza fantasia delle diverse cosche politiche: i proletari coscienti hanno ben altre (e più festose) cose per il capo e per le mani.

Alcuni di coloro che furono i comontisti e che ancora combattono per il comontismo

Agli sciacalli di “Avanguardia operaia”

Volantino con appunti firmato “un gruppo di rivoluzionari incazzati e decisi a sventare con i fatti ogni ulteriore provocazione”. Senza data e luogo, quasi di certo Milano nel dicembre 1972.

vedi anche:
Avere per fine la verità pratica
Comunicato comontista contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia.

Comunicato ai proletari
Volantino contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia.

Agli sciacalli di “AVANGUARDIA OPERAIA”

Pur essendo a conoscenza dell’odiosa provocazione da voi ordita in seguito al tentativo di alcuni rivoluzionari di trasformare in effettivo attacco anticapitalista il rituale istituzionalizzato del 12 dicembre, non abbiamo ritenuto interessante smentire le grossolane calunnie diffuse attraverso il vostro giornale, coscienti che esso si rivolge ad un inoffensivo pubblico di studenti ed ad una tribuna di operai in cerca di qualificazione burocratica, i quali tutti insieme poco hanno a che spartire con la moderna rivoluzione proletaria.

Nei momenti di scontro reale, come è parzialmente avvenuto a Milano, risulta sempre più evidente l’interesse materiale e ben specifico che la vostra e analoghe bande hanno nel cercare di reprimere, screditandoli, tutti quegli individui che, rifiutando strutture organicamente e coscientemente all’interno delle caratteristiche peculiari del capitale, sono, proprio per questo, capaci di comunicare il proprio slancio rivoluzionario a tutti quelli che sono disposti a criticare il proprio grigio ruolo di servi della milizia, di militanti della servitù.

Non a caso, fra le persone che si sono riconosciute anche per pochi attimi nella gioiosa antilegalità del 12 dicembre, vi erano dei militanti di A.O., subito duramente redarguiti dai loro padroni, che ben capivano il pericolo (per loro stessi) dell’autonoma radicalità, della nascente comunità di azione: senza dubbio il pericolo maggiore per ogni burocrazia è che gli individui prendano coscienza della propria voglia di vivere e della necessità di manifestarla.

La critica al potere della burocrazie è in pari tempo la critica all’inerzia delle leggi del capitale, inerzia che, devitalizzando e riducendo l’uomo a puro strumento del processo di riproduzione dell’esistente, esclude l’umanità dalla vita, istituisce il dominio marmoreo dell’inorganica, sancisce il dominio della morte.

Non contenti delle becere calunnie del vostro organo ufficiale, avete creduto opportuno cercar di diffondere ulteriormente le vostre menzogne attraverso l’”Espresso”, mercato nazionale delle merci ideologiche dei più disparati rackets della “sinistra” parlamentare ed extra, ma non riuscivate a veder riprodotte tutte le vostre infami delazioni, forse per quel certo senso di pudore borghese accortamente usato dal questo giornale.

Una presa di posizione si rende ora necessaria nel momento in cui le menzogne da voi diffuse assumono un preciso significato delatorio perché tendenti ad attribuire ai comontisti, rivoluzionari ostinatamente perseguitati dalla polizia, la responsabilità personale di determinate azioni radicali.

Contemporaneamente tali menzogne diventano calunniatorie in quanto a queste azioni, e a coloro che in esse si riconoscono, viene attribuita per scopi bassamente “politici” una matrice fascista ed antiproletaria.

I rivoluzionari sono proletari, non popolo.

Crepate in fretta.

Firmato: un gruppo di rivoluzionari incazzati e decisi a sventare con i fatti ogni ulteriore provocazione.

Avere per fine la verità pratica: la calunnia a fini politici o la montatura provocatoria in fasce?

Comunicato comontista contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia a proposito della manifestazione del 12 dicembre 1972 a Milano.

«Alla manifestazione del 12 dicembre 1972 a Milano partecipò un congruo numero di comontisti, da via Pecchio, e calati da Torino: ci furono scontri molto violenti, noi dal lato di piazza 24 maggio, gli sbirri da quello dove ci sono ora Conchetta e i Malfattori. Per munirci di proiettili saccheggiammo un ortolano – quello che aveva ideato il nefando gelato al barbera. Era un sabato pomeriggio, faceva freddissimo e c’era una nebbia di quelle che non ci sono più. Nei casini fu, non da noi, sottratta la pistola a un poliziotto e vari sbirri finirono all’ospedale, alcuni anche un tantino rovinati. Avanguardia Operaia prima, l’Espresso poi, accusarono i Comontisti di essere i responsabili della degenerazione degli scontri che furono invero fra i più soddisfacenti che mi sia toccato di vivere. Di qui il nostro attacco a quelle miserabili carogne. La partecipazione a quella manifestazione fu anche il momento di pubblica riappacificazione fra i comontisti di Torino e di Milano, dopo la rottura dei primi di settembre. Molti si aspettavano dei mirabili sviluppi, che non vi furono.» (Paolo Ranieri)

  

vedi anche: 
Agli sciacalli di “Avanguardia operaia”

Volantino (e appunti) contro Avanguardia operaia

Comunicato ai proletari
Volantino contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia

CONTRATTI O SABOTAGGIO?

Pubblicato da Comontismo Edizioni nell’autunno 1972 a Milano, Contratti o sabotaggio è una brossura con punto metallico di 52 pp., in 8vo, cm. 22 per 14, con copertina di colore rosso e titolo in nero, venduto al prezzo di lire 400. A pag. 51 è indicato: «Tutti i compagni che, trovandosi d’accordo con le tesi sopra espresse, desiderano mettersi in contatto con noi, possono scrivere al seguente indirizzo: Claudio Albertani, c.p. 179 – 20100 Milano». Per dare un tono maggiormente assertivo, in copertina non compare il punto interrogativo, presente invece nel titolo reiterato a pag. 1.
«L’avvicinarsi del rinnovo autunnale dei contratti collettivi di lavoro è stata l’occasione per produrre uno spazio teorico di rilettura della realtà sociale, così come quegli anni di turbolenze avevano suggerito. Contratti o Sabotaggio illustra l’alternativa fra una soluzione socialdemocratica di un problema puntuale e una radicale sovversione dei paradigmi sociali dettati dal Capitalismo.» (Maurizio Pincetti)

Qui sotto, nella versione PDF con la trascrizione.

Corrispondenza a proposito del giornale

Prima metà del 1972. Lettera di Alfredo Passadore, indirizzata con ogni probabilità al gruppo dei torinesi, riguardo l’imminente pubblicazione del n° 1 di Comontismo, e risposta di un compagno di cui non compare la firma.

Il provocatore Giorgio Rosario Mondì

Comunicato della libreria “La vecchia Talpa”, Milano, 13 ottobre 1971.

Commento di Joe Fallisi:

«Il volantino fu scritto da me immediatamente dopo un VERO tentativo di infiltrazione-provocazione subìto e sventato. Durante il 1971 ebbi a Milano, in corso Garibaldi 44, una libreria, La Vecchia Talpa, che rappresentò anche la prosecuzione sui generis delle mie (nostre) attività rivoluzionarie del 69-70 e riuscì a sopravvivere solo, anch’essa, poco più di un anno (quel che rimase del materiale lo passai al mio amico Primo Moroni ‑ costituì la base del settore ‟radicale” della Calusca). Tenevamo quasi unicamente libri, riviste e opuscoli di estrema sinistra antistalinista. La libreria rappresentò, logicamente, un punto d’incontro di vari compagni anarchici (ricordo Steve Del Grosso) e dell’ex-Ludd (Roby Ginosa, per esempio). A una certa epoca, com’è scritto nel volantino, giunse quell’anima nera, SICURAMENTE inviatoci dalle forze statali. L’unica cosa che mi rincresce, e non poco, è che, nell’urgenza di ‟far pulizia” e sventare possibili provocazioni anche peggiori, accomunai (accomunammo) al nome di costui come suo ‟collaboratore”, quasi fosse anch’egli senz’altro un infiltrato, un ragazzo di Parma, ‟Emiliano”, che invece, me ne convinsi poi, era stato solo plagiato dal Mondì. Cosa che successe d’altronde anche a qualcun altro del nostro giro a Milano senza tuttavia condurre a nessun esito catastrofico, perché l’infame, prima che accadessero fatti irreparabili, venne alla fine individuato e allontanato per sempre, durante una notte di tregenda ancora vivissima nel mio ricordo e, ne sono certo, anche in quello di Roby.

A tutti i condannati all’ergastolo sociale – Movimento Martellista

Volantino firmato Movimento Martellista. Milano, 23 luglio 1970.
(Supplemento n° 3 alla Nuova Gazzetta Renana, dir. resp. Karl Marx).

A TUTTI I CONDANNATI ALL’ERGASTOLO SOCIALE

“La rivolta carceraria è la rivolta contro il carcere quotidiano della nostra sopravvivenza”

Da tempo nelle galere definite “fabbriche” gli operai coscienti (FIAT, Alfa, Pirelli, ecc.) hanno rifiutato la schiavitù quotidiana del lavoro scatenando “teppisticamente” (come giustamente sostengono i giornali borghesi) lotte sempre più radicali contro il sistema di produzione e di sopravvivenza. La “rivendicazione” operaia finalmente non è più stata recuperata all’interno della logica religiosa del lavoro: è stato negato il “potere” tutto il potere perché ciascuno ha capito che solo la rivolta ininterrotta può condurre al potere reale sulla propria vita.

Le mafie burocratiche si sono amaramente pentite di aver fornito con le loro beghe il pretesto ai proletari di Reggio Calabria per scatenare la loro rabbia globalmente negatrice del vecchio mondo contro lo spettacolo accumulato del sottosviluppo e dello sviluppo economico, del sottogoverno e del governo, negando praticamente la merda dell’ideologia e l’ideologia della merda imposta al nord come al sud, ponendo solo più per gli idioti e i burocrati del sottosviluppo mentale differenze economicistiche tra “aree avanzate” e “aree arretrate”. I rivoluzionari del Sud hanno saputo, pur nella loro limitatezza teorica cogliere gli aspetti essenziali della rivoluzione moderna: hanno saputo insomma porsi come teppisti reali, come negatori effettivi della merce, saccheggiando, incendiando, distribuendo gratuitamente merci rubate, pestando i questurini, hanno deriso l’amministrazione della giustizia colpendo l’ingiustizia dell’amministrazione.

Ieri l’incendio della lotta sovversiva è divampato nel caseggiato di P.za Filangeri (comunemente chiamato S. Vittore) rompendo finalmente il compromesso continuo che pratichiamo nel lavoro nel “tempo libero”, in ogni momento in cui ci sacrifichiamo, annoiamo, per garantirci un avvenire ancor più miserevole e infelice di quello attuale; esso è stato spezzato dalla risposta di un mondo liberato. I detenuti, parte della classe dei disadattati collettivi che sarà l’ultima in quanto sceglie il rifiuto del sistema e la rivoluzione come fine di ogni separazione, stanno instaurando una condotta sovversiva lanciando una sfida globale alla repressione ed al film delle gioie fasulle del sistema che li obbliga ad essere spettatori infelici di un destino da altri compiuto. Tutto ciò se lo sono costruiti nelle rivolte degli anni scorsi, riconoscendosi nella rivoluzione solitaria e senza volto che cresce in tutte le galere, anche se chiamate case, “fabbriche”, “scuole”, e così via. I detenuti non lottano contro tori particolari poiché subiscono il torto assoluto della sopravvivenza senza vita, della merda oppressiva fattasi cibo quotidiano.

Ma noi non siamo diversi, il carcere si estende a tutta la società come privazione del consumo di libertà, così come la società è un carcere poiché si pone unicamente come libertà di consumo. A questo punto bisogna praticare l’intolleranza. CI SIAMO ROTTI I COGLIONI. Ribelliamoci.

Non si può piangere sui morti arsi vivi di S. Vittore. Bisogna ardere tutti i nemici, dai funzionari del capitale sociale ai preti alle infami spie ai lavoratori ciechi e asessuati, ai mestruati cronici di tutti i movimenti studenteschi e sedicenti operai, ai burocrati e ai becchini del movimento reale.

Rendiamo la lotta criminale: questo sarà l’assalto presente al mondo delle merci.

Da tempo, democraticamente ci siamo posti come gli aguzzini di noi stessi, imprigionandoci in casa, in famiglia, nel lavoro.

Gli operai della Fiat non sono riusciti a sconfiggere la separazione tra lotta di fabbrica e lotta contro tutta la miseria quotidiana, poiché non hanno praticato sino in fondo il rifiuto della fabbrica e del lavoro, lasciandosi castrare nel momento isolato della fabbrica. Solo rompendo il culo a tutti i mistificatori di professione, ai burocrati, ai fasulli “amici” del proletariato e riconoscendosi in tutte le lotte che hanno un carattere antisociale e dissacratore, gli operai potranno costruire la loro felicità nella rivoluzione.

I teppisti di Reggio Calabria sono stati fottuti poiché gli è mancato il collegamento reale con le lotte proletarie del Nord e una chiara prospettiva organizzativa sovversiva, fondata sulla negazione di ogni potere per l’invenzione del COMUNISMO COMPLETO E SUBITO.

San Vittore è un punto ancora alto della lotta. I detenuti, incendiando e spaccando le loro celle, ci obbligano a compiere delle precise scelte ed a metterci in marcia per distruggere definitivamente le sbarre giornaliere dell’infelicità cui ci obbliga questo vecchio mondo asmatico.

La lotta di San Vittore non deve restare isolata: ROMPIAMO LE NOSTRE CARCERI LAVORATIVE, FAMILIARI, SESSUALI, IDEOLOGICHE, POLITICHE.

IMPARIAMO A CONSIDERARE NOSTRO NEMICO TUTTO CIÒ CHE NON CI OFFRE GIOIA E TENDE AD INCATENARCI ALL’ODIOSA DROGA DELLE MERCI E DELL’ABBRUTTIMENTO DATO DALL’OSCENA PRATICA DEL LAVORO.

Questa sera, 23 luglio, tutti i proletari coscienti possono trovarsi alle 18,30 in Piazzale Baracca per iniziare la risposta alla merda di tutte le galere.

MOVIMENTO MARTELLISTA

“Compagni, lasciate la falce ed iniziate con il martello a distruggere la società”

MI – 23.7.70 – suppl. al n° 3 della Nuova Gazzetta Renana, dir. resp. K. Marx

LUDD – CONSIGLI PROLETARI n° 3

Milano, gennaio 1970.

SOMMARIO

  • L’UTOPIA CAPITALISTA. Tattica e strategia del capitalismo avanzato nelle sue linee di tendenza
  • Al mio popolo lavoratore
  • Bombe Sangue Capitale
  • CIÒ CHE ERA IN TUTTI I CUORI DEVE ENTRARE IN TUTTE LE TESTE
  • Burocrati & Becchini
  • Noi siamo con i barbari
  • VERSO LA REALIZZAZIONE DELLA SALUTE GRAZIE ALLA SOPPRESSIONE DELLA MEDICINA
  • RIFORMA O RIVOLUZIONE?
  • AVERE PER FINE IL MOVIMENTO REALE
  • UNA LETTERA DOPO LA RIVOLTA

Il Reichstag brucia?

Volantino della sezione italiana dell’Internazionale Situazionista, ma firmato Gli amici dell’INTERNAZIONALE. Milano, 19 dicembre 1969. La versione qui riprodotta è tratta dall’opuscolo Gli operai d’Italia e la rivolta di Reggio Calabria, che introduceva la trascrizione con queste parole: «Il volantino qui riprodotto, che si poteva trovare in piazza Fontana e davanti alle maggiori fabriche di Milano già il 19 dicembre 1969, nei giorni della massima repressione, è l’unico esempio di comprensione immediata e generale di ciò che solo alcuni mesi più tardi i militanti più “estremisti” osavano timidamente e solo parzialmente affermare, a proposito delle bombe del 12 dicembre.»

Questo testo è presente anche in I.S. N° 2 – Raccolta di testi.

 

La rivolta nelle carceri e la merda nelle Università

Gruppo socialista libertario della Statale, Gruppo socialista libertario della Casa dello Studente e del lavoratore. Milano, 15 aprile 1969.

LA RIVOLTA NELLE CARCERI E LA MERDA NELLE UNIVERSITÀ

“VOGLIAMO GLI STUDENTI DI TUTTE LE PROVINCIE” “LIBERTà” “BATTIPA­GLIA” “LA GIUSTIZIA DEVE ESSERE RIFATTA DAGLI UOMINI” “NO ALLE SBARRE LIBERTÀ”.
Queste e molte altre frasi ci gridavano stanotte i carcerati men­tre un fuoco ininterrotto di bombe lacrimogene e di pallottole andava ad accarezzarli sui tetti e all’interno di San Vittore. Avola, Viareggio, Roma, Battipaglia, Torino, Genova, Milano… ad ognuna di queste date la lotta è scoppiata e si è mostrata esemplarmente più dura. Per i qualunquisti mascherati e non, i moderati maledetti gli eterni confusi e attendisti, la situazio­ne pare in fondo essere sempre la stessa. Rapportandosi ogni volta, nelle loro analisi di castrati (che in quanto tali non posso­no che propagare la loro castrazione) al Movimento Studentesco Panacea universale, Nuovo Padre Protettore e ormai giustificazio­ne della loro nullità, dalla constatazione del suo naturale flusso e riflusso (al quale ultimo effetto soltanto collaborano ormai attivamente) concludono inevitabilmente, quando non anche nelle parole certamente nei fatti, che il nostro compito è solo quello 1°) di un ipotetico e non mai realizzato lavoro paternalistico nei quartieri operai ecc. ecc. 2°) di una comoda contestazioncina interna che naturalmente finisce a lungo andare, essendo l’unica azione che si fa, per divenire sindacalismo spicciolo.
In effetti, al di là di tutte le loro palle, coglionate e mistificazioni, la verità lampante è una sola: che le situazioni rivo­luzionarie costantemente li scavalcano e costantemente delle si­tuazioni rivoluzionarie essi non riescono ad essere che le misera­bili sanguisughe.
Uno dei tanti esempi è il comportamento di questi burocrati e “leaderini” schifosi (non è un caso che siano sempre i burocrati e i leaderini ad essere i più moderati) nella riunione di ieri sera al Poli per l’organizzazione della “settimana di lotte”. Comuni­cata la notizia della grande rivolta di San Vittore e la volontà da parte dei compagni più radicali che l’assemblea decidesse imme­diatamente il comportamento da prendere in merito alla nuova si­tuazione, e proposto di scendere subito in piazza e di portare la nostra presenza ai compagni in lotta e poi ritornare nella notte stessa per fare il lavoro di stampa o propaganda (o almeno parte di esso) e l’indomani mattina mobilitare le sedi universitarie e le Scuole Medie, è stato risposto che prima ci voleva il “discorso sui carcerati”. In realtà queste caricature di burocrati avrebbe­ro avuto tutto da imparare dal discorso che in quel momento i carcerati facevano con gli atti e con le parole. Così non c’è stato da meravigliarsi quando qualcuno di questi assurdi rimasugli di fogna aggiungeva l’odioso al ridicolo definendo addirittura (come un qualsiasi borghese) i detenuti in rivolta “ladri” “assassini” “delinquenti comuni”.
È stato fatto il “discorso”. A questo punto già parecchio tempo era passato e molti compagni di base hanno espresso il loro desi­derio di andare accettando la prima proposta. Ma ecco ricompari­re i “leaderini”, che sviano di nuovo la discussione, si contrad­dicono, inventano problemi che non esistono (almeno nei termini in cui li intendono loro), cioè fanno perdere tempo e intanto la gente di­minuisce. E all’una e dieci dopo una lurida azione di pompieraggio e di sbollimento saltano fuori facendo interventi a catena per dire che ben altri compiti più importanti ci attendono, che andare davanti a San Vittore è “spontaneistico”, “avventuristico” e “turistico”(!).
Al che la maggioranza dei presenti (ormai pochi), sentendosi così pacificata la coscienza da una giustificazione così rivoluzionaria della loro inazione, applaude e non si mette neanche a fare, immediatamente, il tanto rimenato lavoro di organizzazione, ma se ne va tranquillamente a nanna.
Però non tutti hanno concluso così miseramente la loro giornata di frustrati. I compagni più radicali, che avevano fatto la proposta, concretamente l’hanno attuata stando tutta la notte e la mattina in piaz­za a comunicare coi compagni carcerati, a manifestare il loro appoggio e a sensibilizzare la gente, dimostrando fra l’altro che: I) era possibilis­simo andare, II) che non si trattava affatto di “spontaneismo avventuri­stico e turistico”, ma il discorso politico c’era e, incominciando su­bito, si poteva e doveva fare, III) che se fossimo stati in tanti, quanti ne contava l’assemblea cittadina al momento della proposta, la nostra azione avrebbe avuto un peso politico ben maggiore.
Compagni della base, è giunta l’ora che veramente noi ci liberiamo una volta per tutte dei pesi morti, degli affossatori, degli eterni confusi, che non hanno cambiato niente della loro vera essenza borghese e che in effetti la borghesia – tollerandoli benissimo – giorno per giorno sempre più recupera, anche per mezzo della loro acquiescenza (le parole non contano, contano i fatti) alla prassi ideologica degli pseudo rivoluzio­nari, dei nemici del proletariato, cioè dei riformisti reazionari del P.C. e dello P.S.I.U.P.
In questa situazione specifica prendiamo noi, la base, la decisione in assemblea di fare oggi stesso una manifestazione di massa e il lavoro di stampa e propaganda per la lotta dei compagni che si stanno rivoltan­do nelle carceri italiane.
Noi sappiamo che i detenuti, i “delinquenti comuni”, sono in verità un prodotto sociale emarginato di questa società fondata sul profitto, sulla burocrazia, sull’egoismo, sulla corruzione, e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
«La rivoluzione si preannuncia sempre sotto l’aspetto criminale» (Karl Marx).
Ed ora il rifiuto, la rivolta individuale che ha portato questi uomini nelle prigioni compie un salto qualitativo nella pressi e nella coscien­za della rivolta collettiva. Qui infatti non si tratta solo della crisi delle carceri che genera la rivolta dei carcerati contro la loro condizio­ne di detenuti, bensì della crisi del capitalismo che genera una rivolta esemplare, una rivolta di uomini che non hanno niente da perdere e un mondo da guadagnare.

SIAMO REALISTI: NEGHIAMOCI COME “STUDENTI” – VIVIAMO COME RIVOLUZIONARI

È davvero chiederci
L’IMPOSSIBILE?

GRUPPO SOCIALISTA LIBERTARIO DELLA STATALE
GRUPPO SOCIALISTA LIBERTARIO DELLA CASA DELLO STUDENTE E DEL LAVORATORE

15/4/69 – cicl. Proprio

Il punto di esplosione della menzogna burocratica

Volantino firmato Comunismo dei Consigli, Milano, 9 dicembre 1968. Come riporta Miguel Amorós, il volantino è frutto di un incontro tra «i nuclei radicali milanesi, ossia tra il gruppo di Sanguinetti, quello degli anarchici rinnovatori della F.A.G.I., tra cui Joe Fallisi e “Pinki” Gallieri, quello degli editori de Il Gatto Selvaggio, tra cui Eddy Ginosa, fautori di una rielaborazione critica delle tesi consiliariste e, infine, alcuni individui isolati o “cani sciolti” come Giorgio Cesarano, che si riconoscevano nelle prospettive teoriche delineate.» (Breve storia della sezione italiana dell’Internazionale Situazionista, 2009)

Giorgio Cesarano – I GIORNI DEL DISSENSO

Le battaglie studentesche della primavera 68 in un sorprendente racconto-verità

Pubblicato da Mondadori nel luglio 1968.

Nota redazionale: Giorgio Cesarano ipotizzò anche altri tre titoli:
“I rossi nuovi”, “I fieli e la battaglia”, “I gesti e le barricate”.

“Ai ragazzi dei radiomegafoni”
Naturalmente le persone fisiche e giuridiche i fatti i luoghi gli enti le aziende le istituzioni pubbliche e private e i loro simboli i partiti e le associazioni politiche sono da considerarsi in questo racconto perfettamente immaginari. “L’immaginazione ha preso il potere”
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G.C.

C’è un’ora in cui le operazioni della macchina divengono così odiose, provocano tanto disgusto, che non si può più stare al gioco, che non si può più stare al gioco nemmeno tacitamente. È allora che bisogna mettere i nostri corpi sugli ingranaggi e sulle ruote, sulle leve e su tutto l’apparato della macchina per farla fermare. È allora che si deve far capire a chi la fa funzionare, a chi ne è il padrone, che se pure noi non siamo liberi impediremo ad ogni costo che la macchina funzioni.
Mario Savio, del “Free Speech Movement”, Campus di Berkeley