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Sandro Moiso – Elogio dell’eccesso /4: Comontismo

Non è forse vero che la lotta degli uomini contro il potere è anche la lotta della memoria contro l’oblio? (Primo Moroni)

Nulla di questo mondo ci appartiene. Solo la rabbia è nostra, la voglia di vivere e questo tempo senza ritorno (Scritta di Paolo Ranieri sui muri del quartiere Gallaratese – Milano 1972)

In tempi bui come questi, non soltanto per colpa del governo delle destre, può far bene alla salute fisica e mentale la riscoperta o la scoperta di quanto una delle fazioni più radicali dell’antagonismo di classe critico produsse in Italia agli inizi degli anni Settanta.

Certo, però, per digerirne il contenuto occorre lasciare da parte qualsiasi riferimento al politically correct o al piagnisteo democratico, ordinativo e istituzionale, o all’antifascismo da loggione teatrale, perché tra le pagine del corposo lavoro pubblicato da Nautilus si veleggia su altri mari e verso altre rive.

Nelle circa 900 pagine dei due tomi, che pur non sono ancora sufficienti a contenere tutto il materiale raccolto, per il quale si rimanda a un sito on line, è tracciata la breve e intensa storia di un’organizzazione che, fin dal suo apparire, avrebbe seminato lo scompiglio non soltanto tra le fila dei rappresentanti del potere e dei suoi sgherri, ma anche, e forse ancor di più, tra quelle di una Sinistra che anche là dove si riteneva “estrema” ed extra-parlamentare finiva con ricalcare le orme moralistiche e burocratiche del più grande partito (ex?) stalinista fuori dall’URSS: il PCI.

Organizzazione, di soggetti e individui più che di massa e masse, che fece del rompere gli argini della morale, della mentalità e dell’accettazione dei parametri culturali e politici di stampo borghese la propria missione, come ben ci indica il primo saggio, contenuto nel secondo dei due tomi, a cura di Leonardo Lippolis e non a caso intitolato: Contro il capitale lotta criminale.

Titolo sicuramente ad effetto che, però, non fa altro che riprendere quello di due dei più celebri volantini prodotta dall’Organizzazione consigliare a Torino e in quella città distribuito tra la seconda metà del 1970 e l’inizio del 1971. Titolo che rinviava ad uno degli aspetti più significativi del lavoro teorico e pratico svolto dall’Organizzazione, quello nei confronti di quel sottoproletariato urbano con cui alcuni fondatori del movimento, poi, comontista erano entrati in contatto durante un periodo di detenzione nelle patrie galere torinesi.

Il primo, distribuito a Porta Palazzo (1), citando un’estorsione proletaria avvenuta in quartiere, afferma come il furto sia l’«unica forma di sopravvivenza in questa società che non offre alternativa se non la propria prostituzione nelle fabbriche», e fa appello «alla criminalità collettiva la quale, manifestando una sempre maggior intolleranza a ogni forma di assoggettamento alle norme e ai codici borghesi, si presenta come unica forma radicale di lotta rivoluzionaria…Compagni proletari, rinunciamo ai regolamenti di conti tra bande rivali, l’unica banda da sconfiggere è la società».
Il secondo sposta l’analisi sulle rivolta che stavano incendiando le carceri italiane in quei mesi, nello specifico sull’ennesima sommossa esplosa nelle Nuove di Torino nel gennaio 1971: «Diventiamo tutti criminali. Non esiste altro modo di essere solidali con i compagni carcerati; non solo intensificando la nostra attività antisociale, non solo estendendola a tutti i compagni – è assurdo che gli studenti comprino i libri quando è possibile rubarli, che le massaie acquistino le merci quando è possibile saccheggiare i supermercati – ma rendendola realmente rivoluzionaria, ossia collettiva al fine del rovesciamento di qualsivoglia carcere, sia esso chiamato scuola, famiglia, fabbrica, sistema, o qualsiasi altra puttanata. I detenuti non vogliono autogestire questo carcere, così come i proletari non intendono dirigere questa società di merda ma distruggerla». (2)

Non solo, però, da quell’incontro quasi fortuito nella prigione e dalla rivolta che ne scaturì, con tanto di appoggio del movimento studentesco cittadino nell’aprile del 1969, derivava la furia di quelle affermazioni e l’urgenza di liberazione che trapelava da ogni parola espressa in quel contesto. Torino era stata la città dove era apparsa la prima “banda armata” proletaria, quella di Piero Cavallero e Sante Notarnicola, dedita all’esproprio proletario delle banche quasi un decennio prima e sull’onda dei fatti “ribelli” di piazza Statuto.

Ma anche ciò non basterebbe a spiegare del tutto l’autentica ribalderia di pensieri, comunicati e azioni che vedevano le loro radici affondare anche nelle esperienze della critica radicale italiana degli anni precedenti, (3) nel pensiero di Guy Debord e dell’Internazionale Situazionista e, last but not least, in certa critica portata dalla Sinistra Comunista allo stalinismo e ai suoi burocrati e scherani sopravvissuti all’ombra della facciata democratica del PCI o apparentemente rivoluzionaria dei gruppi m-l filocinesi oppure operaisti.

Lontani, comunque da qualsiasi sigla e anche dall’anarchismo, i “militanti” comontisti soffiavano innanzi tutto sul fuoco della vita e della rivolta. Indissolubili tra di loro in un’epoca in cui si poté immaginare di saldare i conti, una volta per tutte, col Capitale e il suo miserabile e schiavistico modo di produzione e riproduzione della vita. All’Ovest come nell’Est del mondo, come ben sintetizzava un testo dello stesso gruppo fin dal titolo: Danzica e Stettino come Detroit.

Una raccolta documentaria e di testimonianze amplissima che serve a introdurre il lettore, soprattutto se giovane, a un’epoca e a tesi rivoluzionarie scevre da qualsiasi ideale di compromesso con i funzionari del Capitale e delle sue costituzioni farlocche. Nate anch’esse da compromessi oggi spacciati per “equilibrio”, ma tutte tese a far della condizione schiavile dei proletari e delle classi meno abbienti l’obiettivo ultimo e insuperabile della “civiltà del lavoro”.

Lavoro salariato contro il quale, invece, con anni di anticipo rispetto ad altre teorizzazioni successive, il ristretto numero di comontisti si scagliò con veemenza e ragione, come dimostrano ancora molti testi contenuti nei due tomi.

Un’opera indispensabile per vaccinarsi, vita natural durante, contro il virus della partecipazione democratica ad elezioni, dibattiti televisivi o falsamente antagonisti sul valore della democrazia parlamentare e sul numero dei suoi eletti, delle costituzioni oppure della validità o meno della firma per il MES e degli infiniti patti di stabilità che ci infangano le orecchie e la mente da molto, troppo tempo.

Un sincero ringraziamento deve quindi andare ai compagni delle edizioni Nautilus per il certosino lavoro svolto nel riportare alla luce una stagione troppo spesso rimossa dalla storia dei movimenti antagonisti del passato. Che, però, con Debord ci ricordano ancora che:

Le teorie non sono fatte che per morire nella guerra del tempo: sono delle unità più o meno forti che bisogna impegnare al momento giusto nella lotta… Le teorie devono essere sostituite, perché le loro vittorie più decisive, più ancora delle loro sconfitte parziali, determinano la loro usura. (4)

Ringraziamento cui si aggiunge, dopo tanti anni, il ricordo personale, dell’estensore delle presenti note, di un volantino distribuito presso il V Liceo scientifico di Torino nel febbraio del 1971, mentre frequentava la classe quarta dello stesso, e riportato nella raccolta di testi acclusa alla ricerca.

NOTE

  1. Mercato centrale cittadino e quartiere fortemente disagiato caratterizzato, ieri e ancora oggi, da una vivace dialettica tra proletari e sottoproletari immigrati, un tempo dal Sud e oggi dai paesi extraeuropei e del Nord Africa – N.d.R.
  2.  L. Lippolis, Contro il capitale lotta criminale in AA.VV. La critica radicale in Italia vol. 2°: Organizzazione consiliare Comontismo 1971-1974, Nautilus, Torino 2023, Tomo II p. 6.  
  3. Si veda: La critica radicale in Italia. LUDD 1967-1970, con una Introduzione e una memoria di Paolo Ranieri e una ricostruzione storico-politica a cura di Leonardo Lippolis, NAUTILUS, Torino 2018, recensito qui.
  4. G. Debord, In girum imus nocte et consumimur igni – 1978.

Pubblicato su Carmilla On Line il 27/12/2023 – Link

Maurizio Pincetti – POSTFAZIONE di un FAZIOSO. Del comontismo occorre anche dire che…

POSTFAZIONE di un FAZIOSO

Del comontismo occorre anche dire che…

L’iniziativa di raccogliere questo materiale e di rievocare la presenza, nel quadro politico dell’inizio anni settanta del novecento, di un gruppo di persone raccolte intorno a un’idea di mondo e di vita, da loro definita comontismo, con un neologismo che trova come unica giustificazione il fatto di essere ancora comunisti nonostante il giudizio sulle realtà nazionali che si erano espresse in nome del comunismo, merita indubbiamente plauso, più che altro per aver sottratto al macero una serie di iniziative editoriali e all’oblio una intensa serie di relazioni umane, finalizzate fra l’altro ad attuare, come si legge nel testo, un modo di essere, non solo una metodologia di ricerca e una modalità di analisi critica e di comunicazione.

Ciò detto, rimane un vuoto centrale che non fu mai colmato allora e non si può provvedere a farlo ex post, sulla scorta di ricordi, dove la memoria di ciascuno può essere solo integrativa di quella di tutti gli altri, senza collimare. Non si può farlo perché comontismo, come idea o aspirazione, come comunità potenziale o parzialmente realizzata, non è mai stato patrimonio condiviso di un’intera comunità di persone, per quanto esigua possa essere stata. L’unica modalità che avrei visto come proponibile sarebbe stata l’intervista al più ampio numero di partecipanti a quell’esperienza, interviste che sarebbero state rappresentative all’inizio degli anni 90 e poi sempre di meno per la progressiva scomparsa degli ex comontisti. (un valido esempio di questa modalità di lavoro di ricostruzione la si trova nel Libro “STORIA DI POTERE OPERAIO La Generazione degli Anni Perduti). Non credo che si possa enunciare un solo argomento che non fosse divisivo e sul quale si potesse trovare reale identità di vedute in più di due o tre persone.

Si potrebbe dedurne che vi fosse una vivacissima produzione intellettuale e una varietà di punti di vista che la rifletteva. Non credo che sia così, si può affermare che intorno a idee dominanti si radunassero soggetti che si caratterizzavano per la propria capacità di essere liquidi, aggregandosi e disaggregandosi per ogni differente argomento. Non si può sostenere che vi sia stata un’ampia produzione teorica. Il buon lavoro di Leonardo Lippolis, nel secondo tomo, lo conferma.

In verità, come è stato accennato nel testo, le differenti modalità di pensiero non potevano essere coesive, così come invece lo è stato in parte il modo di vivere. Molto differente anche la tipologia caratteriale delle persone, che condizionava principalmente l’interpretazione diversa dell’essere comontisti.

L’aggregazione primigenia, 1971-72 per intenderci (Ponte a Egola e poi Firenze), evidenziava un’organizzazione e uno stile di relazione fortemente gerarchica, seppur sempre informale. Un padre padrone, presunto detentore delle idee forti proposte nelle prime pubblicazioni, dettava lo stile, definiva ciò che era conforme al pensiero rivoluzionario e quanto invece doveva essere evitato; promuoveva un comportamento aggressivo, macho, e individuava il comportamento femminile utile ad assecondare il mantenimento di una comunità riverente allo stile proposto.

Il capo e i suoi accoliti più fedeli si muovevano all’unisono, secondo il gradimento e i gusti del capo, che aveva attitudine ad entrare in conflitto anche fisico con chiunque ne potesse minacciare la supremazia.

Più che di una modalità semplicemente maschilista o para-mafiosa, si trattava di una riscoperta della legge della giungla, dove si faceva tabula rasa di ogni regola perché la regola era data di volta in volta dal comportamento del maschio dominante (l’assimilazione più scientifica credo possa essere a una comunità animale in natura intorno al maschio alfa). Solo pochi eletti potevano esimersi dall’acquiescenza ed erano uno, forse due maschi: uno di forte carattere, arguzia e abilità manuali,  l‘altro di esplicite capacità intellettuali. Costoro non ne subivano le regole ma garantivano di non proporsi in modo competitivo nei confronti del capo,  sia per la frequente distrazione dalle tematiche più propriamente politiche dell’uno che per la mitezza del carattere dell’altro.

Veniva formandosi una gerarchia informale in cui ciascuno traeva la propria legittimazione in funzione della prossimità al capo e alle sue donne. La donna del capo era un riferimento per tutte le altre.

Era già presente in questa prima fase la tossicodipendenza del capo, il quale fondava le relazioni sulla soddisfazione della propria attitudine ossessiva al proselitismo (chi non è con me, è contro di me), pertanto progressivamente ciascuno che entrasse o si avvicinasse al gruppo storico, oltre a professare ascolto del capo, condivisione delle idee e degli scritti (sparuti, romantici, vitalisti e in alcuni passi futuristi), doveva preferibilmente condividere i gusti sulle varie tipologie di sostanze e dipendenze, dagli alcolici alla pentazocina al cloridrato di morfina, mentre erano sottovalutate l’erba, l’hashish e gli allucinogeni.

La provenienza sociale delle persone nel gruppo, ma anche di molti supporters o satelliti, era prevalentemente la piccola borghesia relativamente benestante e il livello culturale era liceale-universitario. Facevano eccezione due o tre casi, considerati emblematici, di ex-operai con scarsa dimestichezza allo studio e alla lettura.

A dispetto delle idee propalate di rivoluzione, era fortissima la resistenza al cambiamento da parte della maggioranza degli adepti, che perpetuavano una ritualità di vita quotidiana dominata dal rifiuto teorico-pratico del lavoro e dalla necessità di approvvigionamento di sostanze stupefacenti, la cui fonte erano in quel periodo le farmacie, sia per la scarsa disponibilità di sostanze nel mercato alternativo sia per i costi di quelle presenti. L’acquisizione nelle farmacie induceva la necessità di ricette, ottenute da medici compiacenti o da falsificazione e l’individuazione di farmacie meno rigide nell’elargizione dei prodotti. Queste dovevano essere numerose, non potendo mettere alla prova la stessa farmacia per più volte al giorno e per più giorni consecutivi. Ad ogni spostamento del gruppo era necessario disporre di una mappa delle farmacie di zona, battendo l’area sistematicamente.

La disponibilità di mezzi di trasporto era inevitabile per raggiungerle, pertanto ogni proprietario di automobile era ben accetto nel gruppo, che ha raggiunto l’autonomia di movimento acquisendo capacità nel furto di mezzi di locomozione, divenuto pratica illegale comune, con acquisizione di competenze e abilità, tenute in considerazione nella ridefinizione gerarchica.

La fonte di reddito del gruppo erano le provenienze familiari e il concorso di ospiti malcapitati che venivano prosciugati in nome della solidarietà e della condivisione rivoluzionaria. Poco dopo, l’introito principale divenne il furto di libri, anche con risultati eccezionali e oggi impensabili, cui seguiva rivendita sistematica a ricettatori librai o in casi meno frequenti a privati che avevano commissionato titoli ed edizioni specifiche.

I proventi delle attività illecite erano consumati in piccola parte per il sostentamento ma di più per l’acquisizione di droghe. L’alimentazione era trascurata, spesso preconfezionata, malsana, raramente prodotta in loco se non da rari cucinieri. L’igiene era ignota o addirittura disprezzata e la sua inosservanza era segno di adesione al gruppo e alle sue finalità; era evitata in cucina, in bagno, a letto, dove la diffusione di infezioni della pelle o sessualmente trasmesse era all’ordine del giorno, non solo per la promiscuità abituale e lo scambio di partner ma soprattutto per l’inosservanza di qualunque regola d’igiene.

L’intera giornata era spesa per il ciclo di produzione e consumo e il gruppo rimaneva fuori casa molta parte della giornata, prevalentemente “per farmacie” oppure “per librerie”-

Gli incontri, le riunioni, erano abitualmente serali e successivi alla soddisfazione del consumo degli stupefacenti.

La giornata terminava a notte inoltrata / prima mattina, avendo proceduto nel corso della notte alla generazione di illegalità che godevano del beneficio dell’oscurità e/o a un ulteriore giro “per farmacie” (la mappa delle notturne “facili” era sempre disponibile). Lo stesso apprendimento della navigazione della città, per coloro che non ci avessero vissuto prima, era modulato dalla memorizzazione dei luoghi dove insistevano le farmacie (per indicare un luogo si diceva vicino alla tale o talaltra farmacia).

L’intolleranza per lo stile gestionale del gruppo, per l’arroganza, per la seriosità triste, per l’assenza di ironia e l’eccesso di sarcasmo e cinismo, per la coercizione latente o esplicita, per il machismo e la conseguente accondiscendenza rassegnata delle donne, più che la diversità di opinione sugli argomenti teorici, comunque presente, hanno prodotto la frattura insanabile fra due principali componenti dei comontisti, quella milanese e quella torinese, con scambio di due torinesi che si sono trasferiti fra i milanesi e un milanese trasferitosi espressamente a Torino. La torinese a Milano è riuscita a mantenere la relazione sentimentale con un torinese che a tratti faceva capolino e il milanese torinesizzato continuava a incontrarsi di sfuggita con un milanese in segno di imperitura amicizia. 

Vi erano comunque differenze incolmabili fra Torinesi e Milanesi anche a livello teorico e di linguaggio.

In un passo di volantino del Movimento Martellista, prodotto da D’Este e Eddy Ginosa, perciò precedente e prodromico all’esperienza comontista, si dice:

“Non bisogna piangere i morti arsi vivi di San Vittore. Bisogna ardere tutti i nemici, dai funzionari del capitale sociale, ai preti, alle infami spie, ai lavoratori ciechi e ASESSUATI, ai MESTRUATI CRONICI di tutti i movimenti studenteschi e sedicenti operai, ai burocrati e ai becchini del MOVIMENTO REALE. Rendiamo la nostra LOTTA CRIMINALE: questo sarà l’assalto presente al mondo delle merci”

Nel 1970 alcuni residui di LUDD e i Consigliari torinesi avevano scambiato per situazione rivoluzionaria Danzica e Stettino e la stessa Reggio Calabria (la prima, architettata e finanziata dagli U.S.A e dal Vaticano, la seconda ad opera della ndrangheta in connubio con l’organizzazione fascista locale e MSI nazionale); ci saranno poi ex comontisti che nel 1978 parleranno di insurrezione rivoluzionaria a proposito della presa del potere di Komeini in Persia.

Nel volantino “TORINO IN STATO D’ASSEDIO” si legge:

“STUPRI E OMICIDI SESSUALI non sono altro che la risposta, che è umana, al PIACERE che è sempre stato negato” .

Secondo l’estensore dell’introduzione del secondo tomo questa frase avrebbe prodotto la rottura coi torinesi da parte dei milanesi. È vero ma non si trattava solo di questo, si può dire che sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Lo stesso slogan “Contro il Capitale Lotta Criminale” ha trovato riscontro a Milano solo in un paio di circostanze.

Non venne condiviso neppure il contenuto del foglio murale “L’Intrepido” che si occupava del Gruppo 22 Ottobre e di Mario Rossi che aveva ucciso per incapacità e pressapochismo un portavalori. Il volantino liquida l’omicidio così:

“È morto per troppa voglia di lavorare (frase in sintonia con i pizzini di Provenzano). Dovrebbero tutti essere sepolti quelli che difendono gli interessi del padrone. I fuorilegge sono i nuovi rivoluzionari”

A Milano l’aggregazione in un unico appartamento (prima via Ausonio con partecipazione dei genovesi, poi in via Pecchio) aveva le caratteristiche di una comune, come ce n’erano a iosa nello stesso periodo, anche se meno propositive da un punto di vista sociopolitico. Le peculiarità, rispetto alla fase precedente, erano quelle di una maggiore democrazia interna, dell’assenza di una figura di riferimento dominante, di una presenza femminile maggiormente autonoma anche se non particolarmente incidente nell’elaborazione teorica, inizialmente fulcro e vanto, forse meritato, della fazione scissa. L’attività teorica era perciò ancora prevalente appannaggio dei maschi, mentre le femmine avevano un impegno più organizzativo.

Sesso, droga e rock and roll. L’attività sessuale era quella tipica di ragazzi di vent’anni, nel periodo storico della liberazione sessuale, in un ambiente laico, apparentemente debole nei pregiudizi morali, incline al superamento del privato e fortemente oppositivo alla privacy. Risultato, si scopava sempre e anche in compagnia, ma era evitata la forma orgiastica essendo saldamente dominante la monogamia, pur in un contesto di rotazione interna dei partner ma in tempi distinti.

La musica aveva fortunatamente un posto rilevante in casa e l’abilità di acquisizione di vinili, espropriati ai grandi spacciatori milanesi, come Ricordi o Buscemi, consentiva di avere una grande varietà di scelta, benché i preferiti fossero sempre Bob Dylan, Rolling Stones, Led Zeppelin e, in generale, il progressive rock o rock psichedelico. Non ballava nessuno, neppure le ragazze che di solito ne sono inclini. Forse perché le discoteche e i comportamenti che le caratterizzavano erano ostracizzati come luoghi di distrazione di massa da qualunque forma di pensiero critico. Che poi era proprio così.

Ben presto anche a Milano la tossicodipendenza è divenuta la cifra del gruppo benché qui, contrariamente a Firenze o Torino, ci fossero ben tre soggetti non dediti agli stupefacenti e qualcuno solo marginalmente interessato. Ritmi e routine quotidiana sopra descritti divennero dopo pochi mesi lo standard della comune, ovviamente creando progressivi distanziamenti da parte di coloro che non fruivano di inoculazioni di prodotti narcotici. Erano disponibili per tutti invece alcol, fumo di tabacco, fumo di THC, acido lisergico, psilocibina, etere.

Solo per gli allucinogeni il moderato consumo era collettivo, mentre per le altre sostanze c’era una scelta ben definita, chi consumava morfino-simili non amava il resto, tranne il tabacco. Il consumo di alcol era anch’esso moderato, tranne che in circostanze particolarmente festaiole.

Persisteva una certa arroganza intellettuale, ma il clima era più sereno, anche ridanciano, i più erano poco inclini all’ironia ma erano stati ridotti sarcasmo e cinismo; diffuso un sano scetticismo. La casa era molto frequentata, anche se gli abitanti fissi erano già sette, e c’era chi si fermava anche per settimane o diventava frequentatore abituale, tipo day-house, pur non aderendo al progetto teorico o magari non condividendo interamente la quotidianità.

Proseguiva invece lo stile inquisitorio e la ricerca da parte di alcuni della purezza teorica e della presa di posizione esplicita nei confronti delle proposte esibite. Per chi non evidenziava la propria posizione (tu come ti collochi?) o si smarriva nei meandri della supposta retta via, venivano allestiti processi politici che iniziavano abitualmente nel clima amicale di una moltitudine disposta intorno al camino per poi trasformarsi in atteggiamento inquisitorio, gestito da due o tre elementi rappresentativi dell’ortodossia, fino ad arrivare in alcuni casi alla formulazione di un giudizio di insufficienza, trasgressione o eresia, con conseguente allontanamento del soggetto dal gruppo, definitivo o fino a sua manifestazione di autocritica apparentemente convinta.

Il roteare di satelliti intorno al nucleo centrale attutiva l’impatto dell’elaborazione critica teorica, essendo alcuni di questi molto attivi (perché dediti alle amfetamine o metamfetamine) ma non sul piano socio-politico, perciò nient’affatto interessati alle discussioni più cerebrali e neppure intimoriti dalle loro conclusioni.

Abbiamo affrontato quanto potesse influire sui ritmi e sulle tempistiche d’azione e di comunicazione esterna il fatto che fosse una comunità prevalentemente di tossici, ma influiva anche sull’elaborazione di pensiero critico?  A mio parere condizionava anche la produzione intellettuale nei suoi contenuti, in particolare la disinibizione indotta dalle sostanze abusate determinava un sentimento di potenza senza limiti che facilitava la radicalizzazione dei comportamenti e degli elaborati, consentendo proiezioni nel futuro immediato di sovvertimenti sociali che potevano essere solo auspicati ma non trovavano rispondenza in uno sguardo più realistico dell’assetto sociale, già segnato dalla fase di riflusso dal periodo sessantottesco, iniziata dal 1970 ma della quale nessuno dei comontisti amava rendersi conto, aiutati dalla visione flou dell’esterno, favorita dall’ebrezza narcotica praticamente costante. Non esisteva più un contesto potenzialmente insurrezionale che potesse supportare e amplificare proposte provocatorie.

Etica, coerenza e continuità d’azione e di pensiero erano sicuramente inficiate dalle necessità primarie, fra cui il consumo di sostanze stupefacenti, dipendenza unica e totalitaria, accettata nonostante il rifiuto consapevole della dipendenza da qualunque consumo o abitudine borghesi, indotti dalla propaganda consumistico-capitalista. Il rifiuto delle altre dipendenze era reso possibile da un’elaborazione teorica che faceva riferimento alle proposte anarco-marxiano-francofortiane, corroborate dagli enunciati della corrente artistico-politica situazionista.

1972-73 inizia in Italia la fase della lotta armata e del braccio militarizzato della critica teorica.

Un terreno molto scivoloso su cui non hanno saputo trovare postura adeguata migliaia di giovani, incentivati dall’inasprirsi del confronto e dall’arrocco delle forze conservatrici che, unitamente all’intervento esterno di strutture più o meno segrete straniere, hanno inserito dal 1967 sul suolo italiano la strategia della tensione e del terrore, già sperimentata con vantaggio in altri contesti in cui il potere era stato militarizzato (Brasile 1964 – Argentina 1966 – Grecia 1967 – Cile 1973).

I comontisti hanno accettato il dibattito ma si sono discostati così dall’acquiescenza teorica che nella pratica quotidiana, rifiutando il passaggio dalla fase politica alla fase militare. Le poche armi che sono circolate hanno sempre avuto una funzione marginale e mai sono state utilizzate in quegli anni per attività socio-politiche.

Questo non ha impedito che alcuni abbiano ritenuto necessario predisporre il terreno per resistere a una fase di scontro sociale più elevato, iniziando dall’accaparramento di fondi economici utili alla difesa e all’azione. Il salto di qualità nelle modalità illecite di acquisizione di denaro ha richiesto un’elevazione dei livelli di sicurezza, a fronte di un incremento della tolleranza al rischio. In questa fase a preordinare operatività a maggiore impatto economico sono stati i componenti interni o satelliti che non facevano uso di droghe e diffidavano di poter rendere note le loro azioni ai tossici.

Sono nati così comportamenti improntati a segretezza, permeati da uno stile di sufficienza e autostima esibita, caratteristiche del comportamento malavitoso classico, lontane dal precedente atteggiamento inclusivo e propenso alla conoscenza e alla comunicazione. Il paradosso di questa fase è che l’unico delatore professionale presunto faceva parte del gruppo dei malavitosi e non dei tossici, considerati inaffidabili nel mantenere uno stile prudenziale e di segretezza.

La fase di disfacimento del comontismo ha visto sul campo pertanto malavitosi e tossici, entrambi perdenti.

I primi, vittime della propria insufficiente preparazione e della successiva scarsa motivazione, sono incappati in débâcle che ne hanno fatto mettere in discussione le capacità e la necessità di fronteggiare il riflusso sociale, mantenendosi comunque fuori dalla logica militare e fuori dalle organizzazioni classiche della sinistra extraparlamentare, peraltro anche queste colpite da eventi e da limitazioni di spazio d’azione che ne hanno condizionato il declino.

I secondi, i tossici, sono entrati in buona parte nella spirale perversa dell’abbrutimento e di logiche commerciali a scopo di automantenimento della dipendenza, annacquate da azioni socio-politiche esemplari improvvisate quanto fallimentari, sorrette da un modello organizzativo fortemente misurato sul consumo di sostanze.

Le patrie galere si sono spalancate per qualcuno dei primi e per molti dei secondi, reiteratamente negli anni successivi.

Le morti di comontisti o loro satelliti avvenute in conseguenza di comportamenti irresponsabili nell’autosomministrazione di sostanze stupefacenti, fonte di contagio infettivo, hanno costituito una lista davvero troppo lunga.

Alcuni comontisti hanno goduto di una certa capacità di analisi critica radicale del pensiero contemporaneo e di formulazioni teoriche abbastanza originali. Sono vissuti in un contesto socio-politico difficile anche se molto propositivo, hanno creato i presupposti per caratterizzare la propria presenza autonoma nell’area di riferimento, attraverso scritti e interventi riconoscibili. Hanno vissuto intensamente il presente con evidente consapevolezza del passato e non altrettanta lungimiranza, sono stati presenti nel loro tempo con un impegno relazionale e una disponibilità a concedersi al mondo, ma non si possono tacere le modalità di vita quotidiana che segnavano il loro divenire preconizzandone il futuro, né le ambiguità fra slogan enunciati e i vissuti che hanno definito il loro percorso, così come la pochezza di produzione teorica e l’insufficiente preparazione con cui tale produzione è stata affrontata.

Nessun pentimento ma anche nessuna intenzione di sottrarre elementi alla storia, né di sottacere l’incapacità di analisi del periodo storico in cui hanno vissuto e la totale mancanza di proposte percorribili e di mediazione con altri nuclei di persone impegnate nella trasformazione della realtà che stavano vivendo. Il panorama del loro immaginario era dominato da una comune difficoltà di adattamento sociale e di uscita dalla fase infantile del desiderio, per la quale non c’era limite alle richieste, e dal rifiuto di responsabilità individuale e sociale. I comontisti hanno parlato di rivoluzione, non essendo in grado di ricercare proposte in grado di modificare il paradigma delle relazioni sociali; hanno parlato di cambiamento senza minimamente verificare quale potesse essere la disponibilità a modificarsi da parte degli attori di un cambiamento facilmente preconizzato e soprattutto essendo per lo più conservatori loro stessi nei comportamenti quotidiani, in particolare cito il ruolo dei generi, le relazioni gerarchiche, le abitudini di vita, il rispetto degli individui e delle collettività. Hanno parlato di rivoluzione senza accorgersi che non c’era alcun clima insurrezionale né in Italia né in Europa, dopo il 1969. Non hanno voluto credere alla fase di riflusso e all’efficacia della strategia del terrore elaborata e messa in atto dal dicembre di quell’anno. Contagiati da un soggiorno carcerario del capo torinese, hanno preferito ipotizzare che il lumpen-proletariat fosse il soggetto storico da cui attendersi “la rivoluzione”, perciò sarebbe stato doveroso scimmiottarne le gesta. Il sottoproletariato era stato analizzato a più riprese dall’800 e tutte le volte come massa di manovra al servizio dell’establishment capitalista, come forza lavoro di riserva utile a calmierare  il costo della forza lavoro, ma i comontisti l’hanno eletto a eroe formale dell’ipotetico cambiamento, nascondendosi che la criminalità comune era il luogo della perpetuazione e dell’esaltazione dei rapporti di potere. Si sono sottratti alla comprensione che la macchina desiderante sia il frutto di necessità connaturate e indotte, che non può essere assunta come parametro delle scelte ma deve essere confrontata in continuo con l’evidenza di potenzialità di soddisfacimento.

Maurizio

Testo letto durante la presentazione “Contro il capitale lotta criminale: pratica della critica radicale tra il 1971 e il 1974. Organizzazione Consiliare – Comontismo”, tenutasi all’Archivio Primo Moroni – Libreria Calusca City Lights il 31 maggio 2023.

Paolo Ranieri – La rivoluzione è un’avventura, prima di tutto

Intervista a Radio Cane, Milano 16 febbraio 2022. (Link)

Ci sono favole che, per quanto raccontano e per come lo raccontano, sanno mantenere sempre giovane il fuoco intorno al quale le si ascolta. Così è per la favella di Paolo Ranieri, lucida e (auto)ironica, fatta di intuizioni mai scontate e sapide provocazioni. In questo contributo, estratto da alcuni incontri pubblici organizzati dai “sarunat” (che ringraziamo per averci fornito gli audio), Paolo ripercorre tre momenti della Critica radicale in Italia (Ludd, Organizzazione Consiliare, Comontismo) tra il ’69 e il ’73. Fuoco, brucia con me.

Alfredo Passadore – Gli anni del ’68: I Comontisti

“Corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te”. Lo slogan, scaturito insieme a decine d’altri dal geyser eruttato nel pieno del “joli mois de mai” parigino, era piovuto anche sulla Genova sonnacchiosa e grigia di fine anni ’60. E vecchia appariva davvero la città, dominata in allora da una borghesia persa nel circolo vizioso delle sue ritualità famigliari, nel grigiore della sua omogeneità culturale, catturata dalla logica sempiterna dello “scagno”. Eppure il fremito di novità che percorreva il mondo in quegli anni poteva arrivare anche lì, perfino attraverso le ritualità più scontate, come il viaggio premio in Inghilterra alla fine del liceo, per studiare l’inglese e osservare il mondo del business anglosassone, oggetto di deferente ammirazione. Capitava così che invece di frequentare i santuari della finanza, qualcuno si perdesse nei meandri delle decine di club che popolavano la Swinging London, letteralmente rapito dalla potenza della musica che si suonava e dalla vitalità che la pervadeva.

Tornati a casa si restava straniti da una sorta di nervosismo esistenziale, si stentava a rientrare nei  binari della quotidianità, così che iscriversi all’Università poteva significare preferire alle noiose lezioni dei cattedratici le rabbiose assemblee che, un po’ ovunque, cominciavano a popolare gli istituti. Erano gli anni delle marce contro la guerra in Vietnam, dei sit-in davanti ai consolati Usa, della contestazione a un mondo non solo vecchio, ma anche profondamente ingiusto. Inevitabile, a quel punto, “politicizzare” il proprio malessere, leggerlo in chiave di conflitti di classe, di dominio di una borghesia aggrappata ai propri privilegi come alle proprie idiosincrasie, laddove ogni differenza era vissuta con sospetto se non condannata a priori.

Eppure, qualcosa non tornava. Troppo vero che il mondo alle nostre spalle fosse vecchio,  consunto da rituali scontati e antidiluviani. Ma il nuovo verso cui si pretendeva di correre, dov’era? Possibile che lo si potesse trovare nei sogni di uno stalinismo riciclato e rimesso a nuovo, nei deliri di un maoismo infantilmente ingenuo, o nelle lunghe disquisizioni sul fatto se Lenin fosse o meno il padre putativo di Stalin? Il “68”, in questa dimensione politica, più che rappresentare il razionale sviluppo di una autentica spinta al cambiamento, ne sembrava piuttosto un finale fin troppo prematuro, il tappo che riduceva l’ansia del nuovo ad uno stanco rituale sinistrorso di adorazione di vecchi miti già allora ampiamente decomposti, da Lenin a Trockij, da Mao a Ho Chi Minh.

Ma poteva accadere che, iscrivendosi quell’anno a Filosofia, si inciampasse in qualcosa di imprevisto e si venisse finalmente a contatto con qualcuno che lo spirito radicale dei tempi sembrava davvero incarnarlo. Era un gruppo di amici che ruotava attorno a Gianfranco Faina, docente di Storia Moderna, personaggio di spicco della sinistra non allineata. Uscito dal Pci all’indomani dell’invasione dell’Ungheria, coerentemente radicale ma mai stalinista, Faina aveva dato vita prima al circolo Rosa Luxemburg e poi, ai tempi in cui lo conobbi, alla Lega degli operai e degli studenti, trasformatasi  in Ludd.

Rispetto alle solite prediche più o meno progressiste e alle critiche su posizioni oltranziste ai partiti tradizionali della sinistra (erano gli anni in cui Pajetta bollava gli studenti di “lupi mannari” e Pasolini si scioglieva in lodi insensate dei giovani poliziotti, a suo dire ben più autentici dei borghesi studenti) i luddisti citavano Paul Cardan, “Socialisme ou Barbarie” e la prima critica radicale al delirio burocratico sovietico, parlavano di autogestione e soprattutto, per bocca di Mario Lippolis, ironico e sarcastico oratore nelle assemblee di Filosofia, dei situazionisti francesi, gruppo allora sconosciuto ai più e ben lungi dal profluvio di citazioni a sproposito di cui sarebbero diventati vittime in futuro.

Immediatamente attratto da un discorso che finalmente pareva tener conto dello spirito dei tempi e del nuovo che prepotentemente si affacciava, ricordo ancora i consigli non richiesti di qualche compagno di allora che suggeriva di non prestar loro ascolto in quanto provocatori, ingenui spontaneisti, predicatori del nulla  e via insultando.

Fortunatamente non lo feci e venni così a conoscenza di concetti sicuramente cruciali, come quello di critica della vita quotidiana (non aspettiamo la rivoluzione a venire, ma combattiamo già da subito il potere dell’alienazione all’interno delle nostre singole esistenze), di comunismo consigliare (non serve un partito egemone, guida e coscienza, ma piuttosto una miriade di consigli che si autogestiscono e decidono sul loro immediato futuro), di società dello spettacolo (la teoria di Debord sulla spettacolarizzazione della merce e sulle deflagranti conseguenze nelle società contemporanee), di detournement (la capacità di rovesciare la realtà, mostrandone  in controluce gli autentici significati), di deriva metropolitana (il vagabondaggio creativo che trasforma concretamente il modo di vivere nelle città). Così, mentre all’indomani dell’invasione di Praga da parte dei sovietici, qualcuno arrivava a scrivere che “il socialismo si difende anche con i carri armati”, mentre tanti inneggiavano al libretto rosso e alla rivoluzione culturale, che altro non era se non una spietata epurazione voluta dallo strapotere maoista, i luddisti, in modo ironico e giocoso, lanciavano le loro provocazioni, dimostrandosi eccentrici rispetto a tanto neo conformismo di maniera. Oltre all’Internazionale Situazionista, si leggevano “Do It” di Jerry Rubin che raccontava le forme creative della lotta alle lobby negli USA, i romanzi di Victor Serge che descrivevano dall’interno l’incubo staliniano, si pubblicava un opuscolo sulla cui copertina campeggiava ironicamente il motto “Il lavoro rende liberi” del lager di Aushwitz.

E nella sede di Ludd in via San Luca, nel triennio in cui Ludd ebbe vita dal ’69 fino al ’71, transitavano personaggi dello spessore di Giorgio Cesarano, poeta anarchico e analista attento della contemporaneità, Mario Perniola, allora responsabile della rivista “Agar Agar”, Jacques Camatte, a sua volta editore di “Invariance”, divenuto poi psicogeografo e sostenitore di soluzioni assai simili a quelle pensate dai comontisti , mentre si allacciavano rapporti con gruppi milanesi, torinesi e romani.  A Roma, nella sede del “Film Studio 70” di Amerigo Sbardella e Annabella Miscuglio, ricordo fumose riunioni interrotte dal passare di bellezze eteree succintamente vestite, accolte da improvvisi e attenti silenzi. E il sapore dolciastro e intenso di un “fumo” mai provato fino allora. Circolo e abitazione   sorgevano a Trastevere, a pochi passi da Regina Coeli e disponevano di una sala dove si proiettavano film dell’avanguardia internazionale, tutto aveva orari assurdi e ti faceva sentire terribilmente provinciale.

Tra i gruppi amici quello dei torinesi spiccava per il radicalismo non solo predicato ma apparentemente anche duramente praticato. Editavano una rivista, “Acheronte”: il “fiume infernale si è rimesso in moto” procedendo spedito verso la rivoluzione, e avevano dato vita all’Organizzazione Consigliare, in linea con le teorie di autogestione praticate anche a Genova. Il personaggio di spicco, Riccardo D’Este, era allora in galera ed era stato tra i protagonisti della rivolta carceraria delle Nuove. Aveva fama ambigua, perché da sempre molti lo accusavano apertamente di essere un provocatore, addirittura, sosteneva qualcuno, un cripto fascista mascherato da gauchista. Quando finalmente comparve a Genova, lo fece in occasione di uno spettacolo teatrale recitato tra i vicoli del centro storico, il “Genovese Liberale” credo si intitolasse, e Riccardo e i suoi proposero di parteciparvi direttamente, trasformandolo dall’interno in una provocazione in presa diretta. Fu divertente, a tratti anche pericoloso, perché in qualche occasione si rischiò quasi il linciaggio.

Per i torinesi il concetto di critica della vita quotidiana diventava spesso e volentieri un processo immediato alla vita di ogni giorno dei singoli individui: com’era possibile definirsi rivoluzionari e continuare a praticare il tran tran quotidiano come se nulla fosse? Tra i luddisti genovesi vigeva in effetti una stretta divisione tra vita famigliare e dimensione politica, le donne non partecipavano alle attività del gruppo e raramente venivano coinvolte, se si eccettuano i membri più giovani che invece tendevano a vivere tutto in coppia. D’Este al proposito aveva buon gioco nella sua critica radicale, anche se spesso i toni cadevano nell’eccesso e si facevano violenti, finendo per impaurire più che convincere.

Sede di quelli che sarebbero poi diventati i Comontisti era allora, alla fine del 1970,  un casolare in Toscana. Niente di simile alle belle tenute tra i pioppi di tanti radical chic che già allora popolavano le amene colline del Chianti. Ponte a Egola era un paesone piuttosto brutto del pisano, per di più centro di concerie che inquinavano il rio locale sollevando un puzzo infernale. La casa era un casermone in rovina, affittato ai ragazzi perché probabilmente nessuno lo voleva, un due piani di cemento grigio, freddissimo, dotato di uno stanzone con un enorme camino dove era possibile bruciare un albero intero (e in effetti spesso accadeva). Qui conveniva gente da tutta Italia, coinvolta da Riccardo nei suoi tour delle varie città. Un mix dei più diversi tipi sociali, dai borghesi annoiati trasformatisi in rivoluzionari radicali, ai piccoli delinquenti amati da Riccardo, che aveva fatto dello slogan “contro il capitale lotta criminale” una regola di vita e in carcere aveva conosciuto simpatici giovani, dediti all’esproprio e al furto con scasso.

Tra le sedute dedicate alla teoria e all’autoanalisi collettiva, giravano un sacco di droghe, soprattutto psichedeliche, ma comparivano pure ben più sinistre siringhe. Fu in questo contesto, tra trip e spinelli vari, durante interminabili nottate di discussione, in cui chi prima cedeva al sonno era visto come un vero e proprio traditore, e Riccardo sembrava non dormisse mai, che nacque l’idea di comontismo. La parola in effetti fu proposta da Dada Fusco, fresca di tesi di laurea su Gadda e quindi inevitabilmente portata al neolinguismo. Voleva significare, in effetti, il superamento del comunismo come semplice comunità dei beni, a favore di una comunità degli esseri, ed era ricavata dal genitivo greco “òntos”, “dell’essere” appunto, un richiamo alla gemeinwesen marxiana, il seme della nuova umanità in marcia, la cui realizzazione poteva iniziare da subito, da parte di piccoli gruppi rivoluzionari in grado di stravolgere la realtà loro attorno. Era, rivisitato, il concetto di rivoluzione ora e subito, con qualche sfumatura hippie e pure qualche ombra vagamente mansoniana.

Sulla copertina del primo e unico numero dell’omonima rivista, due Adamo ed Eva nudisti compivano, su una duna sabbiosa, il salto di qualità di hegeliana memoria, il passaggio alla comunità essenziale, nucleo fondante della nuova umanità che non si sarebbe limitata a espropriare i capitalisti, ma avrebbe visto la società  fondersi finalmente in un unicum spirituale. Dal punto di vista teorico restava forte il debito nei confronti dei situazionisti: c’erano vignette detournate e slogan accattivanti (nella società che abolisce l’avventura, l’unica avventura è l’abolizione della società), scampoli di passione criminale (il detournemant di un articolo della Stampa, “Rapine ovunque”), analisi storiche del consigliarismo e della rivolta di Kronstadt nei confronti del leninismo, vile repressore della giusta rabbia dei marinai rivoluzionari della fortezza, presa d’assedio e infine distrutta dall’armata rossa di Trockij.

Coi situazionisti la dipendenza ideale era palese, ma i rapporti diretti non erano gran che: ricordo ancora l’incontro casuale, in una trattoria fiorentina, con Gianfranco Sanguinetti, editore dell’unico numero dell’IS italiana, a cui credo fosse presente lo stesso Debord. Nonostante gli inviti a voce altissima di Ricardo tra un tavolo e l’altro, quelli non fecero una piega e manco finsero di notarlo. In linea con l’aristocratico senso di appartenenza dell’IS, da sempre all’opera nell’esclusione perenne dell’indegnità, e con la fama di tribù selvaggia e poco trasparente che comunque perseguitava i comontisti.

Tra i capisaldi dell’idea comontista dominava la critica del lavoro salariato come macchina dello sfruttamento perpetuo. Fu prodotto addirittura un volantino, in occasione del primo maggio, in cui si sosteneva, appunto, che “il lavoro non si festeggia, si abolisce!”, obiettivo a cui, purtroppo, sarebbe giunto ben prima lo stesso capitale, creando non felicità ma disoccupazione. Comunque nessuno lavorava, la sopravvivenza era garantita, al di là dei mezzi personali, dalle pratiche di esproprio, che godevano del beneplacito ideologico, ma alla lunga avrebbero portato all’isolamento e alla fine prematura, complice anche un ricorso sempre più massiccio alle droghe pesanti.

Eppure, al di là dei limiti evidenti di un gruppo che durò lo spazio di un mattino, bruciandosi letteralmente in poco più di due anni dal ’70 al ‘72, il suo ruolo non dovrebbe essere marginalizzato in una critica semplicemente folcloristica. Le istanza portate avanti avevano una loro profonda coerenza, la critica della separazione, allora dominante, tra pensato e vissuto, trovava un indubbio fondamento e sottolineava uno dei limiti che avrebbero portato la contestazione sessantottina a esaurirsi nelle ideologie più fumose e deteriori, a scapito di quelle istanza di rinnovamento che, fortunatamente, saranno riprese da gruppi meno ideologizzati ma assai più concreti, che comunque il mondo, in qualche modo, lo cambiarono.

Allora, all’inizio degli anni ’70, nella sinistra estrema cominciava a sollevarsi un fantasma oscuro che avrebbe, alla fine, sepolto tutto il movimento, quello del terrorismo armato. I comontisti, pur nella loro visione radicale, esclusero da sempre il ricorso alle armi come soluzione possibile. Eppure nell’ ambiente giravano prepotenti inviti a passare alla clandestinità, in cui purtroppo caddero anche insospettabili e stimati ingegni, compreso quel Faina che per me era stato all’origine di tutta questa vicenda. Ma si vedeva bene già allora il vicolo cieco in cui si sarebbe finiti, e le voci di infiltrazioni spionistiche e provocatorie erano continue, pressanti e ben documentate.

Comontismo terminò così la sua breve esistenza, sciogliendosi nella vita dei singoli individui, D’Este continuò la pratica di critico radicale, editando pamphlet e restando comunque coerente con se stesso fino alla fine, altri cominciarono un percorso di allontanamento da una ideologia che stava, in quegli anni, producendo frutti avvelenati. Così agonizzava, nelle tenebre della fine del decennio, il sogno di una rivoluzione permanente. I cambiamenti, in fondo c’erano stati, certe mentalità decrepite uscivano sconfitte e determinati rituali diventavano finalmente improponibili. Ma la lotta armata fu, nell’immediato, la pietra tombale di tante speranze e finì per dare l’avvio al decennio di controriforma conformista che avrebbe portato ai  paninari e al “Drive In”, quel trionfo di tette e culi che diede agli italiani l’illusione di essersi finalmente liberati e  segnava invece l’inizio di un avvenire piuttosto oscuro.

Alfredo Passadore – 30/1/2017

Valerio Bertello – Comontismo

COMONTISMO

Non vi è altra fedeltà, non vi è altra comprensione per l’azione dei nostri compagni del passato se non una reinvenzione a livello più elevato del problema della rivoluzione. Ma perché questa reinvenzione sembra così difficile? Essa non è difficile a partire da una esperienza di vita quotidiana libera, da una ricerca della libertà nella vita quotidiana.
Guy Debord, I brutti giorni finiranno

I. COMONTISMO

1. Una vita rivoluzionata

Comontismo ha costituito indubbiamente una esperienza caratterizzata da un immediatismo estremo, quindi dall’idea che la rivoluzione sia realizzabile qui ed ora, anche e soprattutto individualmente. Ma anche da un volontarismo esasperato, quindi dal presupposto che la rivoluzione vada pensata e prodotta. E infine da un radicale idealismo, cioè che decisivi siano i fattori spirituali, quindi i principi o concetti. Esso ha condiviso tali contenuti, esprimendoli compiutamente, con ciò che di più innovativo era scaturito dai movimenti degli anni 70, dove essi si erano manifestati appunto in contrapposizione all’attendismo, al determinismo e al materialismo all’epoca dominanti. Contenuti questi innovativi, che essenzialmente nascevano dalla potenza manifestata dal movimento rivoluzionario del tempo, che aveva raggiunto il suo punto più alto nel Maggio francese, evento storico che era stato appunto percepito e vissuto dalla parte più avanzata del movimento in termini immediatisti, volontaristi e idealisti. Pensiero compendiato nell’idea e nella pratica di una rivoluzione senza transizione, quindi senza partito rivoluzionario, senza strategia, senza guerra civile e senza dittatura del proletariato e fondata invece sulla trasformazione della vita quotidiana come punto di partenza per realizzare il comunismo, superamento questo della concezione tradizionale di rivoluzione preconizzato dai situazionisti.
Comontismo fu essenzialmente un tentativo radicale e coerente di attuazione di questo principio. Per cui carattere specifico di comontismo fu l’immediatismo, che costituì una attualizzazione in chiave moderna dell’utopismo, in quanto convinzione che realizzando ognuno soggettivamente il comunismo, cioè ponendo ciascuno sé medesimo come individuo immediatamente sociale, questo avrebbe comportato immediatamente il comunismo oggettivo, cioè la comunità umana dell’essere (denominata, appunto, comontismo = com + ontos + ismo = essere comune = gemeinwesen, in Marx), e la fine della comunità reificata della società borghese.
Da questa idea del comunismo e della sua realizzazione scaturiva la nozione di coerenza individuale, riducibile interamente alla identificazione tra vita privata e attività politica, cioè pubblica. Ciò che rimandava necessariamente non solo alla critica della politica ma anche a quella della vita quotidiana come attività separate, e a tali critiche quindi come attività inseparabili e simmetricamente necessarie l’una all’altra. Tale assunto era realizzato in una serie di principi comportamentali, le cui conseguenze pratiche costituivano un completo rivolgimento della vita immediata delle persone.

– critica del lavoro: rifiuto del sacrificio in quanto attività pianificata in vista di un bene futuro, considerata repressiva, quindi soprattutto del lavoro in quanto attività non solo alienata ma organizzata, e quindi della divisione del lavoro e della specializzazione. In contrapposizione, la realizzazione immediata dei desideri in ogni situazione. Ciò che si risolve nella critica della razionalità borghese.
– critica della proprietà: rinuncia radicale alla proprietà individuale secondo il principio: tutto in comune, nulla di personale. E contestuale rifiuto di riconoscere la proprietà altrui.
– critica della merce e del denaro: rifiuto non solo di accumulare valore ma indifferenza sia rispetto al lusso, attuata come dissipazione, ma anche verso le ristrettezze, affrontate con distaccata ironia, il tutto accompagnato da una pratica generalizzata di espropriazione. Ciò che si risolveva in critica del consumismo.
– critica della politica: quindi del verticismo, del militantismo, del partito di specialisti. Ma soprattutto critica della pratica politica tradizionale, contrapponendo ad essa una esaltazione senza riserve dell’illegalismo, fino ad identificare la criminalità comune, considerata pratica esemplare, con la vera azione rivoluzionaria radicale. Ciò nel contesto di una critica dell’operaismo, l’ideologia rivoluzionaria dominante del tempo, e dell’organizzazione anche di base del proletariato di fabbrica, in favore della spontaneità criminale che abolisce di fatto la proprietà borghese.
– critica dei ruoli: sia quelli prodotti dal capitale (sessuali, familiari, economici, istituzionali), che dal suo superamento apparente. Quindi rinuncia alla dimensione privata nella vita degli individui e radicale integrazione della propria esistenza nel gruppo. Questa era attuata attraverso una critica collettiva delle azioni di ogni membro del gruppo, fino ai singoli gesti e ad ogni singola parola, critica unita ad una pratica di nomadismo permanente, attuato allo scopo di evitare l’identificazione con specifiche situazioni di vita.
Tutto ciò era posto come una manifestazione dell’autonomia proletaria rispetto alla società borghese, di cui comontismo si considerava genuina espressione, e alla quale tendeva ad approssimarsi il più possibile.

2. Critica della vita quotidiana e lavoro

Fra questi comportamenti la critica pratica dei ruoli era quella decisiva in quanto attuazione delle altre, delle quali era la sintesi pratica. Infatti esse costituivano nel loro insieme una critica dell’economia politica, cioè dei rapporti di produzione, realizzata nella vita d’ogni giorno, cioè nelle loro conseguenze pratiche nella vita corrente. Quindi si ponevano essenzialmente come critica del lavoro, categoria fondamentale dell’economia politica, di cui le altre sono derivazioni. Queste posizioni sono compendiate nel concetto di critica della vita quotidiana. Ma se la coerenza teorica di questi assunti era, e rimane, impeccabile, la sua attuazione pratica risultò nei fatti limitata al consumo, circostanza da cui scaturì la convinzione, la cui origine va ricercata nel lavoro alienato, che la vita quotidiana fosse solo quella che appartiene alla sfera del consumo. Pertanto la critica della vita quotidiana, intesa in questo senso riduttivo, non riusci ad assumere quel carattere di critica totalizzante che il movimento dell’epoca aveva supposto, e quindi nemmeno quello di critica radicale, in quanto non investì il momento essenzialmente sociale della vita, il concreto fondamento della socialità, costituito dalla produzione. Di conseguenza la critica del lavoro fu a sua volta incompleta, traducendosi semplicemente in una fuga dal lavoro, quindi nella sua immediata negazione, senza entrare nella sostanza: divisione del lavoro, estraniazione del lavoro, lavoro salariato, pluslavoro. Ciò che mancò in comontismo fu una reale critica unitaria del capitale come critica della metamorfosi ciclica del capitale D-M-D’, processo unitario, dove produzione e consumo sono il presupposto l’uno dell’altro. Infatti comontismo sottovalutò la necessità di affiancare alla critica della vita quotidiana come consumo una radicale critica del lavoro come critica della vita quotidiana nel momento della produzione, che invece si colloca interamente e necessariamente nella sfera del sociale, in quanto cooperazione nell’ambito della divisione del lavoro, quindi della produzione sociale della vita. Non essendo percepita la necessità di unificare le due critiche, ciò portò a previlegiarne una e a prendere una parte della critica per il tutto.
Ma questo non fu solo un limite di comontismo ma dell’intera sua epoca, nella quale i due momenti della critica rimasero separati diventando ideologia, rispettivamente lavorismo e quotidianismo. Essi connotarono i due movimenti radicali degli anni 70, il primo l’operaismo, mentre il secondo fu proprio del movimento controculturale e successivamente di quello ambientalista. Comontismo e la critica radicale rappresentarono un tentativo di sintesi tra i due, che si risolse in realtà in un momento della transizione dal primo al secondo.
Questa separazione è all’origine del quotidianismo, ideologia tuttora dominante nel movimento. Il quotidianismo è una posizione critica il cui limite sta nell’ignorare il momento della produzione, escludendolo dalla vita degli individui come elemento irrimediabilmente alienato dell’esistenza. Su tali presupposti questa critica limitata è possibile realizzarla praticamente solo isolandosi dalla società, cioè nel marginalismo, passaggio praticato da comontismo e infatti realizzato poi pienamente dal movimento della cultura alternativa. Per quest’ultima, nel tentativo di sfuggire all’alienazione capitalistica identificata con la vita cittadina dell’occidente sviluppato, gli ideali erano costituiti dalla comune rurale e dal viaggio in paesi esotici, ricercando così la vita autentica nel mondo contadino e nei paesi ancora solo sfiorati dai tentacoli del capitale, per esplorare ed assimilarne la cultura e i modi di vivere. Modalità questa di esistenza che nel tentativo di fuggire il capitale si traduceva nell’aspirazione ad un ritorno al passato. Essa costituitì la realizzazione, – unica possibile in un contesto di sostanziale sconfitta del movimento rivoluzionario, – di una critica, appunto per questo parziale, della vita quotidiana. Tale realizzazione conobbe temporaneamente un certo successo, ed è infatti ciò che ha potuto sopravvivere alla fine del movimento rivoluzionario dell’epoca, sviluppandosi come movimento ambientalista, ma senza superarne il limite, cioè il carattere di critica separata del consumo, quindi recuperabile.
Tale successo deriva dal fatto che la critica del lavorismo, teoria simmetricamente opposta al quotidianismo che credeva che il lavoro fosse una base sufficiente per una critica del capitale e quindi per una costruzione del comunismo operaistico, era già stata adeguatamente sviluppata e superata. La critica di questa critica unilaterale venne portata effettivamente a compimento dal movimento di quel tempo, ma ciò fece dimenticare che la critica della vita quotidiana, il grande movimento teorico dell’epoca, costituiva in quanto quotidianismo solo l’antitesi del lavorismo, e aveva necessità essa stessa di essere criticata e superata, se voleva divenire effettivamente critica radicale.

II. LAVORISMO E QUOTIDIANISMO

1. Lo spettacolo

La categoria fondamentale della critica radicale è lo spettacolo, sviluppo e attualizzazione di quella marxiana di feticismo della merce. Entrambe pongono in evidenza come l’economia, in quanto struttura materiale e sociale volta alla produzione e consumo di beni, sfugga al controllo consapevole dei suoi creatori, e invece di soddisfare i loro bisogni si sviluppi secondo leggi proprie dominandoli totalitariamente, producendo al contrario insoddisfazione. Essa si presenta ai loro occhi come movimento autonomo delle cose che in tale fantasmagoria non appaiono più come beni fruibili ma acquisiscono il carattere ideologico di merci. Così nel momento in cui la società si appresta a superare definitivamente l’alienazione naturale compare una nuova servitù pseudonaturale “dove si esprime la completa signoria sull’uomo della materia colpita a morte” (Marx). All’origine di questo stato di cose troviamo la concorrenza fra gli individui, cioè l’atomizzazione della società borghese, dove le scelte degli individui isolati e in competizione non solo non possono essere libere, ma producono complessivamente non il benessere collettivo, come credeva Smith, dove il suo ottimismo si esprimeva nella metafora della provvidenziale “mano invisibile”, ma un caos generalizzato dominato dall’idea di valore. Infatti, poiché la cooperazione avviene sotto l’egida della divisione del lavoro, la soddisfazione dei bisogni ha luogo attraverso lo scambio di tempi di lavoro, dove i rapporti di equivalenza, quindi i valori, sono decisi dal mercato. Valori che nessuno è in grado di conoscere a priori, ciò che produce una incertezza che si risolve nell’insoddisfazione di tutti poiché nessuno in tale disordine può essere certo del valore della sua proprietà, e quindi delle sue condizioni di vita. Ma in particolare è del tutto indeterminato il valore del suo lavoro, quindi della propria forza produttiva e in definitiva di sé stesso. Non solo ciò produce l’infelicità di coloro che in una società di questo tipo sono inevitabilmente i perdenti, cioè i nullatenenti che per vivere devono accettare il ruolo passivo e passivizzante di salariati, quindi di sfruttati e subordinati, ma anche di coloro che da tale forma sociale sono più avvantaggiati, i proprietari, cioè i borghesi, che in ogni momento possono perdere tutto. Poiché realizza una radicale socializzazione della produzione, la mano invisibile compie anche una funzione progressiva ma pure in ciò si rivela dispotica e contradditoria in quanto tale compito storico viene svolto al prezzo di una generalizzazione dell’individualismo proprietario, cioè dell’isolamento e dell’antagonismo degli individui, dello scadimento della qualità dei beni posti come merci e degli individui stessi trasformati in merci, quindi della qualità della vita. Lo spettacolo è il feticismo della merce portato all’estremo della società attuale, in cui diviene totalitario e ogni individuo è ridotto a semplice spettatore passivo del movimento autonomo dell’economia.
L’istituzione di tale rapporto con il concreto sociale avviene praticamente attraverso l’assunzione di ruoli, schemi comportamentali determinati socialmente che fissano gli atteggiamenti degli individui, schemi in cui essi si identificano e dai quali traggono certezza di sé, così come fissano i rapporti sociali, da cui il sociale ugualmente trae la propria certezza. I ruoli fondamentali sono quelli del lavoratore salariato, – il più diffuso, – cioè di esecutore, e del proprietario, cioè del dirigente, – in proprio o per delega, – del processo di produzione. Così si realizza l’antropomorfosi del lavoro e del capitale, e del lavoro come capitale variabile, identica all’esistenza delle classi sociali considerate sul piano comportamentale e ideologico, che costituiscono, – esse stesse e non i singoli individui, – la reale e concreta materializzazione e personificazione delle categorie economiche. Qui ritroviamo il classico concetto di alienazione, centrale in Marx, che egli a sua volta ha tratto da Hegel.

Poiché se le merci sono personificate gli individui stessi sono reificati, i movimenti storici, considerati dal punto di vista dei comportamenti collettivi, sono null’altro che il rovescio delle categorie economiche in quanto questi fenomeni sono conseguenza del feticismo della merce. Questo quindi è anche il luogo d’origine del lavorismo e del quotidianismo.

2. La critica radicale

La critica dello spettacolo comprende la critica della produzione di merci e del loro consumo. Quindi da una parte è critica del sistema di fabbrica, cioè dell’impresa capitalistica come produzione di merci attraverso merci, dall’altra critica del consumismo, quindi della vita degli individui ridotta al consumo di merce, che si riduce a sua volta alla produzione dell’individuo come merce. La prima critica è sorta, e si è realizzata storicamente, nel movimento rivoluzionario classico, all’epoca della prima rivoluzione industriale, cioè del primo avvento del dominio reale del capitale sul lavoro, di un capitale ancora profondamente immerso nel dominio formale e quindi ristretto alla produzione. Pertanto tale critica era fondata su una teoria essenzialmente economicista in senso lavorista, cioè il materialismo storico, teoria che poneva come soggetto storico un proletariato costituito essenzialmente da operai di mestiere e venne realizzata nelle pratiche autogestionarie di costoro, come i soviet in Russia, gli arbeiter rat in Germania, le comuni in Spagna, che ne sono le attuazioni pratiche più significative.
Sebbene le organizzazioni proletarie dell’epoca si ponessero consapevolmente come prefigurazioni del comunismo realizzato (ad esempio, la figura del “compagno”, l’identificazione tra operaio e “comunista”) e quindi la loro attività investisse anche il tempo esterno alla produzione, cioè del consumo, una vera critica di tale momento appare solo successivamente. Per divenire critica consapevole, e superare il suo carattere precapitalistico, deve attendere l’avvento della seconda rivoluzione industriale, in cui nasce il consumo di massa, dopo che la prima aveva inaugurato la produzione di massa. Si tratta del secondo avvento del dominio reale del capitale, nel quale esso organizza e produce capitalisticamente come merce i propri presupposti, in primo luogo la forza lavoro, quindi il consumo, ed ha come protagonista il proletariato dell’operaio massa, cioè dequalificato. Di qui la critica del consumo, che assume inizialmente l’aspetto della critica culturale, e come tale sorge in Germania, sviluppata dalla Scuola di Francoforte come critica dell’industria culturale, mentre negli Stati Uniti si manifesta come movimento della cultura alternativa, che esprime compiutamente i contenuti dei movimenti giovanili di contestazione in questo periodo (blouson noir, provos, beatnik, mods e rockers, etc.). Ma è in Francia, con il situazionismo, che questa critica raggiunge la suo espressione più matura. Tutte queste correnti confluiranno, insieme al movimento operaio, nelle lotte degli anni 70.

3. I due momenti della critica

La critica del capitale ha dunque una duplice radice. Da una parte, si presenta come critica della produzione che, superato il luddismo quale momento puramente negativo, si pone nella prospettiva dell’autogestione, espressa storicamente nei consigli di fabbrica, come positiva possibilità di gestione non alienata della produzione. Dall’altra, in rapporto al consumo, la critica si esprime come critica della vita quotidiana, categoria introdotta dai situazionisti. Essa, in quanto momento della negazione, rappresenta l’espressione teorica dei movimenti giovanili dell’epoca, essi stessi prodotto dei consumi di massa. Mentre, quale momento del superamento positivo, considera i movimenti artistici d’avanguardia nella prospettiva del superamento dell’arte per sua realizzazione nella vita, in quanto percezione delle nuove possibilità di espressione dell’individuo consentite dallo sviluppo delle forze produttive nell’epoca presente.
La loro unità dialettica, cioè la loro sintesi nel superamento di entrambe, costituisce la critica dello spettacolo, cioè della merce. Le due categorie, l’autogestione quale superamento del lavoro alienato e la realizzazione dell’arte come superamento del consumo alienato, sono necessariamente complementari, e come tali vengono entrambe introdotte dai situazionisti. Infatti non è possibile contrapporle se non riducendo la prima a cieca critica dell’economia, cioè lavorismo, in pratica a capitalismo di stato, la seconda a vuota critica culturale che giunge tuttalpiù ad una forma di militantismo del quotidiano, cioè al quotidianismo. Lavorismo e quotidianismo sono critiche alienate perché parziali, forme permesse, in quanto tra loro separate e quindi tendenzialmente contrapposte, di critica del lavoro e del consumo. Ciò è comprovato dal fatto che essi prontamente degenerano nella loro controparte capitalistica, cioè riformismo e consumismo, la loro realizzazione possibile immediata nel capitale, l’elogio tributato dal capitale e dal lavoro alienato al lavoro stesso ed al consumo.
La reificazione nella società attuale è totalitaria. Infatti in tal senso non colpisce solo il proletario asservito. Se questi, nonostante tutto, ne ha coscienza in quanto per lui alla spersonalizzazione connessa al suo ruolo si assomma la frustrazione e la consapevolezza di costruire e riprodurre ogni giorno la gabbia in cui è rinchiuso, cioè di produrre il proprio disagio esistenziale, per il capitalista l’alienazione, poichè si risolve complessivamente a suo vantaggio, passa inosservata. Ma ciò accade anche all’altro estremo, quello della critica radicale, poiché una critica parziale ed insufficiente dei ruoli produce essa stessa nuovi ruoli, quelli della critica spettacolare, dove la personificazione delle categorie economiche assume forme nuove, quella della ruolificazione della critica delle stesse.
Pertanto non vi è altra scelta che la rottura radicale con l’esistente a partire da una critica unitaria. Come nella prassi sociale i due momenti della produzione e del consumo non possono essere separati, così è per la loro critica, quindi non si possono contrapporre autogestione e realizzazione dell’arte. Il reale superamento dello stato di cose esistente si ha solo come sintesi pratica delle due critiche, cioè con l’autogestione generalizzata, dove si realizza il potere di ognuno su se stesso come potere assoluto dei comitati di gestione, cioè nella gestione collettiva autodeterminata di ogni aspetto della vita. Infatti, l’autogestione nella produzione è critica della vita quotidiana portata nel lavoro, e implica l’appropriazione dei mezzi di produzione e la loro gestione consapevole, nei fini e nei modi, da parte dei produttori. La critica della vita quotidiana è l’autogestione portata nel momento del consumo, e significa gestione collettiva e consapevole del tempo al di fuori del lavoro, attraverso assemblee e comitati ad ogni livello, di caseggiato, di quartiere, etc. fino ai livelli più ampi e generali, ma anche gruppi di affinità, ed associazioni tematiche. Tali collettivi si esprimono sia occupandosi di iniziative ludiche di ogni genere che dei bisogni essenziali degli individui, cioè l’educazione, la sanità, etc. Ciò di concerto con organi similari che gestiscono la produzione. Quindi la critica pratica e il superamento del capitale giungono all’esistenza reale con la costituzione di questi organi, dove la socializzazione della produzione non è più in opposizione con l’appropriazione individuale e privata del prodotto.

III. FENOMENOLOGIA

Alla radice della scissione della critica stanno due ideologie, una rivolta al passato come timore ma anche come sua nostalgia, e l’altra al futuro come superamento del presente. Nel primo caso si tratta di una regressione rispetto al momento storico presente, di un ritorno alla radice prima del feticismo della merce, la paura di un ritorno all’alienazione naturale, che produce quello che vorrebbe esorcizzare, la barbarie. Nel secondo caso si tratta di una fuga in avanti, oltre le effettive possibilità del momento presente, nel tentativo di superare l’alienazione sociale.
Tali ideologie nascono dal fatto che lo sviluppo della critica del feticismo, momento teorico cruciale per il processo rivoluzionario, ha dovuto seguire il corso storico dello sviluppo capitalistico. Nella prima fase del dominio reale la critica è stata condizionata dalla persistenza di cospicui residui della società naturale, materiali ma anche ideologici, che determinavano una situazione di precarietà, cioè di sovravvivenza non garantita. Questa critica non poteva che produrre il lavorismo, cioè una critica parziale del feticismo condizionata dalla paura della penuria, dove la critica al consumo, posta come negazione di questo nella forma dell’accumulazione come riserva di consumo, era subordinata alla critica del lavoro. Solo successivamente, nella seconda fase del dominio reale, dopo la critica del lavoro ha potuto iniziare quella del consumo, sviluppo reso possibile dalla parziale realizzazione nel capitale delle condizioni del comunismo, cioè dal superamento della soglia dell’abbondanza, critica che però ha come limite l’immaturità di tali condizioni. Perciò tale critica prende la forma ideologica del quotidianismo, che comprende in sé quella del lavoro come semplice negazione.

1. La regressione

Sotto il capitale in tempi di stabilità sociale il proletariato è costretto a produrre insieme alla propria sopravvivenza il dominio capitalistico, che trova di fronte a sé come monolito inattaccabile. Posta di fronte a questa contraddizione la volontà di superamento di tale condizione, che coincide con la volontà di realizzazione degli individui, cioè l’immediatismo, si scontra con una realtà ostile che appare come una barriera insormontabile posta tra il sé insoddisfatto attuale e quello potenziale dell’autorealizzazione adeguata, ostacolo che, al di là delle molteplici forme che assume, è riducibile all’esistenza della merce in quanto tale e quindi del valore. Implicito nel concetto di merce è lo scambio di beni tra individui proprietari, ma il fatto che il mondo delle merci domini il mondo umano significa che non gli individui possiedono le merci ma al contrario sono le merci a possedere gli individui, a deciderne il destino, ciò che definisce quel particolare rapporto tra uomini e cose costituito dal feticismo delle merci. Nella forma originaria, caratteristica delle società naturali, questa sudditanza rispetto alle cose si manifesta nel fatto che quanto è già stato prodotto impedisce di andare oltre ciò che esiste ed è già acquisito. Ciò che è impedisce l’avvento di ciò che potrebbe essere. Si tratta innanzitutto di un fatto oggettivo, cioè delle strutture produttive esistenti, che però sta alla radice di un elemento fondamentale della coscienza sociale, cioè che la paura di perdere ciò che in realtà è già stato definitivamente appropriato impedisce di percepire non solo la reale abbondanza attualmente già esistente ma ancor più le potenzialità che ivi giacciono incomprese, frenando quindi lo slancio verso mete superiori, e la stessa capacità di immaginarle. E’ l’ancestrale paura della penuria, che connota quel modo della coscienza sociale dominato dalla percezione dell’insufficente sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale, cioè delle sue proprie forze materiali. Condizione questa progressiva nelle società naturali, quando la natura ancora dominava il corso della vita, perché stimolo al superamento di tale non ancora umana condizione, l’alienazione naturale. Però, nonostante questo superamento sia per l’essenziale già realizzato, paradossalmente essa ancora domina la società attuale, permeando tuttora il mondo del capitale. Paura non infondata considerando l’incertezza che continua a infestare tale mondo, dove l’alienazione sociale ha sostituito quella naturale, paura che può svanire solo con la dissoluzione di quella, quindi del capitale. Fantasma che fino a quel momento continuerà ad frenare anche il movimento rivoluzionario, che nel timore di perdere quanto finora conquistato finisce per perdersi. Sentimento consapevolmente alimentato ed amministrato dal capitale, che riconosce in ciò il suo principale baluardo ideologico. Soggiacere alla paura della penuria, cedere alla penuria ideologica, sottostare al capitale, sono posizioni equivalenti.
L’accettazione di tale paura in termini razionali, cioè in quanto scelta compiuta coscientemente, è alla radice del lavorismo. Esso, e ancor più il riformismo che immediatamente ne consegue, ha caratterizzato il proletariato classico, opzione ancora possibile in un’epoca in cui il lavoro aveva ancora un carattere artigianale ed appariva quindi ricco di contenuti creativi e di significati sociali. Per cui tale paura del passato può anche capovolgersi nel suo opposto, la nostalgia per la società naturale e i suoi valori. Questa forma di autorealizzazione è il lavorismo, tentativo che produce in realtà una etica del lavoro, quasi un servizio pubblico nella forma di attività privata, dove il consumo permesso diviene proporzionale al valore del lavoro determinato dal mercato. Si ha cioè la meritocrazia. Invece la critica al consumo è praticamente assente, in quanto assume la forma di negazione del consumo, cioè di una riduzione al minimo del consumo in vista dell’accumulazione resa necessaria dalla precarietà. Si tratta quindi di lavorismo pauperistico, che quando si radicalizza diviene autogestionario, ma rimane sempre nell’ambito di una critica unilaterale e limitata del capitale.

2. La fuga in avanti

Il contesto precedente spiega solo in parte i limiti dei movimenti rivoluzionari, e nemmeno quella più interessante, perché proprio delle forme più arretrate di movimento, e precisamente quelle più formali, come i partiti burocratici, che sono in effetti il frutto di tale critica limitata ormai appartenente al passato. In realtà in una fase più avanzata, nasce una nuova critica, che comprende quella precedente come suo aspetto particolare, ed è caratteristica dei movimenti del proletariato moderno e di un’epoca in cui le condizioni del comunismo iniziano a maturare.
Poiché l’attuale società ha superato in aree sempre più vaste la soglia dell’abbondanza, si può affermare che si stanno delineando le condizioni per il comunismo, ma è pure necessario rimarcarne l’inadeguatezza. Infatti, benchè in crisi, il pensiero e la prassi dominanti sono ancora quelli del capitale, per cui il comunismo non può che essere proiettato nel concreto del capitale opulento, e qui, non potendo realizzarsi come totalità al di là del capitale, si scinde. Perciò, mentre in passato l’unica via d’uscita dall’alienazione era il lavorismo pauperistico, attualmente si presentano due possibilità: l’immediatismo può tentare di realizzarsi nella produzione o nel consumo, cioè come lavorismo o quotidianismo. Tali opzioni, in quanto prodotte in un contesto che in generale è quello di uno sviluppo limitato del movimento rivoluzionario determinato dall’inadeguatezza delle condizioni storiche, costituiscono entrambe critiche parziali e quindi unilaterali del capitale, ma possiedono ora come loro radice una prospettiva concreta di superamento del presente, percepita come bisogno di realizzazione di sé attraverso il comunismo e viceversa. Questo elemento, se costituisce la forza propulsiva della rivoluzione moderna, può sovradeterminarla producendo una fuga in avanti, cioè un tentativo puramente volontaristico di andare oltre le effettive possibilità del momento storico. Se il comunismo è definito con il classico principio: “contribuire secondo le capacità, ricevere secondo i bisogni”, la realizzazione nel capitale opulento della prima parte separatamente dalla seconda è ciò che dà luogo a una forma nuova di lavorismo, privo di valori propri e motivato esclusivamente da un fine esterno, che non è più l’accumulazione ma il consumo, che quindi dà origine a un lavorismo consumistico. Infatti nella seconda fase del dominio reale una autentica realizzazione del lavoro è impossibile perché esso, a causa dell’estrema frantumazione, è divenuto da un lato sempre più privo di contenuto e dall’altro il grado di subordinazione agli imperativi del capitale intollerabile. Prevale quindi la realizzazione della seconda parte del principio, che assorbe contradditoriamente quella della prima, si ha cioè un consumismo lavoristico. La sua radicalizzazione costituisce il quotidianismo, che coerentemente rifiuta la prima parte, divenendo negazione del lavoro, ed accetta la seconda come negazione del prima, che diviene elogio dell’ozio e sfocia nel puro consumismo acquisitivo e dissipatore in quanto pretesa di “volere (consumare) tutto”.

3. Le critiche unilaterali

Quindi nella fase attuale al proletario nell’incoercibile tentativo di autorealizzazione si aprono due possibilità. O assumere positivamente il proprio ruolo e gestirlo al meglio producendo il vecchio lavorismo pauperistico e successivamente il riformismo. Ma tale opzione è sempre meno praticabile e quando prende la forma di ruolo istituzionale, cioè del riformismo, essa sotto la pressione del consumismo, assume il carattere della più spudorata corruzione. Oppure può rapportarsi negativamente con il proprio ruolo e quelli altrui, tentando una realizzazione autentica di sé nonostante il contesto la renda impossibile. Questa volontà di realizzazione contro il capitale, pur restando forzatamente nel capitale, costituisce il quotidianismo. Esso sorge quando, tentando la propria realizzazione nella negazione dell’esistente, tale radicalismo impossibile, dovendosi attuare in una realtà alienata, necessariamente ripiega verso un compromesso, atteggiamento che deve poi scadere nel consumismo, cioè nella propria autovalorizzazione nel capitale, che costituisce la sua verità pratica. Il punto debole del quotidianismo è che esso viene attuato ponendosi essenzialmente come negazione pura e semplice del lavoro e volontà di acquisizione immediata, anche nella forma di espropriazione indiscriminata, tentativo la cui nota dominante è la frustrazione. Ciò determina atteggiamenti contradditori, da una parte gesti esasperatamente radicali ma in realtà tali solo superficialmente, e dall’altra comportamenti reificati dettati da necessità sopravvivenziali di cui però non si ha piena coscienza.
In tempi di pace sociale le due critiche sono destinate a rimanere separate e a sottostare al recupero, ma in tempi rivoluzionari prende avvio un processo di radicalizzazione. Il riformismo si trasforma in lavorismo, e compare anche il quotidianismo, come critica del proprio quotidiano alienato nel capitale, cioè del consumismo. In generale ciò non conduce ancora al superamento della separazione. L’uno in quanto critica parziale accompagna il fallimento dei movimenti rivoluzionari, mentre l’altro, rimanendo limitato ad ambienti ristretti esterni alla produzione (artistici, accademici, marginalismo, etc.), fallisce per gli stessi motivi. Ma quando il proletariato prende direttamente e coscientemente su di sé la propria sorte, cioè quando si appropria della sua esistenza mediante l’autogestione generalizzata, si produce la sintesi e il movimento rivoluzionario raggiunge il suo apice, il luogo adeguato alla propria essenza.
Nelle rivoluzioni moderne quindi i due atteggiamenti, quello quotidianistico quello lavoristico, compaiono entrambi nei periodi sorgivi quando il movimento cresce ma non ha ancora raggiunto il culmine, momenti che però possono essere rapidamente superati. Ma appaiono anche e soprattutto nei momenti di riflusso, cioè immediatamente dopo ogni sconfitta, e qui il loro carattere alienato giunge al culmine, producendo gli effetti peggiori. Infatti il quotidianismo nasce quanto si tenta di reagire ostinatamente alla sconfitta radicalizzando l’ultimo scontro possibile, quello con se stessi, tentando una realizzazione individuale e privata del comunismo. Dopo di che scivola nel consumismo e nella autovalorizzazione velleitaria. Il lavorismo appare quando il proletariato rinuncia ad una reale emancipazione peremanciparsi solo come forza lavoro, ciò che accade nella fase declinante di ogni rivoluzione, come nel maggio francese quando accettò gli accordi salariali di rue de Grenelle, o in Italia il ritiro del blocco della FIAT in cambio della concertazione. Il riformismo, cioè la riconciliazione di fatto con l’esistente, giunge successivamente, quando abbandonata ogni velleità si torna alla propria collocazione di classe, si fa di necessità virtù e si tenta di amministrare al meglio l’esistente, posizionandosi più o meno alla sinistra di qualcosa o qualcuno purchessia, o anche senza mezze misure sulla sponda opposta. Così si ha il ritorno al privato o alla politica istituzionale, con soluzioni diverse: cooperativismo, sindacalismo, carrierismo, isolazionismo, edonismo, etc., o anche alcolismo e simili.
Se il lavorismo è sempre accompagnato da appelli al realismo e alla concretezza, al quotidianismo al contrario (ma solo apparentemente) è correlato un atteggiamento moraleggiante riguardo ciò che sia un comportamento emancipatorio, ideologia che produce i suoi specialisti e le sue pratiche inquisitorie. Ciò può solo acutizzare il disagio e far sì che agli individui sfugga il fatto evidente che si tratta solo di modalità di esistenza determinate oggettivamente, cioè dalla storia, e – al netto di ogni accidentale opportunismo ed eroismo, del resto sporadici – non da scelte individuali. O si ritorna all’idea di peccato, o si ammette che i comportamenti individuali sono un fatto determinato eminentemente da un contesto oggettivo, dove poi in seconda istanza maturano le scelte individuali che definiscono lo stile di vita, variabili secondo l’individuo e la sua specificità, che tenderanno a determinare i suoi rapporti particolari con l’esistente. Ma ciò definisce l’individuo, ed è rilevante solo per la sua coscienza individuale, non per il corso della storia e tanto meno per la rivoluzione, realtà oggettive determinate dai rapporti materiali di classe. D’altra parte, tale ideologia, imputando agli individui ogni responsabilità riguardo la perpetuazione dell’esistente, ciò che è falso, giunge al risultato paradossale di attribuirne la responsabilità ultima agli oppressi che non si ribellano, e assolve implicitamente coloro che, secondo tale punto di vista, ne sono i veri responsabili e beneficiari, i borghesi, ciò che è in parte vero.
In conclusione il quotidianismo è l’atteggiamento di chi crede che non la rivoluzione, quale processo storico, “che toglie le condizioni esistenti”, produce l’uomo rinnovato ma è l’individuo che, emancipandosi da solo nella sua intimità, produce la rivoluzione. Si tratta di un atteggiamento mistico che crede nell’anima e nel suo potere sul corpo, ma in forma laica, quindi impregnata di romanticismo, cioè dell’idea dell’onnipotenza dell’individuo borghese anche quando si tratta di negare se stesso. Per evitare ciò occorrà ammettere almeno che tanto gli individui producono le condizioni storiche quanto almeno le condizioni storiche producono gli individui.

4. Prospettive

In realtà sia il lavorismo-riformismo che il quotidianismo-consumismo sono problemi che si risolvono da sé, poiché scompaiono quando le reti del controllo sociale si allentano e cedono. Allora, venendo meno la situazione che alimenta quelle scelte, sia politiche che comportamentali, allora queste sono di colpo superate. Allora sia il potere degli sfruttati nell’autogestione che la realizzazione pratica dell’individuo in tutte le sue potenzialità, “dove la realizzazione di ciascuno è la condizione della realizzazione di tutti” (Marx), possono avere libero corso, non implicano più né compromessi e cedimenti, né sacrifici ed eroismi, che sono sostituiti dallo slancio entusiastico verso l’attuazione di una nuova esistenza sociale ed individuale. Ma essi ricompariranno nelle fasi di riflusso della spinta rivoluzionaria, quando ciascuno è riassorbito dai suoi ruoli, ed in ultima analisi dalla sua posizione di classe, ricompariranno doppiamente pericolosi e sempre inevitabili, ma non costituiscono un problema perché ciò che li produce è anche ciò che ne determina la scomparsa.
Infatti, l’attuale insignificanza della quasi totalità del lavoro determinata dalla specializzazione e la riduzione del lavoro necessario come risultato dall’automazione, hanno prodotto una obsolescenza del lavoro sia quantitativa che qualitativa. E’ per questo che attualmente la linea del fronte del conflitto di classe passa per la critica del consumo, quindi per la critica del quotidiano nel momento del consumo, come appare chiaro dalle lotte attuali più radicali, tutte connotate da una rivendicazione della qualità della vita, sia ambientale (la teoria della decrescita di Latouche), sia dei rapporti umani (convivialità e downshifting).
Ma lo sviluppo del capitale tende a riqualificare il lavoro in quanto si ha una continua espansione dei servizi, dove il contenuto essenziale sono la conoscenza e i rapporti interpersonali, cioè la comunicazione, mentre il lavoro manifatturiero residuo acquista un crescente contenuto tecnologico. Ciò porta ad una rivalutazione del lavoro in quanto fine in sé e quindi della sua critica nella forma imposta dal capitale, incompatibile con i suoi nuovi contenuti qualitativi, critica che non potrà non saldarsi con quella del consumo, producendo una reale e radicale critica della vita quotidiana.

Torino, giugno 2007
Versione 2.0
Valerio Bertello

Tratto dal sito marxoltremarx – LINK

Limiti della teoria radicale – Comontismo

Limiti della teoria radicale. Contributo di Valerio Bertello – Torino 2005

I.COMONTISMO

1. La prospettiva

Gli atteggiamenti, cui corrispondono altrettante teorie, che in generale si possono adottare di fronte alla questione della rivoluzione e in generale del mutamento sociale si possono ridurre ai seguenti.

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La rivoluzione sarà una festa, non di poche ore, ma per la vita. La festa dell’umanità non può che essere la rivoluzione proletaria

Distribuito al Palasport di Torino il 3 novembre 1973. Firmato Alcuni “selvaggi” amanti del comontismo.

LA RIVOLUZIONE SARÀ UNA FESTA, NON DI POCHE ORE, MA PER LA VITA.

LA FESTA DELL’UMANITÀ NON PUÒ CHE ESSERE LA RIVOLUZIONE PROLETARIA

La società del capitale si fonda sul lavoro.
Il lavoro significa MORALE, NOIA, SPERANZA, ISOLAMENTO.
La MORALE è quella della repressione, del profitto, del successo.
Repressione di ciò che di umano è negli uomini.
Profitto che nasce dal rapporto schiavi-schiavisti, merci umane-mercanti di umanità, forza lavoro-capitale.
Successo nel bel mondo degli stronzi, per essere infine i carabinieri delle proprie emozioni, gli strozzini dei propri desideri, gli spacciatori della propria infelicità opulenta venduta e contrabbandata come divertimento, come necessità.
La NOIA è quella dei quotidiani suicidi: il trionfo della disfatta, delle viltà, dell’amore bavoso che significa sesso represso, del sesso che significa economia e politica del quotidiano, per il mantenimento del DIO-DENARO, della PATRIA-MERCE, della FAMIGLIA-SPETTACOLO.
La SPERANZA è ciò che voi vi ingegnate di estrarre dalla vostra vita, rinsecchita miniera della miseria, il piacere ad ore fisse, in modi fissi, per ottenere risultati soliti, fissi e fessi.
L’ISOLAMENTO è la cella di punizione della falsa amicizia, dello squallore posto come immotivato orgoglio, della solitudine spacciata per autonomia, dell’indifferenza creduta “libertà”, del noioso coppiettismo con l’illusione di amare, dell’apatia inguaribile, del “lavoro politico” come lavoro.

COMPAGNI,
la nostra esistenza è sotto il minimo che l’essere uomini richiede. Imparaiamo il RISCHIO del vivere e l’AVVENTURA del lottare: unica possibilità per non essere tombe viventi, pagine malscritte di una inutile storia.

COMPAGNI,
ogni festa che non giunga alla TOTALITà (così come è per l’odierno spettacolo) è la pallida e farsesca traduzione infedele di quel reale BISOGNO di festa senza fine né limiti che tutti coviamo come il progetto più amato e più odioso al capitale che ci vorrebbe sempre attori dei suoi miserandi, scontati, inapplaudibili avanspettacoli.

COMPAGNI,
il falso mistero del come essere uomini sta per essere svelato! Il comunismo reale (= COMONTISMO) inizia a vivere nella ribellione profondamente umana e radicale di MOLTI, per essere l’umanità radicale e profonda di TUTTI.

COMPAGNI,
stiamo imparando sulla nostra pelle che la libertà dalla MERCE-MERDA si esprime nella frenesia di tutti per vivere liberi, sfrenati, incontenibili e quindi CRIMINALI contro la normalità del sistema ed il sistema delle normalità.

COMPAGNI,
trasformiamo lo spettacolo di questa sera in una NOSTRA FESTA
PRATICHIAMO SUBITO L’ORGIA DELLA RIVOLUZIONE poiché questo è il solo modo per VIVERE così come vogliamo, così quanto sappiamo.

CONTRO LA POLIZIA DELLA NOIA CAPITALISTA c’è soltanto
IL CRIMINE DEL PIACERE GENERALIZZATO.

alcuni “selvaggi” amanti del comontismo

To, Palasport, 3.11.73

Volantino anticarcerario (Torino, 30/7/1973)

Il volantino riprende un articolo di giornale su una rivolta nel carcere romano di Regina Coeli, e vi aggiunge considerazioni scritte oltre che il detournamento di parte di un fumetto ambientato in carcere. Ciclostilato in proprio a Torino in Corso Regina 24.

CARCERE dentro… CARCERE fuori… FUORI DAL CARCERE!

Documento dell’estate del 1973 di cui resta la seguente testimonianza: «Lo scrivemmo con Mario Moro e lo facemmo entrare clandestinamente alle Nuove nel fondo di una teglia di lasagne, ma molto probabilmente finì repentinamente nel cesso della cella, le lasagne però furono molto apprezzate. Credo che si possa considerare l’ultimo volantino con riferimento a comontismo. Diffusione zero.» (Sergio Serrao)

Note di storia contemporanea

Firenze, 25 marzo 1972. Bozza dell’articolo che comparirà con qualche modifica sul numero di Comontismo, con il titolo ‟Note di preistoria contemporanea”.

NOTE DI STORIA CONTEMPORANEA

Fare una genealogia del comontismo non ci interessa certo per riaffermare una continuità, ma anzi per mostrare come esso nasca proprio dalla necessità cosciente di una rottura con il passato in un superamento che, riconquistando i contenuti positivi, rinneghi le forme alienate in cui si manifestavano. In questo senso la risposta alla domanda chi “siamo” non è determinata in noi dall’esigenza di definirci come un “ismo” tra i tanti, merce ideologica più o meno nuova sul mercato del consumismo, e quindi di rivendicare novità sconvolgenti all’interno di vetuste tradizioni, ma dall’esigenza di chiarire cosa effettivamente significhi per noi il superamento di un passato recente che abbiamo vissuto in favore non di una “nuova” ideologia, ma di una riaffermazione coerentemente vissuta della teoria proletaria.
Poiché, se da una parte la critica di cui siamo i portatori riconosce come universalmente validi tutta quella serie di contenuti che la rivoluzione ha saputo esprimere di sé nel passato, e quindi riafferma di fatto la continuità ininterrotta della coerenza della teoria proletaria, d’altro lato il rifiuto delle forme in cui questi ideologicamente furono espressi (e che di fatto erano forme di contenuti opposti), produce una rottura cosciente coll’universo della politica, che altro non è se non produzione di merci ideologiche all’interno di strutture oggettivamente capitalistiche, e quindi il rifiuto di ogni continuità con il passato che ci ha preceduti, e di cui abbiamo fatto parte.

Le origini immediate di Comontismo risalgono, in generale, a tutti quei gruppi che genericamente si definirono, e furono definiti, consigliari. Genericamente poiché con i Consigli storicamente intesi ben poco dl fatto ebbero in comune, nella misura in cui le teorie che vi si affermavano, benché indicassero nei Consigli la forma storica dell’organizzazione del proletariato moderno, e di fatto la possibilità pratica dell’autogestione della società da parte dei proletari stessi, andavano poi ben al di là della semplice affermazione della tematica consiliare, anzi ne erano di fatto la negazione radicale, poiché aspiravano in realtà a forme di espressione ben più evolute e coscienti.
Di fatto però l’ambiguità fu mantenuta sino alle sue estreme conseguenze, poiché, se da una parte si riconosceva l’inadeguatezza della forma Consiglio rispetto elle esigenze della rivoluzione, e se ne vedeva quindi l’intrinseco significato recuperatorio, d’altra parte ne veniva riaffermata la necessità schematica poiché non si era in grado di praticare realmente i contenuti che si intuiva andarne oltre, e si preferiva quindi l’ideologia dei modelli formali alla praticità dei contenuti teorici e alle conseguenze che essi imponevano.
A questo proposito si impone come necessario un chiarimento minimo su cosa abbia effettivamente significato l’esperienza consigliare, prima ancora che per noi, in sé.

I Consigli proletari sono stati, all’interno della dinamica delle lotte anticapitaliste che sconvolsero l’Europa dagli inizi del 1900 sino alla caduta del Repubblica Bavarese dei Consigli, la prima forma teorico-pratica di organizzazione autonoma del proletariato come classe per sé. In quanto tale, loro presupposto fondamentale fa l’abolizione immediata, all’interno dell’organizzazione rivoluzionaria che allora per la prima volta si dava in forma cosciente, della reificazione capitalista fondata sulla divisione pratica delle funzioni.
Infatti il coniglio proletario nasce come momento autonomo unificante in cui si fondono dialetticamente, prima, all’interno della lotta, la funzione direttiva e quella esecutiva, il momento politico e quello economico, come conciliazione e superamento dell’antitesi tra scopo immediato e scopo finale; poi, all’interno della dittatura proletaria, il momento esecutivo con quello direttivo e legislativo, come conciliazione definitiva di funzioni non più separate, ma dialetticamente complementari e compresenti. In questo senso il consiglio rappresenta la prima forma autenticamente vissuta dagli scopi reali della rivoluzione: l’abolizione della divisione del lavoro, la riunificazione delle funzioni e il superamento della falsa antitesi voluta dal capitale tra “individui autonomi” e comunità sociale.
Il che, in altri termini, significa che il proletariato, nella misura in cui raggiungeva coscienza di sé all’interno della lotta, divenuta finalmente rivoluzionaria, esprimeva immediatamente come per sé necessaria l’esigenza di una comunità d’azione autenticamente proletaria, che risolvesse al proprio interno le contraddizioni del capitale, ponendosi contemporaneamente come momento di lotta autonoma e come superamento già in sé configurato della comunità reificata del capitale.
Ma nei Consigli ciò che contraddiceva a questo principio in maniera palese era, paradossalmente, proprio la forma storica del Consiglio stesso. Infatti essa, pur nascendo in seguito ad un’esigenza universalmente reale, restava comunque sul terreno del capitale, nella misura in cui poneva ancora il superamento nel regno del quantitativo più che in quello del qualitativo. Rispetto infatti alle esperienze burocratiche (dalla II Internazionale fino alle degenerazioni leniniste) che ancora vedevano la divisione tre essere e coscienza come necessaria ai fini della “lotta”, il Consiglio si poneva più come un allargamento quantitativo del principio democratico, che come un’estensione qualitativa del concetto di comunità.
Infatti si pensava che un’estensione della pratica di democrazia all’interno delle strutture organizzative avrebbe significato un sicuro baluardo alle infiltrazioni del pensiero borghese, dimenticando palesemente che la democrazia è un terreno borghese per definizione. Infatti essa nasce come risposta reificata alle esigenze di comunità autonomizzata, ponendo queste stesse sul terreno dello spettacolo vanificato di sé, in cui l’apparenza della comunità non é altro che la copertura reale dell’interiorizzazione divenuta cosciente del proprio sfruttamento, all’interno di strutture volte a pianificarlo e a mantenerlo.
In questo senso il Consiglio nasceva già in forma storicamente predeterminata e, in quanto tale, ebbe dalla storia la verifica della propria inadeguatezza rispetto al compito che si poneva.
La sconfitta dei Soviet all’interno dello stato bolscevico, dei consigli tedeschi a Berlino e a Monaco, è una conferma storicamente autentica della drammaticità di questo ritardo. Ciò permise, in ultima analisi, che i Consigli, da momento autonomo dell’organizzazione del proletariato, divenissero di fatto momento fondamentale del suo recupero e della sua sconfitta.
Da forma primitiva del superamento dell’ordine reificato del capitale, essi divennero forma definitiva del loro opposto, cioè dell’organizzazione del capitale stesso, nella sua fase più avanzata. In questo modo di Consigli oggi possono liberamente blaterare dalla Sinistra Nazionale (fascista) al recupero più avanzato: Manifesto e Potere Operaio.
La teoria dei Consigli ebbe comunque in Ludd e nell’OC una funzione puramente schematica, in quanto non fu mai organicamente connessa con la critica che in essi si praticava, e più che rappresentarne una conseguenza coerente, ne era il risvolto ideologico.

Al di là della tematica consiliare, Ludd rappresentò invece un tentativo, per altro ancora incoerente, di riscoprire e rendere cosciente il vero significato della rivoluzione moderna, riprendendo l’eredità del pensiero rivoluzionario che, nel frattempo, l’organizzazione del recupero istituzionale aveva cercato di occultare in ogni modo. Alla base della critica di Ludd restava come fondamento il riconoscere la coscienza (nel senso di possibilità oggettiva) come momento inseparabile della prassi, in quanto soggetto di essa, e quindi inconciliabile con ogni separazione (coscienza-proletariato, partito-masse, economia-politica).
Il che significa ricollocare il proletariato al centro del movimento che riconduce alla totalità, negando nella prassi tutti quei momenti fittizi che traggono origine proprio dalla parzialità (avanguardie & partiti).
In questo senso andava rifatta una lettura di Marx, attraverso le esperienze della Luxemburg, Korsch, Lukacs, fino a giungere alla tematica di Socialisme ou Barbarie, e alla identificazione dell’autogestione cosciente come momento di unificazione della classe. Ludd non poteva che negare la validità di qualsiasi esperienza che, non andando al di là della parzialità imposta dal capitale come momento necessario della produzione, teorizzasse la separazione come momento “necessario” dell’organizzazione, contrapponendo a ciò l’esigenza della riunificazione del proletariato non più come oggetto dell’organizzazione, ma come soggetto della propria emancipazione.
In questo senso il contributo dell’Internazionale Situazionista fu determinante, in quanto permise di individuare nella quotidianità immediata del mondo delle merci il momento fondamentale della lotta, che, non più rimandata ai massimi sistemi, diventa processo continuo, sviluppandosi dalla vita immediata degli individui, fino a ricongiungersi nella totalità dell’uomo, e della vita che prevale sull’inumano dell’alienazione del capitale.
Per cui le leggi indiscutibili della realtà mercificata, accettate come insostituibili presupposti di ogni sopravvivenza, a cui ossequienti si inchinarono generazioni di “comunisti”, non sono che i legami che la vita deve abbattere per potersi finalmente affermare.
All’interno di questa critica ogni tentativo di riportare la rivoluzione al livello dei suoi ritardi storici (dall’URSS alla Cina di Mao) assume il significato di riproduzione ideologica della realtà, mentre si riscoprono nella criminale sfrenatezza delle rivolte moderne le vere caratteristiche del movimento. La riscoperta della totalità, come momento fondamentale della lotta che distrugge il potere del capitale sulla vita, significa inevitabilmente la negazione di ogni politica all’interno dell’organizzazione del proletariato, in quanto politica è, per definizione, il terreno delle separazioni gestite e subite, mentre la lotta nasce appunto dalla riunificazione cosciente di ciò che la realtà impone come separato ed inconciliabile.

In Ludd queste affermazioni restarono però al livello di potenzialità inespresse, nella misura in cui non trovarono mai gli sbocchi pratici che le rendessero operanti nella realtà. In questo senso la critica, divenuta formale, poté spesso trasformarsi nel suo opposto apparente: i “Ludditi” da distruttori dell’universo reificato delle macchine, poterono diventare senza rottura di continuità difensori “radicali” del loro possesso.
Ludd, nonostante la critica della politica e dell’ideologia dominanti, restò un gruppo sostanzialmente politico e, in quanto tale, la teoria praticata restò nel campo della pura ideologia autogratificante.
Infatti, non solo i rapporti tra gli individui restarono al livello dell’inesistenza offerta dall’inorganicità del capitale, ma, di conseguenza, anche la capacità di incidere aggressivamente la realtà rimase al livello di potenzialià inespressa, e, non a caso, Ludd fu «storicamente» del tutto inesistente.1
Per questo i comontisti, se da una parte rivendicano la continuità dei contenuti della teoria, d’altra parte affermano la sostanziale rottura con una realtà, che, se da una parte seppe riaffermarne la validità, dall’altra non trovò mai in sé la volontà di praticarne le conseguenze.
Infatti la possibilità di esistenza di una reale comunità d’azione effettivamente operante passa attraverso la negazione di qualsiasi esperienza parziale, per porsi immediatamente come punto di unificazione coerente in cui tutti i momenti della critica rivoluzionaria trovano la loro sintesi dialettica nella pratica di una comunità di individui, la cui esistenza è già in sé la negazione della reificazione del capitale.
Solo all’interno della comunità infatti vengono abolite realmente le differenze teorico-pratiche immediate della realtà oggettiva, mentre si riscopre positivamente l’unità come momento fondamentale della totalità.
Comunità intesa sia come finalità del movimento rivoluzionario, che come struttura immediata della lotta, quindi come riunificazione totale tra immediatezza pratica e finalità teorica.
Solo in questo senso all’interno del comontismo non può esistere né politica né ideologia, mentre la lotta a queste realtà del capitale diventa momento fondamentale del rovesciamento del presente e della sua distruzione positiva.

Lo scopo di questo articolo è limitato ad una parziale esposizione di alcuni di momenti fondamentali del nostro passato (Ludd & OC), e non può andare al di là di questo suo compito. Sui vari argomenti che qui sono appena accennati non è possibile in quest’ambito pronunciarsi se non in modo evidentemente generico. Sarà comunque compito della nostra pratica riaffermare e riscoprire nella realtà quei contenuti di cui ci riconosciamo in teoria i portatori coerenti.

NOTA

– Anche l’OC, che per altro cercò di andare al di là dell’inesistenza pratica Ludd, restò prigioniera delle medesime contraddizioni (anche se apparentemente opposte), riproducendo al proprio interno la dinamica di un gruppo militante, più che quella veramente nuova di una comunità agente.

Firenze 25 Marzo 1972

Ognuno per sé

Volantino prodotto a Torino (Via Giacosa 4 – 20/2/1973) in polemica con Lotta Continua. La ricostruzione della vicenda è nella pagina del documento “Carello, i provocatori, i carabinieri e i comontisti”.

«L’opportunismo di Lotta Continua e i suoi metodi stalinisti servono unicamente a dimostrare la sua sostanziale identità con il PCI: lo stalinismo che li accomuna al di là di slogan e programmi formalmente differenti nulla ha a che fare con il comunismo, la cui realizzazione implica che vengano spazzate via queste vestigia di 50 anni di controrivoluzione. Il movimento reale del proletariato, superando i suoi limiti, saprà ricacciare queste organizzazioni nelle pattumiere della storia in cui non si rassegnano a restare.»

ENNESIMO COMUNICATO. I comontisti non esistono più

Firmato “Alcuni di coloro che furono i comontisti e che ancora combattono per il comontismo”. Milano, 18 febbraio 1973.

ENNESIMO COMUNICATO

I Comontisti non esistono più. Coloro che a suo tempo si autonominarono tali, resisi conto che la loro pratica non aveva la coerenza che definirsi comontisti (il che stava ad indicare che la loro vita era la realizzazione essenziale del comunismo reale) presupponeva, e che – d’altronde – il comontismo, come teoria rivoluzionaria, è il patrimonio di tutti coloro che in ogni parte del mondo, aldilà delle etichette, lottano contro tutte le alienazioni unitariamente, rifiutano ogni ulteriore continuità a comontismo in quanto gruppo politico (perché tale è stato più ancora che sul piano pubblico, nella coscienza medesima dei suoi costitutori) riaffermando il comontismo unicamente come teoria, indipendente da questa o da quella persona, ed in sintonia soltanto col movimento della storia.
In relazione a ciò ogni questione che riguardi la questione dell’appartenenza o meno di chicchessia al gruppo comontista si può riferire, semmai, solo al passato: per il presente nessuno che abbia compreso il senso dell’eversione proletaria si definisce più appartenente a questo gruppo e la questione cade da sé.
Due avvertimenti: non per questo con la putrefazione di quest’altro racket i comontisti non esistono più. Essi sono dovunque vi è violenza anticapitalista, riconquista del senso della vita, qualunque sia il nome che i proletari assumono.
E poi: non ci si illuda che per la dissoluzione dell’unità ideologica che li aveva finora tenuti assieme, i singoli ex-comontisti, come tutti gli altri coerenti eversori, siano più esposti che in passato alle calunnie ed alle provocazioni. Pronti alla dimostrazione de facto, nel malaugurato caso.
Va da sé che queste precisazioni sono destinate soltanto ai […] senza fantasia delle diverse cosche politiche: i proletari coscienti hanno ben altre (e più festose) cose per il capo e per le mani.

Alcuni di coloro che furono i comontisti e che ancora combattono per il comontismo

Carello, i provocatori, i carabinieri e i comontisti. Alla redazione di “Lotta Continua”

In seguito agli arresti relativi al sequestro Carello, il 16 febbraio 1973 il giornale Lotta Continua pubblica un articolo calunnioso che dipinge i comontisti come «una banda di provocatori, nutriti e sostenuti dalla polizia. Più concretamente, questi banditi da strapazzo sono stati costantemente allontanati – coi metodi più persuasivi, come si meritano – dai cortei proletari, dai cancelli delle fabbriche di Torino, e, nel ’71, da una piazza di Pisa, dove avevano cercato di trasferire le proprie provocazioni, a suon di schiaffi dei compagni netturbini.»

“I comontisti, ed altri compagni amanti della verità” inviano questo documento alla redazione, con la nota: «Esigiamo che questa smentita venga pubblicata in toto nel vostro giornale.» La smentita non sarà pubblicata e il 17 febbraio un gruppo di comontisti si reca di persona alla sede di Lotta Continua di Torino. La vicenda è ripresa anche nel volantino “Ognuno per sé”.

In calce al documento, una ricostruzione dei fatti.

ALLA REDAZIONE DI “LOTTA CONTINUA”CARELLO, I PROVOCATORI, I CARABINIERI E I COMONTISTI

Dopo la lettura dell’articolo in seconda pagina del numero del 16 febbraio del vostro giornale a titolo “Chi sono i comontisti”, chiediamo che venga pubblicato quanto segue:

1. Pur solidarizzando con i compagni Dorigo e Piantamore (in merito ai quali abbiamo diffuso anche a voi un comunicato stampa non pubblicato sinora), dobbiamo chiarire che mai essi si dichiararono o furono dichiarati consiliari o comontisti.

Ciò che è stato da voi scritto sui comontisti e l’affermazione, come fosse un dato da voi appurato, che i due arrestati «… fanno parte… del gruppo dei “comonstisti”…» non può avere altro significato che di propalare una falsità, già scritta dalla cosiddetta “stampa di informazione”, accusandoli quindi di essere “provocatori” e “sacrificandoli” per salvaguardare il prestigio (?) della vostra organizzazione.

2. Riguardo alle documentazioni che, dite, da tre anni L.C. ed altre organizzazioni avrebbero fornito intorno ai “nutrimenti” dati dalla polizia ai comontisti e sui rapporti con elementi fascisti, MAI, benché ripetutamente e pubblicamente da noi richiesto, è emerso alcun fatto né tantomeno prova. Ancora una volta vi chiediamo di motivare realmente, e non su basi calunniose, tutto ciò a livello di PUBBLICA ASSEMBLEA o comunque di inchiesta di PUBBLICO dominio.

3. Il metodo della calunnia sistematica da voi applicato non può non accomunarvi alle pratiche deliranti di Avanguardia Operaia nonché del PCI che quotidianamente ne fa uso contro voi stessi ed altri.

4. Quanto ai “banditi da strapazzo”, termine da voi usato per denigrare l’azione di sinceri rivoluzionari, esso qualifica chi lo usa. Ed inoltre è in palese contraddizione con altri testi da voi pubblicati, come “I dannati della terra”, o da voi apprezzati come “L’evasione impossibile” del compagno Sante Notarnicola che, secondo il vostro articolo, dovrebbe essere considerato come un provocatore (o come un ex-provocatore riabilitatosi?).

5. Se in effetti in passato abbiamo partecipato a cortei in cui talora ci siamo scontrati anche fisicamente con militanti di varia appartenenza sulla base di una diversa concezione della violenza e del suo uso rivoluzionario, ormai da lungo tempo abbiamo abbandonato tali pratiche, poiché consideriamo questi momenti ininteressanti per la lotta di classe perché innocui e difensivi, pronti comunque a ritornare sulle piazze e nelle strade tutte le volte che pensiamo possa esservi uno scontro favorevole al proletariato ed alla sua crescita rivoluzionaria.

6. A Pisa vi fu tempo fa uno scontro, ma unicamente tra quattro notri compagni e decine di militanti di L.C., scontro generato da scritte murali da noi fatte a favore della rivolta delle Nuove (per cui due compagni sono stati condannati dalla pretura di Pisa) e per cartelli in difesa del compagno Mario Rossi, mentre i militanti di L.C. dicevano che ciò era provocatorio e Floris un “lavoratore”, mentre noi lo consideravamo un difensore, sia pure oggettivo, del capitale e della morte sociale.

7. Fra i comontisti non esistono anarchici, in quanto nulla abbiamo a che spartire con  tali ideologie, non esistono ex-fascisti ma solo qualche compagno (in numero assolutamente irrisorio) vittima a suo tempo di ideologie adolescenziali e familiari (come altri furono vittima di altre ideologie turpi quali quella cattolica etc.) da MOLTISSIMO TEMPO E PROVATAMENTE abbandonate e derise; non esistono peraltro drogati abituali poiché respingiamo come capitalista il concetto stesso di “droga” e mai esaltammo la tossicomania, che anzi consideriamo un’ideologia borghese, al pari della famiglia, dell’alcolmania, etc.; né tantomeno esistono ricattati dalla polizia ed anzi possiamo sostenere che tutti i nostri compagni e tutti i nostri amici hanno sempre avuto negli svariati processi una condotta di assoluta non collaborazione e di difesa rivoluzionaria.

8. Abbiamo ripetutamente fatto un discorso teorico sulla teppa e sul cosiddetto “crimine” che può essere compreso e valutato solo nel suo contesto generale.

9. Con i fascisti (Avanguardia Nazionale o altro) abbiamo avuto sempre e solo dei rapporti di scontro nelle piazze e nelle strade, come è facilmente comprovabile. Mai alcun altro rapporto è intercorso. Invece dovemmo occuparci del Fronte Nazionale per sventare, castigando loro e la loro immonda sede torinese, una provocazione da loro tentata nei confronti di un gruppo di “Comunisti Libertari” e di altri militanti generici, tra cui anche operai e simpatizzanti di L.C. (documentato su Acheronte n° 2, 1971).

10. Sui volantini “decorati di donnine nude”, è vero che vari nostri testi furono diffusi e lo vengono tuttora ANCHE di fronte alle fabbriche (ma non solo). Mai alcun “mal ce ne incolse” (anche perché talora erano diffusi dagli stessi operai che evidentemente giudicavano diversamente i problemi sessuali dai redattori di L.C.).

11. È ASSOLUTAMENTE FALSO che tali Franco Margaglio e Franco Stangalini, da voi attribuitici come nostri compagni, siano mai stati consiliari o comontisti. Non solo, ma (e ciò ci pare significativo delle vostre documentazioni) nessun nostro compagno li conosce o li ha SENTITI nominare. Non li conosciamo NEPPURE come fascisti. Sta al vostro senso di chiarezza dare informazioni, utili anche a noi, su costoro.

12. Non abbiamo contatti “finanziari” con nessuno, né a SINISTRA, né tantomeno a DESTRA. Se L.C. ne sa qualcosa lo dica documentando; se invece intende sapere come ciascuno di noi vive si formi un gruppo di compagni, non solo di L.C. ma anche di Potere Operaio etc., che ce lo venga a richiedere direttamente. Siamo pronti a dare tutte le risposte necessarie. (Il fatto stesso che voi siate costretti ad ammettere che perlopiù i nostri testi sono ciclostilati è in palese contraddizione con la nostra presunta ma inesistente “ricchezza”!).

13. I nostri interventi contro giudici ed altri ideologi del capitale (ammantati di sinistrismo) all’Unione Culturale e altrove al fine di tacitarli, capiamo benissimo che a voi non piacciano. Ciò non giustifica ASSOLUTAMENTE la vostra affermazione che fossimo protetti dalla polizia, anche in considerazione di tutti i processi che ci sono piovuti e ci stanno piovendo addosso.

14. Il mutamento di denominazione da Organizzazione Consiliare a “Comontismo” è dovuto, non a motivi tattici più o meno biechi, ma ad una precisa critica teorica del consiliarismo, come è AMPIAMENTE DOCUMENTATO dai nostri testi.

Sul resto nulla da dire, visto che sono puri e semplici insulti.

i comontisti, ed altri compagni amanti della verità.

(non ci sembra il caso di mettere nomi e cognomi per questioni di prudenza, ma in separata sede siamo anche disposti a darvi i nomi dei firmatari di questo testo, anche dei molti non comontisti di nome).

NOTA PER I REDATTORI DI L.C.

Esigiamo che questa smentita venga pubblicata in toto nel vostro giornale.

Non amiamo rifarci, anche se possibile, alle leggi borghesi sulla stampa; ma nel caso vi rifiutiate di pubblicarla dovremo reagire con tutti i mezzi che riterremo opportuni. Voi siete caduti nella provocazione di “La stampa” etc.; noi non intendiamo accettare assolutamente tutto ciò.

Mercoledì 3 gennaio 1973 «Antonio Carello, di 21 anni, nipote di Fausto, il noto industriale torinese morto alcuni mesi fa e che aveva dato il proprio nome alla notissima fabbrica di fari e accessori per auto che occupa 1500 persone, è stato rapito e rilasciato dopo ventiquattro ore da malviventi che hanno chiesto e ottenuto un riscatto di 100 milioni.» (L’Unità, 5/1/1973)

Il giovane, detto Tony, abita in una lussuasa villa a Pino Torinese, «frequenta il primo anno di università ed è particolarmente noto nella “Torino bene” per la sua passione automobilistica. Sono molti infatti i “rallies” cui ha partecipato in coppia con suo fratello.» Ha raccontato di aver ricevuto una telefonata da una sconosciuta che lo invitava a casa sua e, recandosi all’appuntamento, in Strada Rosero è stato fermato da due uomini incappucciati che lo hanno legato, imbavagliato e chiuso in un furgone. Come ricorda L’Unità, si tratta del «primo caso di sequestro a scopo di estorsione che si sia verificato a Torino».

QUI LA TRASCRIZIONE DI PARTE DELL’ARTICOLO de La Stampa

Il 13 febbraio 1973 vengono arrestati Giorgio Piantamore, 21 anni, e Luciano Dorigo, 22 anni. Inizialmente il Gazzettino del Piemonte delle 12,30 e il Telegiornale delle 13:30, riportando indiscrezioni dei carabinieri, dice che sono militanti di Lotta Continua, anche se i CC nella conferenza stampa delle 17,00 lo negano. In quel periodo erano innumerevoli le azioni repressive e proprio in quei giorni, sempre a Torino, erano appena stati arrestati vari componenti di Lotta Continua. Il 27 gennaio 1973, al termine di una manifestazione contro le provocazioni fasciste nel capoluogo piemontese, il corteo si sposta in corso Francia 19, davanti alla sede dell’MSI, e la celere apre il fuoco. Il bilancio è di due giovani militanti di Lotta Continua, Luigi Manconi (responsabile del servizio d’ordine) ed Eleonora Aromando, feriti da arma da fuoco, 25 mandati di cattura e decine di perquisizioni. Guido Viale è arrestato il giorno dopo al termine della conferenza stampa.

Il giornale Lotta Continua pubblica pubblica alcuni articoli riguardanti gli arresti per il sequestro Carello, tra cui:

Il processo inizia il 2 ottobre del 1973. Come riporta l’articolo – calunnioso e tendente a screditare i due imputati come criminali comuni – del giornale L’Unità, «alla fine dell’interrogatorio Giorgio Piantamore ha cavato di tasca un foglio e ha letto una dichiarazione nella quale si presenta come un paladino dei poveri che toglie il denaro ai ricchi per distribuirlo equamente ed e arrivato a sostenere che “tutti i delinquenti comuni sono detenuti politici perché contestano iI sistema”.»

Agli sciacalli di “Avanguardia operaia”

Volantino con appunti firmato “un gruppo di rivoluzionari incazzati e decisi a sventare con i fatti ogni ulteriore provocazione”. Senza data e luogo, quasi di certo Milano nel dicembre 1972.

vedi anche:
Avere per fine la verità pratica
Comunicato comontista contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia.

Comunicato ai proletari
Volantino contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia.

Agli sciacalli di “AVANGUARDIA OPERAIA”

Pur essendo a conoscenza dell’odiosa provocazione da voi ordita in seguito al tentativo di alcuni rivoluzionari di trasformare in effettivo attacco anticapitalista il rituale istituzionalizzato del 12 dicembre, non abbiamo ritenuto interessante smentire le grossolane calunnie diffuse attraverso il vostro giornale, coscienti che esso si rivolge ad un inoffensivo pubblico di studenti ed ad una tribuna di operai in cerca di qualificazione burocratica, i quali tutti insieme poco hanno a che spartire con la moderna rivoluzione proletaria.

Nei momenti di scontro reale, come è parzialmente avvenuto a Milano, risulta sempre più evidente l’interesse materiale e ben specifico che la vostra e analoghe bande hanno nel cercare di reprimere, screditandoli, tutti quegli individui che, rifiutando strutture organicamente e coscientemente all’interno delle caratteristiche peculiari del capitale, sono, proprio per questo, capaci di comunicare il proprio slancio rivoluzionario a tutti quelli che sono disposti a criticare il proprio grigio ruolo di servi della milizia, di militanti della servitù.

Non a caso, fra le persone che si sono riconosciute anche per pochi attimi nella gioiosa antilegalità del 12 dicembre, vi erano dei militanti di A.O., subito duramente redarguiti dai loro padroni, che ben capivano il pericolo (per loro stessi) dell’autonoma radicalità, della nascente comunità di azione: senza dubbio il pericolo maggiore per ogni burocrazia è che gli individui prendano coscienza della propria voglia di vivere e della necessità di manifestarla.

La critica al potere della burocrazie è in pari tempo la critica all’inerzia delle leggi del capitale, inerzia che, devitalizzando e riducendo l’uomo a puro strumento del processo di riproduzione dell’esistente, esclude l’umanità dalla vita, istituisce il dominio marmoreo dell’inorganica, sancisce il dominio della morte.

Non contenti delle becere calunnie del vostro organo ufficiale, avete creduto opportuno cercar di diffondere ulteriormente le vostre menzogne attraverso l’”Espresso”, mercato nazionale delle merci ideologiche dei più disparati rackets della “sinistra” parlamentare ed extra, ma non riuscivate a veder riprodotte tutte le vostre infami delazioni, forse per quel certo senso di pudore borghese accortamente usato dal questo giornale.

Una presa di posizione si rende ora necessaria nel momento in cui le menzogne da voi diffuse assumono un preciso significato delatorio perché tendenti ad attribuire ai comontisti, rivoluzionari ostinatamente perseguitati dalla polizia, la responsabilità personale di determinate azioni radicali.

Contemporaneamente tali menzogne diventano calunniatorie in quanto a queste azioni, e a coloro che in esse si riconoscono, viene attribuita per scopi bassamente “politici” una matrice fascista ed antiproletaria.

I rivoluzionari sono proletari, non popolo.

Crepate in fretta.

Firmato: un gruppo di rivoluzionari incazzati e decisi a sventare con i fatti ogni ulteriore provocazione.

Comunicato ai proletari

Volantino comontista contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia a proposito della manifestazione del 12 dicembre 1972 a Milano. Senza data e luogo, quasi di certo Milano nel dicembre 1972.

vedi anche: 
Agli sciacalli di “Avanguardia operaia”
Volantino (e appunti) contro Avanguardia operaia

Avere per fine la verità pratica 
Comunicato comontista contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia

COMUNICATO AI PROLETARI

È noto ad ogni sincero proletario come l’odio e la calunnia abbiano sempre seguito da vicino ogni attività effettivamente rivoluzionaria.
Pertanto noi comontisti non ci siamo mai stupiti, e nemmeno rammaricati, che tale sorte fosse pure a noi riservata, traendo anzi da ciò ulteriore stimolo per radicalizzare ulteriormente le nostre pratiche.
Ma siamo anche ben coscienti del fatto che la calunnia e la delazione vogliono raggiungere il risultato di ostacolare, se non soffocare, la nostra attività anche fisicamente, quando non poliziescamente e penalmente.
E siamo altrettanto coscienti che questi metodi, fatto ben più grave, hanno il fine preciso e politico di frastornare i proletari e di mortificarne la rabbia gettando discredito sulla violenza antilavorativa e antisociale e creando cordoni sanitari intorno alle forze fattualmente rivoluzionarie; si intende così calunniare il comunismo reale per fornirne in suo luogo una immagine burocratica, produttivistica, autoritaria e noiosa.
Pertanto smascherare calunnie e calunniatori è indispensabile, soprattutto per bloccarne il fine politico, in specie quando menzogne e/o delazioni raggiungono una virulenza ed una vastità di diffusione tali da poter essere realmente (cioè sul terreno dello scontro di classe e non al livello di amministrazione di ideologie) di ostacolo e di danno all’espandersi delle pratiche rivoluzionarie.
Per quanto riguarda noi comontisti, ciò è avvenuto quando l’Espresso ha ripreso un articolo apparso su Avanguardia Operaia, organo di un omonimo gruppo che opera sul mercato dell’ideologia falsamente “estremista”. In tale articolo costoro, che furono tra i primi diffusori di calunnie nei nostri confronti, ripetono stancamente, anche se con particolare violenza, le consuete accuse: cioè di manifestare una violenza irresponsabile e di essere quindi una congrega di provocatori, nonché pagati dalle questure, fascisti, drogati (!?), agenti di polizia, spie, etc., costituitasi in gruppo (?), tal “COMMONTISMO” (?). E di aver agito in quanto tali in occasione dei tumulti proletari del 12 dicembre scorso a Milano.
La gravità, oltre alla particolare stupidità di tali calunnie non è superiore a quella manifestatasi in altre occasioni; tuttavia tre motivi ci spingono a prendere per la prima volta pubblicamente posizione contro di esse:
– la pubblicità data alle calunnie da un giornale della diffusione de l’Espresso ci impone di prendere pubblicamente (nel senso: a livello di pubblica opinione) la parola contro i calunniatori.
– vogliamo evitare che si crei intorno ai comontisti quel clima di linciaggio morale che rese il gruppo “XXII Marzo”, e Valpreda in particolare, facili bersagli di una reale provocazione poliziesca.
– vogliamo rendere chiaro come i metodi stalinisti usati da quelle organizzazioni, sedicenti rivoluzionarie, che vivono la logica del racket, rivelino la loro collocazione antirivoluzionaria, poiché ripropongono rapporti essenzialmente capitalisti, cioè di tipo mafioso, per cui la calunnia e la delazione divengono strumenti fondamentali.
Sarà compito di tutti gruppi e di tutti i compagni singoli che non condividono questo tipo di pratiche anticomuniste e tendenti a gettare calunnie nei confronti non solo di alcuni rivoluzionari, ma della rivoluzione stessa, prendere pubblica posizione, sia dando risalto al nostro comunicato, sia mettendo sotto accusa la logica della diffamazione ed i loro diffusori.
D’altra parte, nella misura in cui siamo assolutamente CERTI della coerenza e trasparenza rivoluzionaria dei nostri compagni ed altrettanto CERTI della malafede dei nostri accusatori così come della infondatezza delle calunnie
– sfidiamo le organizzazioni che, ufficialmente e/o come presa di posizione del singolo militante, da anni alimentano il flusso di calunnie che ciclicamente ci investe, A DARE FINALMENTE RAGIONE DELLE LORO MENZOGNE. Questo confronto dovrà avvenire a livello di PROVE CONCRETE e di FATTI INEQUIVOCABILI. Pertanto sfidiamo costoro ad organizzare una PUBBLICA ASSEMBLEA in cui essi dovranno PROVARE (il che sappiamo già fin d’ora essere impossibile) le infami accuse contro i comontisti e/o alcuni di loro e GIUSTIFICARE la loro pratica anticomunista di delazione alle polizie, pratica che li unisce a tutti gli organi di stampa dichiaratamente borghesi e riformisti.
– Li sfidiamo, del pari, a pubblicare questo nostro comunicato sulla loro stampa.
Il loro silenzio e la loro eventuale non disponibilità su questo terreno renderà chiaro a chiunque qual è la base e quale il fine di questa grossa montatura provocatoria.
A quel punto sarà nostro piacere, e dovere di ciascun sincero proletario, ricacciare in gola ai calunniatori le loro verminose diffamazioni.
Da parte nostra, secondo la trasparenza che sinora ci è stata abituale solo con gli effettivi compagni, siamo disposti a dibattere pubblicamente ogni fatto inerente le accuse specifiche, così come stiamo approntando un opuscolo in cui tutte queste questioni (ed in specie la manovra politica che vi è sottesa) verranno organicamente affrontate, di modo che tutti i rivoluzionari (o quanto meno le persone sincere) possano essere totalmente informati, in modo da poter assumere posizione inequivoca.
D’altra parte, però, sottolineiamo il fatto che con costoro NON SIAMO DISPONIBILI ad alcun confronto politico e teorico, poiché rifiutiamo il terreno del maneggio politico e burocratico in cui essi sguazzano e poiché l’irreversibile nostro giudizio teorico sul mercato delle ideologie (anche “sinistre”), sulla loro funzione nella conservazione del dominio materiale del capitale, sulle miserie dei rackets che intendono porsi come amministratori del proletariato per fondare il LORO potere sul CONTROLLO del proletariato.
La rivoluzione sarà festa liberatoria per i proletari poiché infine i proletari si sbarazzeranno di tutti i loro persecutori, ideologi e falsi “tutori” compresi.
Da parte nostra, quindi, nessuna disponibilità al DIALOGO con i calunniatori, i burocrati mafiosi, gli ideologi di un comunismo fasullo e realmente capitalista; da parte nostra esiste solo la volontà di dimostrare una volta per tutte, ai proletari ottenebrati dalle mistificazioni e dalle ideologie, che i NOSTRI METODI NON SONO QUELLI DEI NOSTRI ACCUSATORI, che LA RIVOLUZIONE ED I RIVOLUZIONARI HANNO SEMPRE PER FINE PRATICO LA VERITÀ.

I COMONTISTI

Volantini antiscolastici

Volantini contro la scuola, Torino, ottobre 1972. I primi due, fronte/retro oppure parte di un documento più ampio, «pare costituiscano il noto volantino sulla scuola distribuito il giorno di apertura dei licei (primo ottobre?) del 1972 a Torino». (Paolo Ranieri) Gli altri due probabilmente sono fronte/retro; l’ultimo è datato 29 ottobre 1972.

 

Facciamola finita col mondo delle merci. Costruiamo la comunità umana / Hop Frog

Volantino recto/verso ciclostilato il 24 ottobre 1972 in via Ausionio a Milano, formato da “Facciamola finita col mondo delle merci. Costruiamo la comunità umana” e da “Hop Frog”.

FACCIAMOLA FINITA COL MONDO DELLE MERCI. COSTRUIAMO LA COMUNITÀ UMANA

Usciamo dai ghetti che il capitale ci costruisce attorno. La nostra passività è il cemento che ancora sostiene l’edificio barcollante. Rifiutiamo per sempre le false alternative gentilmente offerte dalla Ditta:

la politica, che altro non è se non il pubblico osceno dei capi merdosi di domani, la masturbazione perenne che nello spettacolo delle miserie generali, nasconde le nostre e ce le amministra. Usciamo dai luridi cessi dell’intellettualismo degli scemi, COMINCIAMO A VIVERE distruggendo tutte le IMMAGINI-RUOLI ed i loro amministratori “sapienti”.

la triste farsa della bara-A-DUE-O-PIù-PIAZZE, l’isolamento dei “sentimenti”, che altro non è se non l’ibernazione perpetua dei nostri desideri in ghiacciaie compiacenti. In esse, l’incapacità a riconoscere nell’altro qualcosa di più dell’OGGETTO, presupposto e prodotto essenziale dei rapporti socialmente permessi, diventa la “normalità” amministrata e coltivata.

i ghetti sessuali (femminismo, omo-etero-sessualismi…), che, nella falsa immagine di una liberazione parziale, racchiudono e soffocano la possibilità dell’emancipazione totale.

Per la disumanità del Capitale-Uomo, per l’“amore” cieco e pietrificante fra merci, l’AMORE DESIDERIO rivoluzionario è totalmente incomprensibile (non recuperabile) È IL CRIMINE DEL PIACERE E IL PIACERE DEL CRIMINE RIVOLUZIONARIO!!!

NON facciamoci più imporre i luoghi, i tempi, i modi della prassi mortale del mondo mercantile, usciamo fuori dalle nostre immagini-ruoli, ritroviamo nella CREATIVITà SFRENATA delle situazioni che sapremo e vorremo creare la ragione unica del nostro essere: IL PIACERE SFRENATO.

Troviamoci FUORI e CONTRO le scuole e i luoghi di lavoro.

Creiamo nella STRADE la NOSTRA COMUNITà, negazione violenta di quella esistente.

Solo nella continuità del rapporto rivoluzionario e nella sua realizzazione coerente sarà possibile ritrovare l’essenzialità della nostra esistenza… e … GODERNE.

HOP FROG

Il mercato delle vacche continua. Chiusi nell’immobilità di RUOLI-Bare, le MERCI-UMANE sfilano intoccabili lungo i marciapiedi. Da una parte, confezioni splendenti racchiudono il VUOTO, fra tette-coscie di plastica, chiedendo per sé il prezzo più alto, mercato permettendo. La “bellezza” estatica della MORTE raggiunge l’apice nel trionfo dell’inorganico sull’umano. Trucchi, nylon, vestiti, avvolgono in un abbraccio perenne. La carne è intoccabile (lo sarà ancora per poco). Solo l’apparenza, la forma divenuta contenuto, ha diritto di esistere in un mondo che allontana da sé la vita vedendo in essa il pericolo della sua distruzione. Dall’altra parte, i miti virili pagano la propria affermazione negando l’esistenza all’uomo, inventando il MASCHIO e conquistando nidi-tomba in cui giocare per sempre la macabra farsa dei “sentimenti”.

Oggi, l’unico rapporto permesso all’interno del regno dell’economia, è il reciproco scambio ed acquisito. La mia morte mi acquista il diritto eterno sulla tua. CREPATE finalmente vecchie baldracche & squallidi play-boy. Non ci interessano le vostre luride merci, né siamo più disposti a pagare alcun prezzo per la paraffina che vi riempie i cervelli.

Supplemento a COMONTISMO

cicl.in pr. 24.X.1972

via ausonio 8 MI

Lotta criminale – Il buon padre

Volantino anticarcerario. Al recto il testo, ribattezzato Lotta criminale, al verso il fumetto, Il buon padre. Senza data, probabilmente autunno 1972.

IL CRIMINE NON È SOLO UN PRODOTTO DELLA SOCIETÀ: INIZIA AD ESSERNE LA NEGAZIONE. IL CRIMINE NON È SOLO LA BASE DELLA CRITICA DELLA COMUNITÀ FITTIZIA DEL CAPITALE, È L’INIZIO DELL’AFFERMAZIONE DELLA COMUNITÀ REALMENTE UMANA.

Le carceri come istituzioni separate dalla società non sono altro che la proiezione dell’esistenza normale di ciascuno in una dimensione che assume i colori dell’incubo, del terrore e dell’oppressione aperta. La prigione, che il buon senso non riesce più a cogliere, se non in istanti di pazzia autentica, come parte realmente costitutiva del proprio ambiente quotidiano, può essere allora proposta dalla società come ciò che esemplarmente punisce chi non vuole più tollerarla; la paura del carcere come istituzione separata, costringe ciascuno nel carcere della famiglia e del lavoro o di tutti i loro grotteschi surrogati; è la morte quotidiana, quindi può essere spacciata e consumata come l’unica esistenza possibile. Ciò che stravolge questa malefica allucinazione è la premessa di ogni azione rivoluzionaria: IL RISCHIO DELLA PRIGIONE O DELLA MORTE NON è OGGI CHE L’AVVENTURA DELLA VITA.
Il carcere, dopo la recente ondata di sommosse che ne ha sconvolto l’andamento, è divenuto un argomento principe per chi vuole lavarsi la bocca con piagnistei sulla repressione, per chi vuole mettersi a posto una coscienza pelosa facendo rilevare le terribili condizioni di vita del carcere, illustrandole in scritti, dibattiti, films, tutti ben remunerati e di prestigio. Costoro però non dicono che I FUORI LEGGE SONO I MODERNI RIVOLUZIONARI, poiché sono già essi stessi CARCERE nella misura in cui la loro ideologia dovrebbe servire a riprodurre e far accettare tutta la miseria e tutta l’infelicità di una “vita” che è a tal punto carcerizzata da divenire ANTIUMANA.
Le parole d’ordine democratiche non incantano più nessun detenuto o fuorilegge; nessun rivoluzionario. CARCERE PIù GRANDE, MIGLIORE E PROCESSI PIù VELOCI VOGLIONO DIRE IMPRIGIONARE PIù GENTE POSSIBILE NEL MINOR TEMPO POSSIBILE.
In realtà, nessuna lotta contro il carcere ha senso se non è lotta contro la LEGGE; la lotta contro la LEGGE è la base necessaria per la distruzione dell’ordine esistente e della produzione di merci e di ideologia su cui la società è fondata.
Di fronte al dilagare della rivolta, di fronte al fatto che milioni di persone lottano contro il carcere che è ovunque, anche oltre le mura specifiche delle prigioni di stato, si scatena il tentativo di recupero. Il recupero si manifesta attraverso lo spaccio reiterato di ideologie particolari ma tutte sostanzialmente conservatrici della realtà.
L’ideologia hippy promette ai giovani la loro liberazione in quanto giovani, l’ideologia operaistica l’emancipazione degli operai in quanto tali, altre ancora promettono libertà agli studenti, alle massaie, ai “pazzi”, ai drogati, agli omosessuali, alle lesbiche etc. ed anche ai carcerati.
Ma il movimento della rivoluzione moderna, il movimento che porterà alla realizzazione dell’uomo, cioè al COMONTISMO, opera per la liberazione di ognuno dalle catene globali che il carcere della vita quotidiana gli impongono e che le ideologie carceriere fingono di sottrargli.

LA FINE DI OGNI RUOLO è LA FINE DI OGNI CARCERE POSSIBILE

I COMONTISTI
cicl. in proprio, c.so Regina 24

Hop Frog

Milano, 24 ottobre 1972.

Il mercato delle vacche continua. Chiusi nell’immobilità di RUOLI-Bare, le MERCI-UMANE sfilano intoccabili lungo i marciapiedi. Da una parte, confezioni splendenti racchiudono il VUOTO, fra tette-coscie di plastica, chiedendo per sé il prezzo più alto, mercato permettendo. La “bellezza” estatica della MORTE raggiunge l’apice nel trionfo dell’inorganico sull’umano. Trucchi, nylon, vestiti, avvolgono in un abbraccio perenne. La carne è intoccabile (lo sarà ancora per poco). Solo l’apparenza, la forma divenuta contenuto, ha diritto di esistere in un mondo che allontana da sé la vita vedendo in essa il pericolo della sua distruzione. Dall’altra parte, i miti virili pagano la propria affermazione negando l’esistenza all’uomo, inventando il MASCHIO e conquistando nidi-tomba in cui giocare per sempre la macabra farsa dei “sentimenti”.

Oggi, l’unico rapporto permesso all’interno del regno dell’economia, è il reciproco scambio ed acquisito. La mia morte mi acquista il diritto eterno sulla tua. CREPATE finalmente vecchie baldracche & squallidi play-boy. Non ci interessano le vostre luride merci, né siamo più disposti a pagare alcun prezzo per la paraffina che vi riempie i cervelli.

Supplemento a COMONTISMO

cicl.in pr. 24.X.1972

via ausonio 8 MI

L’ATLETA CADAVERE È IL MIGLIORE ATLETA!

«Olimpiadi di Monaco, 5 settembre 1972: un commando di otto combattenti palestinesi fa irruzione nel villaggio olimpico. Due atleti israeliani vengono uccisi immediatamente, gli altri nove sono presi in ostaggio. Dopo 21 ore di estenuanti trattative, seguite in diretta dalle tv di mezzo mondo, il massacro: il maldestro tentativo di blitz da parte della polizia tedesca finisce in un bagno di sangue. I nove membri della squadra olimpica saranno trucidati dai palestinesi e tre fedayn saranno arrestati. Volantino fatto a Firenze, sospetto da Alfredo, che allora era particolarmente bilioso e ostile verso gli umani.» (Paolo Ranieri)

L’ATLETA CADAVERE È IL MIGLIORE ATLETA

Adolfo Brandt ha realizzato il suo sogno: nel SUPER-LAGER di Monaco milioni di spettatori hanno potuto seguire dal vivo l’unico sport che realmente interessa: nella MORTE degli altri la propria MORTE.

Il superamento tecnologico del nazional-socialismo, ormai insediato a livello mondiale, ha permesso per la prima volta di vedere in DIRETTA il COLORE del sangue, riempiendo di giubilo le folle.

Tutti aspettavano il momento in cui il mistero si sarebbe svelato agli occhi dei fedeli adoranti: l’ideologia, finalmente nuda, appare per quello che è: AGONISMO, AGONIA, CACCIA.

Ognuno ha potuto vivere in privato, grazie all’interessamento di tante AUTORITà riunite, il vero sport internazionale, riscoprendo il gusto che dà l’appartenenza alla squadra vincente, quella POLIZIESCA.

Il turbamento è solo un gioco sottile, dietro cui si maschera la vera gioia di vedere-godere l’immenso funerale dell’umanità teletrasmesso e gioire insieme dell’immancabile VITTORIA.

La squadra palestinese, non invitata perchè miserabile e sporca, troppo attaccata alla vita bestiale, e quindi non disposta allo SPETTACOLO NAZISTA della FRATELLANZA in cui si traveste l’odio e dell’AGONISMO in cui si traveste la concorrenza nella società degli atleti dell’autosoppressione, la squadra palestinese, ha comunque voluto aderire a suo modo.

L’unico sport che gli ebrei loro permettono è la soppressione armata che gli fanno subire, ripetendo con mezzi moderni le gesta dei loro MAESTRI-ASSASSINI. I palestinesi hanno così pensato di aderire alla bella manifestazione proponendo ai sionisti una sfida nello sport che essi più amano.

Purtroppo per loro quello sport ha da tempo trovato fedeli praticanti in ogni parte del globo che sono corsi a dare man forte nel modo che meglio potevano, contribuendo così alla riuscita dello spettacolo; la strage, il vero trionfo dello spirito olimpico in cui i vincitori e vinti sono finalmente legati dal VINCOLO ETERNO.

I risultati raggiunti però, per quanto vivificati dal colore e dalla trasmissione in diretta, sono assai lontani dai RECORD di Città del Messico in cui per la prima volta si raggiunsero ragguardevoli cifre in fatto di CADAVERI.

IL MIGLIORE ATLETA È L’ATLETA MORTO

1° maggio: il lavoro salariato non si festeggia. Si abolisce

Questo é il volantino distribuito ai primi di maggio 1972: la descrizione della vicenda sta nella Cronologia di Comontismo scritta da me mentre ero carcerato al Bassone di Como e pubblicata su Maelstrom 2 (Paolo Ranieri). Nella seconda parte il testo riprende il volantino dell’anno precedente firmato “I compagni consiliari”, che aveva quasi lo stesso titolo.

1° MAGGIO: IL LAVORO SALARIATO NON SI FESTEGGIA. SI ABOLISCE

All’inizio del secolo la brutalità del lavoro salariato e la logica spietata delle merci diede il via ad appassionanti ammutinamenti anticapitalisti. Il proletariato individuando il lavoro come fonte di tutte le sue miserie poneva in pratica la sua distruzione.

Oggi gli eredi degli artefici dell’annientamento proletario nel periodo fra le due guerre (p.c.i., sindacati, etc.) spacciano il lavoro come ultimo ritrovato ai mali del proletariato. Il dominio dei burocrati-stalinisti è fondato sulla menzogna e non possono tentare di conservarlo se non continuando a mentire.

Attenti burocrati stalinisti!

Il volto ghignante del proletariato che risorge ridicolizzerà tutti i tentativi di recuperarlo alla logica della merce e del lavoro. Sadico come dovrà essere il Proletariato se la prenderà per primo con quelli che vogliono parlare per lui senza essere lui. La liberazione dal lavoro è la condizione preliminare per superare la società dei consumi e per l’abolizione nella vita di tutti della separazione tra tempo di lavoro e tempo libero, settori complementari di una vita alienata in cui si proietta all’infinito la contraddizione interna della merce tra valore d’uso e valore di scambio. La concentrazione capitalistica dei mezzi materiali e ideologici di produzione e la sua distribuzione sociale si trova di fronte sempre più minacciosa l’insoddisfazione crescente di tutti.

La società del capitale promette, ma non può mantenere. Non può mantenere alcuna promessa di felicità poiché il suo fine stesso (produzione) ed i suoi mezzi (lavoro, etc.) sono chiaramente oppressivi.

I proletari stanno lanciando la sfida alla società e non per una società diversa o migliore ma per l’abolizione di ogni società (intesa come agglomerato di individui-merci retti da uno scopo ad essi superiori).

La felicità in armi esige di prendere il posto dell’infelicità oggi esistente. La distruzione del dominio del capitale e dei suoi strumenti è l’unica festa che il proletariato può desiderare.

È tempo di iniziare concretamente la lotta per un 1° maggio permanente, cioè per l’abolizione del lavoro e del tempo capitalista.

CHI AMA IL LAVORO

È UN MASOCHISTA

O SI CHIAMA CAPITALE

L’ULTIMA INTERNAZIONALE

COMONTISMO – PER L’ULTIMA INTERNAZIONALE

Numero unico in attesa di autorizzazione pubblicato a Firenze (Tip. Capponi) nel maggio 1972, di 32 pp., cm. 32 x 22, in vendita a 300 Lire. «Doveva uscire in un bel bianco e verde-azzurro. Hanno collaborato Gigi Amadori, Giulio Dessi, Valerio Bertello, Riccardo d’Este, Dada Fusco, Roberto Ginosa, Gianni Miglietta, Alfredo Passadore, Paolo Ranieri, con la partecipazione involontaria di Nicola Adelfi. Il cornuto del tipografo ci ha fatto quella cosa degradante, in effetti in cui non si capisce nulla». (Paolo Ranieri).
Oltre a lucidi e sagaci testi, è corredato da numerose immagini, in prevalenza détournements di strips di fumettisti allora in voga, fra i quali si riconoscono Robert Crumb, Charles Schulz, Magnus e Bunker, E.C. Segar ed altri meno noti. Due fotografie d’epoca (“Barricata spartachista” e “Durruti”) sono tratte da Internationale Situationniste. Invece le immagini autoprodotte dai comontisti sono: la fotografia a p. 15, cui sono sovraimpresse le parole “Contro la legge”, che rappresenta il cavo orale di tale Cesare, specialista in delitti contro la proprietà; quella di p. 28, dove compare una donna nuda, sdraiata e di spalle, con una frase disegnata sulla schiena, che fu scattata a Ponte a Egola a una anonima compagna; e quella di p. 31, il volto di Alfredo Passadore “Tamaro Baroni” in un fotomontaggio che si richiama alla nota (a quei tempi) protagonista delle cronache rosa Tamara Baroni. Controversa rimane invece la paternità della fotografia di copertina, una coppia di leggiadri giovani ignudi nell’atto di spiccare un salto, che doveva evocare, negli intenti dei comontisti, il “salto qualitativo” (ad opera della specie umana) di hegeliana memoria: secondo alcuni è prodotto genuinamente comontista, secondo altri è immagine tratta da un magazine femminile un po’ osé.

Qui di seguito, link per scaricare il documento ad alta risoluzione

Primo maggio. Volantini comontisti contro il lavoro

Il 1° maggio 1972 e nei giorni seguenti vennero distribuiti diversi volantini contro il lavoro, tra cui una riproposizione del testo del 1° maggio 1971 di Organizzazione Consiliare cambiando la firma in “I COMONTISTI”, e aggiungendo “salariato” nel titolo. Il 2 maggio a Milano fu diffuso quello con il nuovo stemma dell’Alfa Romeo «introdotto con potente battage pubblicitario dall’aprile del 1972, mese in cui aveva aperto l’Alfa di Pomigliano d’Arco. La distribuzione fu effettuata dai comontisti di via Pecchio presso La Breda e la Falk, al primo turno (forse le 6 del mattino) e nelle ore successive in piazza Cadorna, dove arrivano in città i treni con i pendolari che vengono a lavorare a Milano. Ai cancelli delle prime due fabbriche la distribuzione ha fatto rischiare un pestaggio, perchè dopo un primo momento d’imbarazzo in cui i lavoratori prendevano il volantino e lo osservavano, non capendone bene il significato, subito dopo è stata recepita la provocazione, di possibile matrice fascista, vista l’iconografia. I distributori del volantino hanno preceduto con tempismo l’innesco dell’azione punitiva, promossa da elementi sindacali, fuggendo a gambe levate.» (Maurizio Pincetti)
Lo stesso giorno a Torino fu distribuito il volantino con i due disegni del 1 MAGGIO e del 2 MAGGIO, sul fronte; nel retro c’era il testo del volantino “1° maggio: il lavoro salariato non si festeggia. Si abolisce” firmato L’ULTIMA INTERNAZIONALE.

Comunicato stampa dei comontisti

Testo del 25 marzo 1972 firmato “I COMONTISTI – Firenze, Milano, Torino, Genova, Viterbo”. Il Comunicato fu portato alla redazione di Firenze del quotidiano La Nazione. Da un appunto che accompagna la copia a nostra disposizione: «Ci negarono la pubblicazione e schiaffeggiammo il direttore Domenico Bartoli.»

  

Il dominio reale del capitale è morte (bis)

Volantino distribuito in seguito alla morte di Giangiacomo Feltrinelli, avvenuta a Segrate il 14 marzo 1972. Questa copia indica “Torino, Corso Regina 24, 22 marzo 1972”, il testo è lo stesso del volantino stampato a Firenze. «Precisazione importante: se su un volantino c’è scritto Torino oppure Firenze, non solo non è un dato attendibile ma è solitamente falso e la stesura e la distribuzione è stata fatta altrove». (Paolo Ranieri)

Il dominio reale del capitale è morte

Volantino distribuito in seguito alla morte di Giangiacomo Feltrinelli, avvenuta a Segrate il 14 marzo 1972. Questa copia è ciclostilata in proprio a “Firenze, 21 marzo 1972”, mentre un volantino con lo stesso testo, impaginato diversamente e senza immagine, indica “Torino, Corso Regina 24, 22 marzo 1972”. «Precisazione importante: se su un volantino c’è scritto Torino oppure Firenze, non solo non è un dato attendibile ma è solitamente falso e la stesura e la distribuzione è stata fatta altrove». (Paolo Ranieri)

IL DOMINIO REALE DEL CAPITALE È MORTE

Feltrinelli è stato assassinato
Non a caso
Continua la strage voluta ed organizzata dai politici di tutte le risme.
La rivolta proletaria organizzata e radicalizzata fa tremare il mondo dei fantasmi dediti al culto del dio MERCE.
La merce stessa (nelle persone fisiche degli amministratori e servi del suo potere) si organizza per respingere l’assalto proletario e per PERPETUARE il suo dominio.
Il dominio del mondo delle merci si fonda sulla MORTE, sulla morte di tutti, asserviti al lavoro e all’infelicità, produttori-consumatori di ideologia ( nuova forma di equivalente generale che si affianca alla vecchia – il denaro – per poter avviluppare globalmente gli uomini nella miseria della produzione e della non vita ).
La morte non è solo metafora, espressione emblematica.
È morte materiale, concreta!
E’ la non-volontà di vivere i propri desideri, di produrre non merci ma doni ( il valore d’uso ritrovato sulle ceneri del valore di scambio ), di esprimere la TOTALITA’ insopprimibile di ciascuno nell’organizzazione della felicità collettiva.
È il dominio dell’irreale fantasticamentre incastrato nella vita (SOPRAVVIVENZA) di uomini OGGETTI-MERCI-PRODUTTORI-RUOLI-IMMAGINI-DELIRI.
È il potere dell’economia-ideologia politica.
Talora diviene ASSASSINIO particolare, che si aggiunge agli omicidi ” indolori ” che tutti siamo costretti a subire e che tutti – TRANNE I RIVOLUZIONARI COERENTI – ripropagano giornalmente sulla pelle degli altri.
L’operaio ucciso in fabbrica dalla miseria del lavoro diventa assassino nella perpetuazione della miseria della famiglia.
Il professore ucciso dalla cultura amministrante uccide giornalmente con l’amministrazione della cultura.
L’impiegato morto nel suo impiego di sottomissione-noia diventa crudele maniaco assassino nel RUOLO DEL PRIVILEGIO.
E avanti così.
Sino agli pseudo-rivoluzionari che muoiono-uccidono nell’adempimento di un dovere gerarchico-ideologico che non porta alla rivoluzione, ma alla rotazione del potere, dei ruoli, delle immagini fissanti.
Il capitale è un ASSASSINO continuo.
Ma è un assassino che ha paura di essere scoperto e giustiziato dall’ orda proletaria che più che mai mostra il suo volto TOTALE E CRIMINALE nelle lotte operaie anti-lavorative come nelle esplosioni di una delinquenza che non è altro che l’inumanità totalmente vissuta e che comincia a stravolgersi, e a volgersi contro l’organizzazione dell’inumano sociale.
La paura rende più che ma assassini.
Feltrinelli è l’ultimo morto ( ma ce ne saranno ancora se non spazziamo via assolutamente gli assassini organizzati in rackets-politici, poliziotti, spie, preti, intellettuali, ruolificati di buon grado, etc.) di questa GUERRA di classe.

Noi non abbiamo particolare rispetto per la morte, poiché abbiamo rispetto REALE per la VITA.
Per cui oggi NON diciamo che Feltrinelli era un compagno.
Non lo era, non NOSTRO, non dei rivoluzionari coerenti.
Era un politico e la POLITICA lo ha ucciso.
L’hanno ucciso le elezioni ( il blocco d’ordine di destra-centro-sinistra ).
L’hanno ucciso le difficoltà economiche italiane e la strategia USA dell’organizzazione dei mercati ( rinnovo dei contratti, pace sociale che il capitale internazionale cerca di ottenere anche in Italia, volontà di incastrare le future lotte proletarie e già ora di distruggere una sua forma: la “delinquenza”, ecc.)
Chi accetta la morte quotidiana e la perpetua è un CORREO.
Sul traliccio l’hanno ficcato i luridi bastardi del SID, la polizia o simili: tutti i servi di una polizia ultranazionale con a capo la CIA.
Ma costoro sono soltanto il braccio materiale, seppur talora autonomizzatto.
Tutti i politici, SENZA ESCLUSIONI, ne sono i mandanti ( basta vedere il congresso del PCI difensore ed organizzatore dell’ordine quanto l’ MSI).
I gruppetti sono, masochisticamente o interessatamente, degli spettatori acquiescenti. Accettano di fare il GIOCO POLITICO e non iniziano una effettiva pratica di DISTRUZIONE, di GUERRA RIVOLUZIONARIA, riproducendo ancora una volta schemi retorico-politici ( elettorali il Manifesto ) che non possono scalfire la spirale dei ruoli della morte, ma la riaffermano riproducendo al proprio interno e propagando la GERARCHIA-IDEOLOGIA che è un’essenza del potere.
La morte di Feltrinelli esige vendetta. Non la vendetta di una cosca mafioso-politica.
La VENDETTA PROLETARIA, poiché uccidendo Feltrinelli si è voluto ricordare pesantemente a tutti che fuori dall’accettazione della sopravvivenza non ci può essere che MORTE VIOLENTA ( ma la sopravvivenza è morte dolce? ).
Feltrinelli non era un rivoluzionario più che altri ideologi -di-sinistra, ma la vita che poteva guizzare in lui e che noi DESIDERIAMO esige più forte-violenta che mai la RISPOSTA rivoluzionaria e l’ORGANIZZAZIONE che ne è l’indispensabile supporto.
È necessario organizzarci immediatamente per colpire con estrema durezza sia i SICARI che i MANDANTI di questo assassinio poiché sono gli STESSI che intendono conservare il loro dominio di morte.

I COMONTISTI
Fi. 21. 3. 72. cicl. in prop.

La comunità dei fantasmi operosi

Volantino comontista distribuito a Firenze il 19 marzo 1972 in occasione della ‟Giornata del mutilato e invalido del lavoro”.

Domenica 19 marzo

Giornata del Mutilato

e Invalido del Lavoro

La Comunità dei Fantasmi Operosi

Festeggia e premia

i membri che maggior numero di

pezzi hanno dedicato alla

Sua perpetuazione nel

nome del Lavoro

Si rallegra inoltre

delle sempre più numerose

adesioni al Suo Progetto di

Unificazione di tutti i

produttori-consumatori di

merci materiali e di deologiche

(studenti impiegati operai hippie

politici parlamentari ed extra)

che sempre maggiori quantità

di energia e pezzi umani

mettono a disposizione

del Capitale

costituitosi

in Comunità Materiale

TUTTI ALLA PASSERELLA DEI MUTILATI

PER MEGLIO SOPPORTARE LA PROPRIA

MUTILAZIONE QUOTIDIANA

Nella fase attuale di dominio, Il Capitale giunge ad affermarsi come essere totale, completamente introiettato da ciascuno come modo sociale di produzione e di vita. La generalizzazione alla stragrande maggioranza degli uomini del lavoro, in quanto lavoro salariato necessario alla perpetuazione del Capitale (produzione di merci ideologiche), segna la totale capitalizzazione dell’uomo: la legge del lavoro viene ad essere considerata e vissuta come legge naturale ineluttabile.

Questa malefica allucinazione, e la sua amministrazione, sta alla base dello spettacolo miserabile della Giornata del Mutilato del lavoro; ognuno mistifica e si rende più tollerabile il peso della menomazione della propria reale essenza umana, in quanto puro oggetto nella produzione-consumo, alla vista di aborti più orribili di lui quantitativamente, ma qualitativamente eguali nell’asservimento alla legge del lavoro (guadagnare per vivere-vivere per guadagnare).

Lo scopo dei COMONTISTI come rivoluzionari coerenti è la distruzione della comunità fittizia del capitale nella sua esistenza materiale e ideologica (fissazione di ruoli al cui interno ciascuno amministra in modo schizofrenico la separazione, imposta dalla società delle merci come momento necessario all’annullamento della persona e la costituzione del legame (che nulla ha da spartire con i vari modelli di organizzazione politica del recupero) che porterà all’instaurazione della reale comunità dell’essere (Gemeinwesen).

                                                        i comontisti

cicl. in proprio, via Verdi 4

Votiamoli tutti

12 dicembre ’69 / 7 maggio ’72 – STRAGE PARLAMENTARE

Volantino ciclostilato a Torino il 15 marzo 1972 e firmato “i comontisti” a proposito delle elezioni del 7 maggio in cui venne candidato Pietro Valpreda.

Feltrinelli assassinato

Volantino sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, privo di data e luogo di stampa (ma del marzo 1972), firmato “i comontisti”.

Torino in stato d’assedio


«È il primo volantino comontista a Torino, scritto da Paolone [Turetta] insieme con qualchedun altro: ne nacque una feroce polemica epistolare, di cui ho in archivio qualche brano, iniziata da me e in genere dai milanesi che si dissociarono pesantemente dallo sdoganamento dei delitti sessuali. Riccardo (che non era fra gli autori, stava forse ancora a Egola o già a Firenze) prese le difese dei torinesi, sostenendo che fra i comontisti in caso di disaccordo, si scirve un nuovo volantino e non si caga il cazzo su quelli vecchi. Tesi che fu approvata, a fronte del riconoscimento che l’omicida sessuale non era precisamente quel che noi intendevamo come moderno rivoluzionario, e neanche non moderno. Fu un buon dibattito nell’insieme, anche se valse a diffondere la nomea dei milanesi come “pistini”, gente che fa la punta a tutto quel che si dice o si scrive.» (Paolo Ranieri)

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COMONTISMO. PER L’ULTIMA INTERNAZIONALE N° 0 – Contributo per l’infezione generale / Preliminari sul Comontismo

Finito di stampare il 20 gennaio 1972 in Genova. Hanno collaborato Dada Fusco, Riccardo d’Este, Alfredo Passadore, Carlo Ventura, Gianni Miglietta, Enrico Bianco, Miriam Carrassi.

Ciclostilato di 8 pagine non numerate, pinzato con punti metallici. Ignoti gli autori delle immagini, salvo due, attribuibili con certezza ai fumettisti Magnus e Bunker, allora all’apice della loro popolarità. Oltre alla redazione genovese, in penultima pagina sono indicate anche quella di Torino, C.P. 281, e di Ponte a Egola (Pisa), via Pannocchia 12.

Sopra la versione in PDF
Sotto le pagine singole

CONTRATTI O SABOTAGGIO?

Pubblicato da Comontismo Edizioni nell’autunno 1972 a Milano, Contratti o sabotaggio è una brossura con punto metallico di 52 pp., in 8vo, cm. 22 per 14, con copertina di colore rosso e titolo in nero, venduto al prezzo di lire 400. A pag. 51 è indicato: «Tutti i compagni che, trovandosi d’accordo con le tesi sopra espresse, desiderano mettersi in contatto con noi, possono scrivere al seguente indirizzo: Claudio Albertani, c.p. 179 – 20100 Milano». Per dare un tono maggiormente assertivo, in copertina non compare il punto interrogativo, presente invece nel titolo reiterato a pag. 1.
«L’avvicinarsi del rinnovo autunnale dei contratti collettivi di lavoro è stata l’occasione per produrre uno spazio teorico di rilettura della realtà sociale, così come quegli anni di turbolenze avevano suggerito. Contratti o Sabotaggio illustra l’alternativa fra una soluzione socialdemocratica di un problema puntuale e una radicale sovversione dei paradigmi sociali dettati dal Capitalismo.» (Maurizio Pincetti)

Qui sotto, nella versione PDF con la trascrizione.

Corrispondenza a proposito del giornale

Prima metà del 1972. Lettera di Alfredo Passadore, indirizzata con ogni probabilità al gruppo dei torinesi, riguardo l’imminente pubblicazione del n° 1 di Comontismo, e risposta di un compagno di cui non compare la firma.